Incendi, spopolamento, giovani, sinodo: nostra intervista al Vescovo di Cefalù, Mons. Marciante

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«La chiesa, – dice la “Gaudium et Spes” – ha il compito di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche». Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico. In tal senso infatti, la Chiesa di Cefalù, guidata da S.E.R. Mons. Giuseppe Marciante, segue costantemente da molto vicino la vita dell’intero territorio diocesano, ed è attenta ai bisogni della comunità dei fedeli che la compongono. In tal senso, abbiamo intervistato il Vescovo di Cefalù per fare il punto su quanto accaduto la scorsa estate in materia di incendi, poi la crisi legata allo spopolamento delle Madonie, passando per il Sinodo in corso, fino al progetto di “Casa Betania”.

Eccellenza, grazie per aver accettato questa intervista. Questa estate, come ormai quelle degli ultimi anni, purtroppo, è stata segnata dagli incendi che hanno devastato e lacerato ancora una volta il nostro Comprensorio. Alla luce di quanto accaduto, cosa bisogna fare per porre fine, o almeno arginare questo fenomeno, ovviamente criminale?

«Grazie a lei. Il tema degli incendi è legato al cambiamento climatico in atto, che sta portando desertificazione al Sud, specialmente in Sicilia. Quando soffia poi lo scirocco si crea un mix pericoloso. In tutto questo c’è ovviamente chi ne approfitta, i cosiddetti piromani: dolosi e patologici. Cosa si può fare dunque per arginare questo fenomeno? Personalmente non sono un esperto in materia però posso sicuramente affermare che ci sono soluzioni. La prima azione è sicuramente quella di ridurre le emissioni di CO2. In secondo luogo, bisognerebbe tornare ad abitare le campagne perché i terreni lasciati incolti “raccolgono” il combustibile che alimenta gli incendi. La seconda azione è quella di combattere con pene severe chi commette questi reati perché al momento ci sono poche sanzioni in merito. Intanto si creano danni alla natura e alla società perché la natura è un bene comune. Forze dell’ordine e magistratura hanno il compito di vigilare e reprimere questi reati; capire in fondo chi sono coloro che hanno interesse ad appiccare il fuoco. La terza azione è sicuramente quella della prevenzione degli incendi monitorando il nostro patrimonio boschivo. Siamo nel secolo dell’intelligenza artificiale: usiamola. Ci sono droni che riescono ad individuare un incendio prima che divampi in maniera irreversibile. In tutto questo, cittadini, agricoltori e allevatori devono essere coinvolti nel principio di autoprotezione. Sarebbe interessante creare una rete; attuare una politica agraria per i terreni incolti. Far rinascere la passione per la terra: molti terreni appartenenti al demanio statale e regionale perché non affidarli a chi potrebbe coltivarli e proteggerli? In ultima analisi, gli enti competenti dovrebbero realizzare un ripristino del territorio per conoscere i punti fragili, rimboscare e mappare le aree bruciate; ripristinare tutto questo».

Quanto accaduto, può avere ricadute negative sull’economia, ma anche sui sentimenti delle persone che, magari, di fronte a tutto ciò cominciano a pensare di lasciare la terra natia, per dirigersi verso mete sconosciute, e spesso incerte?

«Provo un senso di scoraggiamento e abbandono. In questi ultimi incendi lo abbiamo avvertito ancor di più, specialmente nelle aree interne. Le conseguenze sono sicuramente l’abbandono delle attività legate alle aree interne, lo spopolamento e la desertificazione. Quest’ultima è palpabile. Lei si è accorto che non piove da tempo? Il cambiamento climatico è un problema serio. Ha ragione Papa Francesco ad insistere su questa problematica, ne vale del futuro della nostra Terra».

A proposito di lasciare la propria terra. Negli ultimi anni un altro fenomeno, purtroppo sempre più in divenire, è quello dello spopolamento delle Madonie: cosa possono, e devono fare le istituzioni (compresa la Diocesi che comunque sotto il suo ministero ha avviato tante iniziative) per fermare questa inesorabile fuga di giovani? La speranza è ancora viva?

