Termini Imerese, la Chiesa di S. Caterina d’Alessandria tra agiografia, storia, arte e geoarcheologia

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La chiesa di Santa Caterina d’Alessandria Egiziaca di Termini Imerese, ad aula rettangolare, è ubicata nella parte alta della cittadina, a breve distanza da Piazza Duomo, che sin dal medioevo fu la platea publica, il fulcro commerciale di un importante centro marittimo, aperto agli scambi a vasto raggio con i principali scali del Mediterraneo, grazie alla possibilità di esportazione del surplus granario proveniente dai depositi del Caricatore.

Lo storico locale sac. don Vincenzo Solìto (m. 1656), curiosamente fa rimontare la costruzione dell’edificio agli inizi del XVI secolo: «nel medesimo tempo fù [sic] ornata la città di Termini di due belle Chiese, una dedicata alla Gloriosa Vergine, e Martire S. Catherina e l’altra sotto il patrocino del Precursore di Christo S. Gio[vanni] Battista. Et entrambe sono adesso Confraternite, ò [sic] Compagnie» (cfr. V. Solìto, Termini Himerese Citta [sic] della Sicilia posta in Teatro, 2 tomi, II, Bisagni, Messina 1671, p. 99).

E’ probabile che il Solìto sia stato tratto in inganno dalla data 1546, legata ad un intervento di “restauro”, sui ben noti affreschi tardo-quattrocenteschi, di cui ci danno testimonianza il poligrafo termitano Baldassarre Romano nel 1830 e monsignor Gioacchino Di Marzo nel 1899. Ricordiamo che recentemente abbiamo attribuito tali affreschi ad un ignoto “Maestro del ciclo di S. Caterina d’Alessandria in Termini Imerese”, attestando l’inconsistenza della tradizionale attribuzione ai fratelli Graffeo [cfr. P. Bova, A. Contino, Termini Imerese, nuovi riscontri documentali sulla famiglia Graffeo (XIV – XVI sec.): non sono gli autori degli affreschi di S. Caterina, “Esperonews”, 7 Agosto 2019, in questa testata giornalistica on-line].

La facciata della chiesa di S. Caterina d’Alessandria Egiziaca si connota per l’ingresso che reca un bel portale archiacuto, opera di ignoti lapicidi, costituito da elementi lapidei in biocalcarenite, dai caldi toni giallastri, di provenienza non locale, lavorati ad intaglio a faccia vista e solcati da modanature svolgentesi concentricamente alla linea d’intradosso. Le fasce dell’archivolto sono racchiuse da una continua cornice aggettante, seguente la linea dell’estradosso, che poggia su due peducci con motivi fitomorfi. Il culmine dell’ogiva è sormontato da un apparato scultoreo a bassorilievo che attesta come gli anonimi artisti-artigiani medievali erano dotati di una certa perizia, tanto da creare un lavoro popolare nella forma, dotto nei riferimenti iconografici e teologici. Questa apparato scultoreo è stato sinora descritto in maniera alquanto sbrigativa, per cui ci soffermiamo su di esso, dettagliando ogni particolare che riteniamo degno di nota. Alla base l’intaglio esibisce due figure antropomorfe che reggono una struttura monumentale di aspetto templare. Quest’ultima appare ornata ai lati da due colonne monocilindriche lisce, che poggiano su una base formata da un plinto quadrangolare sormontato da modanature (toro inferiore, scozia e toro superiore). Le colonne terminano superiormente con robusti collarini, seguiti da capitelli a foglie d’acqua (caratterizzati da due giri sovrapposti ed alternati di fogliame) con abaco sovrastante, ed una trabeazione di coronamento. La struttura architettonica, sorretta ai lati da due figure angeliche, al suo interno presenta ieraticamente la megalomartire alessandrina. Quest’ultima è rappresentata in posizione frontale con il capo ornato da una corona e con la chioma fiorente (simbolo virginale, tanto che le donne nubili erano dette virgo in capillis), apparendo vestita in abbigliamento aulico, per sottolineare la sua origine nobiliare, avvolta in un lungo ed ampio mantello che arriva fino a terra. La palma che tiene con la destra, simboleggia il suo martirio, mentre il libro nella sinistra ricorda la sua sapienza, nonché la sua funzione di protettrice degli studi, degli insegnanti e degli ordini religiosi come i Domenicani e gli Agostiniani. Sul lato sinistro, a tergo della Santa è intagliato lo strumento del suo primo supplizio, cioè una ruota dentata, a simboleggiare l’efferato congegno, composto di ben quattro ruote con chiodi e ferri di lancia, anche se infine ebbe il martirio della decollazione.

