A.A.A. Cercasi sosia da uccidere

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Quando iniziai ad interessarmi di psichiatria – ero un giovanissimo studente di Liceo – pensavo di avere le idee chiare sulla differenza fra normale e patologico, giusto e sbagliato, sano e malato nel comportamento umano. C’era, nella mia mente, una netta linea di confine che separava due territori completamente diversi. Col passare del tempo, con gli studi e l’esperienza, questa linea è diventata, sempre più sottile, sempre più sbiadita. E non mi riferisco solo a fatti clinici, come andare a stabilire chi è sano di mente e chi non lo è. In fondo quella è cosa abbastanza semplice, avendone le competenze. Mi riferisco alla realtà sociale, non al nostro mondo interiore, ma a quello esterno e per rendersene conto basta sfogliare distrattamente un quotidiano ( su Repubblica del 3 febbraio), solo per fare un esempio: la storia raccapricciante di una donna tedesca di origine algerina che in Baviera, dove lavorava come estetista, ha cercato accuratamente su Instagram una sosia, semplicemente per ucciderla e simulare così la propria morte e potersi rifare una vita, stanca della vita in famiglia e della tutela dei genitori con i quali aveva ormai un rapporto conflittuale. Trovato, così un complice, è riuscita a realizzare il suo progetto, attirando la sosia in un bosco e uccidendola con cinquantacinque coltellate. Quello che stupisce in questa storia non è tanto l’omicidio in se, in quanto delitto, ma le modalità di progettazione, di esecuzione e soprattutto la folle assurdità del movente. Fa anche riflettere il fatto che la suddetta aveva tentato lo stesso ‘scherzetto’ ben altre cinque volte, ma le era andata buca. Tentiamo per attimo di entrare nella mente di questa tizia, posto che ci riusciamo. L’assassina, Sharaban, di origini iracheno-tedesche, ventiquattrenne, di professione fashion-blogger (insomma si occupava di moda in rete), aveva dissidi in famiglia, voleva farsi una sua vita e non ne poteva più dei genitori. Le soluzioni razionali possibili erano tante, lungo un range che va dalle più banali alle più palesemente criminali, dall’andarsene di casa al far fuori i genitori – gesto orribile, ma che rientrerebbe comunque in una logica criminale da copione. E invece no. Architetta qualcosa che difficilmente sarebbe passata nella mente persino di Agatha Christie. Una logica così perversa da fare scervellare per mesi pure gli investigatori tedeschi (il caso è dell’agosto dello scorso anno), ma solo ora i detective hanno riaperto il caso, dopo minuziose analisi e deduzioni. Non sono un giudice, ne un avvocato, ma in questi casi appare quasi scontata la richiesta di una perizia psichiatrica, per capire quanto la ragazza fosse in grado di intendere e volere. Ma, se così, si tratterebbe di una perizia inutile, tanto evidente è la premeditazione e la fredda volontà omicida. Ma ovviamente i magistrati o gli avvocati decideranno in base alle loro competenze e prerogative. Qui possiamo limitarci a qualche breve considerazione sulla ‘tipologia’ di simili comportamenti, cominciando con il constatare quanto drammaticamente profondi possano essere gli abissi di perversione della mente umana. E, così facendo, entriamo in un dibattito millenario sulla stessa natura dell’uomo: siamo sostanzialmente buoni o cattivi? Siamo una ‘genia di assassini’, come disse Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi – citò a proposito una celebre espressione del filosofo Thomas Hobbes, “homo homini lupus”, l’uomo è un lupo nei confronti degli altri uomini -, quindi feroce e preda dei più bassi e violenti istinti, o siamo tendenzialmente ‘buoni’, ed è solo per contingenze esterne, sociali, culturali che ci trasformiamo in belve feroci? L’unica cosa che sappiamo per certo che sia Hobbes che Freud presero una gigantesca cantonata, semplicemente perché il lupo non è affatto una belva feroce, aggredisce e uccide solo per mangiare o per difendersi; non la stessa cosa si può dire della specie umana e basta dare uno sguardo anche distratto a un libro di storia per rendersene conto – o, più semplicemente, guardare un telegiornale. Ma non parliamo solo di violenze, omicidi efferati, ma di tutta una serie di comportamenti che di volta in volta, appaio criminali, illeciti, immorali, incomprensibili. Riguardano la vita politica, i costumi sociali, l’economia le violenze, la guerra, l’egoismo e la mancanza di solidarietà, le guerre, lo sfruttamento sociale, la criminalità organizzata e non, la corruzione, in una sorta di folle girandola di nefandezze quotidiane, una giostra impazzita che nessuno, anche detenendone il potere e l’autorità, riesce a – o vuole – fermare. Un tempo non lontano esistevano delle Istituzioni e delle Agenzie sociali (famiglia, Stato, Chiesa) che avevano effetti rassicuranti, in qualche modo contenitivi delle storture e dei difetti cui abbiamo accennato. Oggi non è più così, quelle istituzioni e quelle ‘agenzie’ sono malate anch’esse. Il risultato di tutto questo si traduce in un inevitabile disagio psichico che ormai tracima gli argini entro i quali era prima contenuto. Disagio psichico, depressione, ansia, disturbi nevrotici, sino a vere sindromi psicotiche sono diventate sempre più frequenti e diffuse. Cresce l’insicurezza, diminuisce il grado di adattamento individuale, specialmente nei soggetti più fragili, con reazioni che spesso mettono a dura prova anche la pazienza e la capacità di ascolto e di comprensione dello psichiatra o, più in genere, degli operatori della salute mentale. E le responsabilità del singolo nel provocare o incentivare condizioni di disadattamento personale di diluiscono in un oceano di problematiche nella gestione delle quali l’individuo non ha assai spesso alcun potere di controllo.

Da questa situazione enormemente complessa scaturisce, però, inevitabilmente, una domanda incredibilmente semplice: quanto è difficile vivere sani di mente in un mondo completamente folle? Non ho risposta… o forse, più semplicemente, preferisco non pormi la domanda…

Giovanni Iannuzzo