«Oggi non vanno via solo i giovani, con essi partono anche i genitori dei ragazzi. Vanno via perché hanno paura di rimanere da soli. Nelle aree interne rimangono solo gli anziani: è drammatico. Questo significa che anche loro si sentono abbandonati. Dall’altra parte i figli, sentono il bisogno di avere i genitori accanto per creare ed organizzare una nuova famiglia. Abbiamo quindi l’emigrazione di famiglie oggi, non solo dei giovani. Questo aggrava ed accelera ancor di più lo spopolamento delle nostre terre. A ciò aggiunga anche il calo delle nascite. Purtroppo la nostra nazione si sta accorgendo in ritardo del calo demografico. Qualche stato europeo, penso alla Francia, ha cercato di porre rimedio. Continuando in questo modo il popolo italiano si estinguerà e con esso la sua cultura andando così ad impoverire l’Europa, il mondo. Occorre dunque dare nuove ragioni di vita creando nuove proposte di lavoro soprattutto attraverso la “green economy”. La Sicilia ha una vocazione green: non abbiamo le grandi industrie, ma la nostra vocazione non è questa. Adesso è necessario creare nuove proposte di lavoro, anche attraverso le nuove frontiere tecnologiche. Durante la pandemia ho visto tanti giovani reinventarsi con lo smart working: si sono industriati per mantenere il lavoro che avevano anche all’estero rimanendo però nel nostro territorio. A Castelbuono ad esempio c’è una bellissima esperienza giovanile di coworking (lavoro in condivisione), li ho incoraggiati e presto pensiamo di attuarla anche qui a Cefalù. Il settore turistico gestito in modo intelligente potrebbe dare lavoro in tutte le stagioni. Tutti sono concentrati sul turismo estivo e questo potrebbe quasi essere irrispettoso per la stessa città che ha tanto da offrire tutto l’anno. Noi abbiamo una grande fortuna: i monti, le colline e il mare. Ci vuole molta creatività, ma mi sembra che manchino (almeno nelle aree interne) dei centri per addestrare una nuova classe di giovani imprenditori. Sogno da tanto tempo una scuola per imprenditori».

Cambiamo argomento, la Diocesi di Cefalù prosegue il suo percorso sinodale. L’ascolto, durante tutta la sua fase è importante, cosa si auspica possa venir fuori da questo importante strumento che la Chiesa ha messo a disposizione dei vescovi? Si parla di crisi di vocazioni, in un certo senso, il sinodo diocesano può essere concime fertile per la fioritura di nuove vocazioni nella Diocesi di Cefalù?

«Il Sinodo rappresenta un nuovo stile di essere Chiesa. Vivere l’esperienza sinodale significa innanzitutto una Chiesa dell’ascolto. La Chiesa deve essere attenta a questo ascolto della realtà e della società umana perché, se deve parlare agli uomini, li deve anzitutto conoscere perché altrimenti non può parlare loro. La Chiesa ha un messaggio da portare: è allora necessario un ascolto per una conoscenza vera della realtà. Dopo l’ascolto viene l’accoglienza e qui bisogna essere aperti ad ogni tipo di essa. Non bisogna volgere l’attenzione maggiore a chi è convertito o segue una prassi di vita cristiana, ma deve rivolgere lo sguardo oltre, andando anche oltre sé stessa, verso quelle realtà che sentono la chiesa “ostile”, non come Madre. La Chiesa Sinodale è la Chiesa della partecipazione cioè permette a tutti di poter esprimere la propria identità, carisma e ruolo facendo partecipare alle sue scelte pastorali: tutto questo per una missione. A tal proposito ci sono tre verbi che rendono quanto detto: ascoltare, partecipare e evangelizzare. Portare l’annuncio della Parola con i segni perché non ci può essere un annuncio senza di essi. Gesù ha chiesto ai suoi di evangelizzare, ma ha anche dato loro il potere dei segni. Ecco allora che la Chiesa sinodale è l’ambiente più idoneo all’emergere delle diverse vocazioni. Se c’è partecipazione, c’è anche diversità di vocazione. Direi che la vocazione viene da una semina: se trasmettiamo la fede seminando la parola, allora avviene la vocazione. Diversamente non si raccoglie. Il cristiano deve sapere qual è la sua identità, questo è importante anche ai fini delle stesse vocazioni delle nostre comunità».

Il progetto di Casa Betania ad Obala in Camerun, è sicuramente una splendida iniziativa. Quali saranno i prossimi passi per la costruzione di questo “ponte” tra Cefalù e Obala?

«È un’apertura importante per due motivi. Innanzitutto perché ci offre la cosiddetta spinta missionaria che oggi forse non è più considerata come un tempo; ormai molte terre sono raggiunte dai missionari dai cristiani. La missione oggi si concepisce quindi come una sollecitudine reciproca delle Chiese, cioè una collaborazione tra queste: idea questa che arriva dal Concilio che ho voluto sposare in pieno e con entusiasmo. Abbiamo aperto questo rapporto con la Diocesi di Obala che sta dando buoni frutti. Quest’ultima offre tanto alla Chiesa di Cefalù per la presenza di giovani seminaristi che una volta diventati sacerdoti rimarranno in diocesi come fidei donum. La nostra Chiesa si arricchisce quindi di gioventù, entusiasmo e gioia. Tutto ciò giova molto alle Chiese antiche. Cefalù esprime così la sua vita, la sua identità e la sua generosità verso una Chiesa giovane, creando  quelle realtà che possono essere d’aiuto specialmente per le nuove generazioni».

Giovanni Azzara