Nella sua ubicazione attuale, il portale appare assemblato malamente a conferma che di certo non è la sua primaria collocazione. Poiché la chiesa ha una orientazione NO–SE, con ingresso odierno a SE, è plausibile ritenere che sia stata riorientata dovendo originariamente esibire l’abside rivolta verso levante.

A nostro avviso, l’opera rispecchia senz’altro un habitus gotico ancora trecentesco, per cui siamo propensi a proporre per l’intero portale una datazione alla seconda metà del XIV secolo. In particolare, ci sembra emblematica nell’apparato scultoreo la presenza della decorazione dei capitelli a foglie d’acqua che ebbe larga diffusione in ambito italiano centro-meridionale, proprio nella seconda metà del XIV secolo, attardandosi fino al quarto decennio del Quattrocento. Del resto, la datazione da noi proposta appare congruente con quello che, allo stato attuale delle ricerche, risulta dall’analisi delle fonti documentarie disponibili. Infatti, la più antica menzione di questo luogo di culto risale all’anno indizionale 1407–8, allorchè un certo Paolino di Budura fece testamento in notar Giuliano Bonafede di Termini, il primo Dicembre Ia Indizione 1407, disponendo diversi legati in favore di vari edifici di culto, la maggior parte dei quali storicamente già documentati nel secolo precedente. Uno di tali legati fa riferimento proprio alla nostra chiesa di Santa Caterina che, evidentemente, doveva preesistere già da parecchi decenni.

Relativamente alla vicenda agiografica della Santa Megalomartire Caterina d’Alessandria, nelle proto-vite pervenuteci il suo martirio è riferito all’anno 305/306 d. C. e sarebbe avvenuto sotto l’imperatore Massenzio, mentre la sua festa appare già istituzionalizzata al 25 Novembre.

Le varie versioni della proto-vita greca di S. Caterina, sono state classificate dal canonico francese Joseph–Eugène Viteau (1859–1949), ellenista, con le prime quattro lettere maiuscole dell’alfabeto. A (Biblioteca Vaticana, Codex Palatinus n. 4),  B (vari codici), C  (vari codici) e D. Il codice A si caratterizza per la sua brevità; invece, B e C appaiono tra loro comparabili (cfr. J. Viteau, ed., Passions de saints Écaterine et Pierre d’Alexandrie, Barbara et Anysia: Publiées d’après les manuscrits grecs de Paris et de Rome avec un choix de variantes et une traduction latine, Buillon, Paris 1897, in particolare, pp. 1-65 ((il testo è consultabile on-line nel sito della Biblioteca Nazionale di Francia); A. H. Ilka, Zur Katharinenlegende: Die Quelle der Jugendgeschichte Katharinas, insbesonderein der mittelniederdeutschen Dichtung und in der mittelniederländischen Prosa, in “Archiv für das Studiumder neueren Sprachen und Literaturen”, 140, 1920, pp. 171–184; E. Klostermann, and E. Seeberg, Die Apologie der Heiligen Katharina, “Schriften der Königsberger Gelehrten Gesellschaft”, 2, 1924, pp. 31–87). L’ultimo proto-codice della passio di S. Caterina, risalente alla metà del X secolo, fu scritto da Simone Metafraste (morto dopo il 985), teologo bizantino. Una collazione delle passioni greche e latine si deve a Giovanni Battista Bronzini (Matera, 4 Settembre 1925 – Bari, 17 Marzo 2002), antropologo e storico delle tradizioni popolari (cfr. G. B. Bronzini, La leggenda di Santa Caterina di Alessandria. Passioni greche e latine, “Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei”. Memorie, Classe di Scienze Morali, 8/IX, 1960, pp. 257–416).

Sulla Santa esiste una vasta bibliografia, per cui ci limitiamo soltanto a segnalare al lettore le opere fondamentali, nel caso desideri approfondire l’argomento (cfr. J. P. Migne, Patrologiæ Cursus Completus. Series Græca, CXVI, coll. 276–301; A. N. Didron, P. Durand, ed., Manuel d’iconographie chretienne grecque et latine, Imprimerie Royale, Paris 1845, pp. 372–375; Société des Bollandistes, ed., Bibliotheca hagiographica graeca seu Elenchus vitarum sanctorum graece typis impressarum, Apud editories, Brussels 1895, s.v. Aecaterina; H. Varnhagen, Zur Geschichte der Legende des Katharina von Alexandrien, F. Junge, Erlangen 1891, V+51 pp.; D. Balboni, G. B. Bronzini, M. V. Brandi, Caterina di Alessandria, santa, “Bibliotheca Sanctorum”, III, coll. 954-978; G. S. Giamberardini, S. Caterina d’Alessandria, Quad. de la Terra Santa, Franciscan Prov., Jerusalem 1978, 45 pp.; R. Tollo, Santa Caterina d’Alessandria: icona della teosofia, Biblioteca Egidiana, 2015, 128 pp.; R. Coursault, Sainte Catherine d’Alexandrie: le Mythe et la Tradition, Paris, Editions Maisonneuve Larose, 1984, 134 pp.; Ch. Walsh, The Cult of St Katherine of Alexandria in Early Medieval Europe, Routledge, London 2007, 244 pp.; C. Caserta, a cura di, Sulla scia di Pantaleone da Nicomedia. I santi taumaturgi Cosma e Damiano venerati a Ravello: storiografia e culto. Atti del IV Convegno di Studi – Ravello, 24–25 luglio 2007. Caterina d’Alessandria tra culto orientale e insediamenti italici. Atti del V Convegno di Studi – Ravello, 24-25 luglio 2008, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2012, 316 pp.).

La diffusione del culto cateriniano in occidente ricevette un notevole impulso a seguito della prima crociata, anche se non è da escludere una preesistenza legata alle repubbliche marinare ed ai loro frequenti contatti commerciali con l’Oriente.

In Francia sono documentate alcune varie vetrate che raffigurano episodi agiografici riguardanti proprio la Santa alessandrina (Cattedrale di Angers, XII–XIII sec.; Chartres, attribuita agli anni 1220–27). Nella più antica iconografia plastica trecentesca, relativa alla Santa ed attualmente nota, che si conserva nella chiesa di Saint–Florentin (département de Yonne, Bourgogne–Franche–Comté), essa è raffigurata reggente con la destra una piccola ruota dentata (cfr. J. Hall, Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’arte, introduzione di K. Clark. traduzione di M. Archer, edizione italiana a cura di N. Forti Grazzini, Longanesi & C., 1983, 430 pp., in particolare, pp. 221–222 e 380–381). Similmente, ma in controparte, è effigiata nella statua in marmo di Carrara, opera di André Beauneveu, della Chapelle des Comtes nella chiesa di Notre-Dame di Courtrai (1374–1386).

Relativamente all’ambito palermitano, nella capitale del Regno di Sicilia, per volontà della casata dei Mastrangelo, tra il 1312 e il 1313 fu edificata la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, con annesso monastero femminile, sotto la regola di Sant’Agostino e l’attenta cura dei frati predicatori, comprensiva di una struttura ospedaliera [cfr. P. Sardina, Il monastero di Santa Caterina e la città di Palermo (secoli XIV e XV), Quaderni – Mediterranea. Ricerche storiche, 29, Associazione Mediterranea, Palermo 2016, p. 29]. Nella penisola italiana, inoltre, vi sono degli esempi del culto di S. Caterina d’Alessandria in relazione ad ambiti marinari (ad es. ad Alassio in Liguria).

Tornando alla chiesa di S. Caterina d’Alessandria Egiziaca in Termini Imerese, ci preme chiarire l’invalidità di una affermazione del poligrafo Mariano De Michele e De Michele dei baroni di S. Giuseppe (Termini Imerese, 27 Febbraio 1770 – Palermo, 9 Gennaio 1848), accademico euraceo con lo pseudonimo di Laurillo Signoresio. Il De Michele fu autore  di un discorso inedito, del quale si ignora quando sia stato pubblicamente recitato, che si conserva manoscritto presso la Biblioteca comunale Liciniana di Termini Imerese (d’ora in poi BLT), con il titolo L’Ebreismo di Termini Imerese. Il manoscritto fu edito nel 1950 dall’ASCI di Termini, sotto forma di testo ciclostilato, con la trascrizione curata dal benemerito notaio Ignazio Candioto. In tale discorso accademico sono condensati i risultati di una ricerca archivistica, basata soprattutto sui rogiti notarili del XV secolo, relativa alle vicissitudini della locale comunità giudaica e del loro luogo di culto (sinagoga), denominato Moschita, termine mutuato dalla lingua araba, che egli correttamente collocò nel sito del monastero delle clarisse sotto il titolo di S. Marco Evangelista, prospettante sulla Ruga. Ci preme qui sottolineare che la strada (ruga) per antonomasia di questo settore dell’area urbana, limitato dalle mura civiche, era l’attuale Via Garibaldi, a quel tempo chiamata Ruga Barlachiorum o Ruga Barlaxiorum, che prendeva nome dal quartiere dei Barlaci, a sua volta da Parlasci o Barlasci, derivato dal greco perilasion ‘anfiteatro’ (cfr. A. Contino, Aqua Himerae. Idrografia antica ed attuale dell’area urbana e del territorio di Termini Imerese (Sicilia centro-settentrionale), Giambra, Terme Vigliatore, Messina 2019, p. 47).

Nella trascrizione del manoscritto demicheliano, edita dal Candioto (pp. 26–28) si legge che il quartiere giudaico si estendeva «sino alla Chiesa di S. Caterina, la quale Chiesa però non era in quel sito, dove si trova adesso un’altra Chiesa di S. Caterina, ma vicino al presente monastero di S. Marco, come appresso vi farò vedere». Ed infatti, poco oltre il De Michele riferisce di «un atto di N.[ota]r Giuliano Bonafede del 1412 ai [lacuna] di Luglio» che «fa menzione d’una casa nel quartiere di Caltigegne, contigua da un lato alla chiesa di S. Caterina, e dall’altro lato alla Moscheta de’ Giudei». Ed indi sostiene che «la Chiesa di S. Caterina di que’ tempi e nominata in quest’atto di N.[ota]r Giuliano Bonafede, non era la stessa, che noi veggiamo adesso ed ora passo a provarvelo come già dissi. Avvi un atto di N.[ota]r Enrico La Tegera del 1478 a [lacuna] 8bre in cui si nomina la Chiesa di S. Caterina nuovamente fabbricata nel piano de’ Barlaci. Da quest’atto chiaramente si scorge primo, che dovea esservi o esservi stata un’altra chiesa di S. Caterina, mentre dice essere stata nuovamente fabbricata; secondo, che questa S. Caterina nuovamente fabbricata, non può essere affatto quella nominata dal N.[ota]r Bonafede, mentre che quella vien situata nel quartiere di Caltigegne, e questa nel piano de’ Barlaci.  Ecco che resta senza alcun dubbio provato, che la Chiesa di S. Caterina nominata da N.[ota]r Bonafede Giuliano era diversa di questa presente nominata da  N.[ota]r Enrico La Tegera, e che quella poteva essere situata benissimo vicino alla Moscheta de’ Giudei, ancoché essa fosse stata come vi ho dimostrato, nel luogo stesso, ove adesso veggiamo il Monastero di S. Marco. Se poi questo luogo della Moscheta apparteneva al piano de’ Barlaci, od al quartiere di Caltigegne, io non so deciderlo, il certo si è ch’era ne’ confini dell’uno e dell’altro, poiché la Moscheta da un lato aveva una casa intermedia tra essa e la Chiesa di S. Caterina, situata nel quartiere di Caltigegne, come vidimo [sic] nell’atto sopra citato di  N.[ota]r Giuliano Bonafede».

Nonostante il presunto supporto delle fonti notarili, che dovrebbe essere ineccepibile, le asserzioni del De Michele, relative all’esistenza di una primitiva chiesa di S. Caterina d’Alessandria, presso la giudecca degli ebrei, quest’ultima nel sito del ex monastero di S. Chiara sotto il titolo di S. Marco, e di una successiva tardo quattrocentesca, corrispondente all’attuale luogo di culto eponimo, sono totalmente prive di fondamento e legate ad un errore.

Infatti, il rogito di notar Giuliano Bonafede di Termini Imerese, citato dal De Michele, è stato da noi rintracciato tra i registri del detto notaio (conservati presso la sezione di Termini Imerese dell’Archivio di Stato di Palermo, fondo notai defunti, vol. 12829), ma dalla sua lettura non si ricava alcun sostegno alle curiose asserzioni del detto poligrafo termitano. Si tratta, infatti, di un lascito testamentario, disposto dal giudeo Xanono de Brachio (o de Bracca), datato 24 Luglio Va Indizione 1412. In esso, il testatore dispose di fare dono alla Miskita (giudecca) di una casa di sua proprietà confinante (muro comune mediante) con la chiesa di S. Caterina ed altri confini. Nell’atto notarile appare in tutta la sua lampante evidenza che è l’abitazione donata ad essere sita a tergo della chiesa di S. Caterina d’Alessandria, non la Miskita, alla quale era destinata in elargizione!

Curiosamente, anche la studiosa Angela Scandaliato, purtroppo fidandosi acriticamente delle affermazioni del De Michele, ha finito per perpetuare l’errore del poligrafo termitano che è entrato così nella moderna storiografia giudaica di Sicilia: «Una prima Sinagoga, com’è stato chiarito dal De Michele, si trovava nel quartiere Celtigegne vicino la chiesa di S. Caterina, dopo l’espulsione trasformata in Badia» (cfr. A. Scandaliato, La Giudecca di Termini Imerese nel XV secolo: il divorzio tra Lazzaro Sacerdoto e Perna, in “Atti della Accademia di Scienze, Lettere e Arti di Palermo”, s. V, vol. XIV, anno accademico 1993–94, parte seconda: Lettere, pp. 9-26, in particolare, p. 10 e nota n. 4 a p. 24: «ll De Michelis trae la notizia sulla prima sinagoga da un atto dcl Not. Giuliano Bonafede  del 9 Novembre l411 in cui si parla del legato di Xanono de Bracha alla Meschita di Termini, c da un altro in cui si parla d’una casa posta nel quartiere Celtigegne confinante da un lato con la Chiesa di S. Caterina e dall’altra con la Meschita»).

In realtà, non vi sono dubbi che la chiesa di S. Caterina, come già accennato in  precedenza, sia documentata agli esordi del Quattrocento. La chiesa era chiaramente ubicata nel piano che prendeva nome dal detto luogo di culto, dove si apriva la porta civica detta di Caltigegne, inserita nella cinta muraria medievale, con l’omonimo quartiere, come attestano due rogiti di notar Giuliano Bonafede del 6 Ottobre IIIa Indizione 1409 e 20 Aprile XIIa Indizione 1419 (cfr. G. M. Sceusa Provenzano, Termini Imerese Splendidissima, e Fedele Città Della Sicilia, suo Nome, sua Origine, suo culto, e Suoi progressi, sotto i Dominij che il nostro Regno han governato, ms. 1796, BLT, ai segni AR d β 22, f. 47r e v). La chiesa è ancora menzionata in un rogito del detto notaio datato 6 Ottobre IVa Indizione 1410 (cfr. G. M. Sceusa Provenzano, Termini Imerese Splendidissima, e Fedele Città Della Sicilia…cit., f. 48r).

Rimane incerta, invece, la sua esatta collocazione topografica, non fornendo i rogiti sufficienti informazioni a tal proposito, anche se è chiaro che non era isolata, avendo abitazioni confinanti. Relativamente alla Porta di Caltigegne, i rogiti notarili, forniscono indicazioni soltanto sulla sua vicinanza alle rocche del Castello e, in particolare, a quella che agli inizi del Cinquecento appare menzionata come Rocca dell’Orologio, poi inglobata nelle fortificazioni castrensi cinquecentesche (cfr. P. Bova, A. Contino, Termini Imerese, attività militare ed evoluzione del paesaggio: l’esempio della “Rocca dell’Orologio antiquo” tra medioevo e Settecento, “Esperonews”, 20 Dicembre 2020, in questa testata giornalistica on-line). E’ possibile che la porta, avendo un eminente carattere funzionale e difensivo–militare, fosse a un solo fornice e disposta in una rientranza, non nella linea del muro, in modo che l’ingresso potesse essere opportunamente sorvegliato e difeso. Un indizio di ciò si ha dall’esistenza, ancora nella prima metà del Cinquecento, del toponimo lagnuni, cioè dell’angolo, del cantone, relativo al quartiere, prospiciente sul Piano di S. Caterina, che sorgeva sul fianco nord-occidentale della Rocca dell’Orologio. La strada di S. Basilio (Ruga Sancti Basilii), conduceva poi dal detto piano inerpicandosi sino al Castello sulla vetta della rocca, dove era la chiesa castrense dedicata al santo di Cesarea, contigua con la torre mastra della fortezza medievale (cfr. P. Bova, A, Contino, Geomorfologia antropogenica legata ad attività militari: l’esempio della Rocca del Castello di Termini Imerese dall’Antichità al 1950, “Esperonews”, 14 Settembre 2020, on-line in questa testata giornalistica). Un rogito del 15 Febbraio Va Indizione 1412, sempre in notar Bonafede, rammenta le tre chiese di S. Giovanni Battista, S. Basilio e SS. Salvatore (cfr. G. M. Sceusa Provenzano, Termini Imerese Splendidissima, e Fedele Città Della Sicilia…cit., f. 48r), legate dal fatto che prospettavano sugli omonimi assi viari che rappresentavano le principali arterie di questo settore urbano.

Nelle more della realizzazione della novella cinta bastionata cinquecentesca, scomparve la porta civica medievale di Caltigegne e fu realizzato un nuovo ingresso civico che, tra l’altro prese anche il nome di Porta di S. Caterina. Tale toponimo, ad esempio, è attestato nella planimetria delle fortificazioni di Termine e nella Pianta del Castello di Termine, inserite nell’opera ms. della Biblioteca Nacional de España in Madrid, Plantas de todas las plaças y fortaleças del Reyno de Sicilia sacadas de orde[n] de Su Mag[esta]d el Rey D[on]. Phelippe Quarto anno de CIƆIƆCXXXX (pp. 93–93) ai segni Mss 1. Tali piante recano la firma autografa del valente disegnatore, incisore e cartografo Francesco Negro, ma i rilievi furono realizzati grazie all’indispensabile contributo scientifico di Carlo Maria Ventimiglia Ruiz (1576–1662), letterato, filosofo, matematico, astronomo e geodeta siciliano.

La porta civica medievale di Caltigegne, pur essendo ubicata nel Piano di S. Caterina, doveva essere collocata ad una certa distanza dalla chiesa eponima, poiché la documentazione archivistica giammai le collega direttamente, bensì attraverso il pianoro. Questo ingresso, in quanto elemento inserito nelle mura di recinzione, era parte fondante dell’identità civica della comunità, costituendo un passaggio che aveva la funzione eminente di collegare ciò che era extra moenia con ciò che era intra moenia, in uno spazio condiviso ben circoscritto da una barriera fisica, percezione che da quando è scomparsa la Termini murata è definitivamente tramontata (cfr., a tal proposito, J. Le Goff, Costruzione e distruzione della città murata: un programma di riflessione e di ricerca, in C. De Seta, J. Le Goff, a cura di, La città e le mura, Laterza, Bari-Roma 1989, pp. 1–10). Questa porta civica era particolarmente strategica, visto che era attraversata da una via di transito che permetteva l’accesso in ambito urbano, attraverso la scomparsa caletta della Fossola, dal livello del mare sino ad una settantina di metri di quota. La porta di Caltigegne, inoltre, era collocata in corrispondenza di un avvallamento, lungo la direttrice di deflusso preferenziale delle acque di ruscellamento, avendo le mura incorporato nell’area urbana la zona di testata del Vallone della Fossola. Questo assetto geomorfologico favorì l’origine dell’abitudine di smaltire attraverso il torrente i rifiuti, provenienti soprattutto dai vicini macelli (cfr. P. Bova, A. Contino, Termini Imerese, un mulino a vento tra S. Caterina e S. Giovanni nel Cinquecento, “Esperonews”, 15 Novembre 2022, on-line in questa testata giornalistica).

Diversi dati geognostici, derivanti da indagini dirette eseguite nell’area dell’antico Piano di S. Caterina (oggi Piazza S. Giovanni), attestano l’esistenza di spessori di ben oltre 4 m di materiali di riempimento legati alle opere di colmata, tardo-cinquecentesche dell’antica zona di testata del Vallone Fossola che si addentrava all’interno dell’area urbana e che dovette costituire una importante linea di deflusso naturale delle acque superficiali sin dall’antichità (cfr. A. Contino, Aqua Himerae…cit. p. 181). Tracce tangibili relative ad opere di smaltimento (canali e canalette) di epoca romana, appaiono documentate nei saggi archeologici effettuati nel 1996 proprio all’interno della nostra chiesa di S. Caterina d’Alessandria (cfr. A. Burgio, Saggio archeologico nella Chiesa di S. Caterina d’Alessandria di Termini Imerese, in AA.VV., Archeologia e Territorio, Palumbo, Palermo 1997, pp. 237–249). Esse, a nostro avviso, trovano la loro giustificazione proprio nella regimazione delle acque in relazione alla presenza dell’antica zona di testata torrentizia intra moenia del Vallone della Fossola.

La porta medievale di Caltigegne, che separava questa zona dalla restante parte dell’alveo torrentizio, fu sacrificata a seguito delle operazioni di ammodernamento delle ormai obsolete strutture difensive, rese necessarie dal progresso tecnico raggiunto nel campo dell’arte militare delle tecniche di assedio (poliorcetica), tramite l’inserimento di strutture bastionate, capaci di contrastare la diffusione sempre più massiccia delle micidiali armi da fuoco. Strutture fortificate della nuova cinta muraria di Termini che furono poi realizzate nel 1556–1591, mentre quelle castrensi furono edificate nel 1553–1580.

Il vasto e contiguo Piano delli Barlaxi, aveva come estremi, da un lato la detta chiesa di S. Caterina e dall’altro quella di S. Antonio Abate (oggi distrutta, collocata grossomodo all’imbocco dell’attuale Via Castellana nel Viale Belvedere Principe di Piemonte). Ciò risulta dagli atti di notar Antonio Bonafede del giorno 8 Febbraio VIIa Indizione 1474, dove si protesta di non poter produrre suoli di case in detto piano, che comprendeva anche un settore extra moenia, restando di esclusiva pertinenza dei Giudei, per loro sepoltura, come da ordine viceregio (cfr. G. M. Sceusa Provenzano, Termini Imerese Splendidissima, e Fedele Città Della Sicilia…cit., ff. 48v–49r).

Dai rogiti sappiamo che, ancora poco dopo la metà del Cinquecento, accanto alla chiesa di S. Caterina vi era una pertinenza di detto edificio di culto, nello specifico un giardino recintato di una certa estensione visto che appare designato come xilba seu Territorio (cfr. P. Bova, A. Contino, Termini Imerese, un mulino a vento tra S. Caterina e S. Giovanni nel Cinquecento, “Esperonews”…cit.). Ebbene, il lemma xilba/xirba o chirba/ghirba deriva dall’arabo ḫirba ‘edificio in rovina’ (cfr. G. Caracausi, Arabismi medievali di Sicilia, Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani, Palermo, 1983, s.v. chirba, pp. 187–189; D. A. Agius, Siculo Arabic, Library of Arabic Linguistic, n.° 12, Routledge, New York 2012, 588 pp., in particolare, p. 266), praticamente sinonimo di casalinu ‘edificio abbandonato’ (cfr. A. Giuffrida, G. A. Rinaldi, a cura di, Il “Caternu” dell’abate Angelo Senisio: l’amministrazione del Monastero di San Martino delle Scale dal 1371 al 1381, Collezione di testi siciliani dei secoli XIV e XV, vol. XVIII, Centro di studi filologiche e linguistici siciliani, 1989, p. 10). Pertanto, si doveva trattare di un edificio preesistente o piuttosto di un complesso di edifici,  che, nel loro insieme, dovevano avere una certa estensione areale, ed erano ormai in rovina, tanto che per coalescenza, si era creato un grande giardino d’inverno di pertinenza della chiesa di S. Caterina. Nasce il sospetto che proprio nel sito di questa insula, trasformata a giardino, sorgesse la primitiva chiesa di S. Caterina d’Alessandria Egiziaca, mentre quella attuale corrisponderebbe all’edificio di culto “nuovamente fabbricato” cui allude il rogito di notar Enrico La Tegera di Termini, dell’Ottobre 1478, ricordato dal De Michele. Nelle more di tale ipotesi, il portale trecentesco apparterrebbe proprio al diruto edificio di culto ed avrebbe subito un ulteriore spostamento, oltre alla riorientazione già citata. La questione, allo stato attuale delle ricerche, appare comunque aperta, non disponendo di ulteriori dati probanti.

Concludendo, questa nostra ricerca ha permesso di chiarire alcuni aspetti storici, artistici e geoarcheologici relativi alla chiesa di S. Caterina d’Alessandria Egiziaca in Termini Imerese. Purtroppo, la mancanza di fonti documentarie antecedenti al 1407–8, allo stato attuale delle ricerche, determina il perdurare di alcune zone d’ombra nell’affascinante storia di questo antico luogo di fede, le cui origini affondano nella seconda metà del Trecento, ancora da riscoprire e, soprattutto, da rivalutare.

Patrizia Bova e Antonio Contino

 

Ringraziamenti: vogliamo esternare la nostra più sincera gratitudine, per l’essenziale supporto logistico nelle nostre ricerche e per la consueta disponibilità, rispettivamente, al direttore ed al personale della Biblioteca comunale Liciniana di Termini Imerese e della sezione di Termini Imerese dell’Archivio di Stato di Palermo.