Il conflitto israelo-palestinese e il futuro di due popoli

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Dal 1967, dopo una pesante sconfitta militare, i palestinesi sono stati costretti a cedere la gran parte del territorio che avrebbe dovuto costituire il loro Stato.

Da allora, la colonizzazione israeliana di quell’area non si è mai fermata ed il popolo palestinese è stato confinato in una piccola riserva martirizzata dalla fame e dalle  povertà. Gli israeliani hanno scatenato contro questo popolo un vero e proprio apartheid non meno feroce di altri simili fenomeni  verificatisi in altri contesti.
Le risoluzioni dell’ONU che imponevano ad Israele di restituire i territori illegittimamente occupati non sono state mai rispettate. Anzi, progressivamente, sono stati occupati altri territori costringendo i palestenisi ad abbondonare le loro case e i campi che coltivavano da centinaia di anni.
La reazione degli arabi, caratterizzata da Arafat in senso laico e socialista, aveva suscitato, inizialmente, un certo consenso internazionale ma, successivamente, il carattere fondamentalista   della risposta difensiva, più che uno sbocco, ne ha prodotto un grave isolamento.
Da punto di vista delle forze militari schierate in campo, il conflitto tra Israele e Palestina era, però,   deciso sul nascere.
La Germania assicurava ad Israele, con insuperabile senso di colpa, un appoggio incondizionato. La Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti hanno fatto altrettanto. Un piccolo Stato, grande quanto la Sicilia, riusciva a  diventare una grande potenza mondiale capace di condizionare da sola tutto l’assetto del Medio Oriente.
Nell’Italia della prima Repubblica, tuttavia, la sinistra e una parte avanzata della DC tentarono un percorso diverso e di cooperazione verso la Palestina e il Mondo Arabo: la Pira, Mattei, Craxi, Berlinguer, ne furono gli interpreti principali. Quella politica  fu osteggiata in tutti i modi soprattutto dagli Stati Uniti.
Se  avesse avuto successo, forse, sarebbero cambiati i destini del mondo arabo e anche l’Italia ne avrebbe  avuto grande vantaggio, collocandosi al centro di un esemplare processo di pace e di sviluppo.
Chi scrive appartiene ad una generazione che interpretava la questione palestinese come espressione dello stesso disegno imperialista che, come in Vietnam, in Palestina e in Cile, era pronta a  garantire interessi economici oscuri ed illegittimi che sbarravano la strada  alla libertà e alla democrazia.
Oggi fa un effetto penoso vedere sulla stessa sponda Salvini, Meloni, 5 Stelle, PD, pronti ad esprimere solideriatà a Israele e a Netanyhau, sul procinto di essere travolto dagli scandali che lo riguardano.
Lo Stato di Israele sarebbe messo in discussione da un po’ di petardi, peraltro sempre intercettati, lanciati da Hamas, mentre l’impressionante potenziale bellico israeliano prepara la devastazione aerea di ciò che rimane della riserva palestinese al fine di occuparla definitivamente con la invasione di truppe terrestri.
In realtà, dunque, ciò che veramente  questa crisi mette in discussione è la possibilità stessa della nascita di uno Stato Palestinese.
Questa la storia e la cronaca. Disinformazione e mistificazione ne costituiscono i connotati salienti.
Tuttavia ci piacerebbe allargare ancora un poco l’angolo di visuale di questa questione e ancorarmi invece, per una volta, a un fondamento utopistico.
Le guerre di religione hanno insaguinato la storia della umanità più di qualsiasi altra causa. Israele dimostra di essere fondamentalista quanto Hamasel’Occidente tenta di risolvere le proprie contraddizioni con  la forza delle armi e la prepotenza.
Certo i pretesti religiosi i spesso sono  fuorvianti, ma non per questo è opportuno ignorarne il peso  e la influenza che esercitano.
E’ ormai difficile credere che nasceranno i due Stati cosi come vanamente indicato da sempre dall’Onu. La soluzione della questione sembra, oramai, approdare alla riduzione ad un solo Stato. Quello Israeliano. E non si può essere così ciechi da non vedere che questo costituirà una seria minaccia alla pace del mondo.
Mi piace pensare alla utopia non di due Stati e due Popoli, ma di un sola popolazione gestita da un Protettorato della Comunita  Internazionale. Un protettorato né Iraeliano nè Palestìnese, che anche in forza delle ataviche contaminazioni culturali di quell’area, operi nello stesso territorio con eguali diritti e regole democratiche per tutti, secondo principi di diritto naturale di pace, eguaglianza e libertà.
La sanità e l’istruzione, in questa comunità utopica, sono diritti di tutti. La libertà di religione è garantita ad ognuno, al lavoro accedono tutti senza sostanziali differenze delle retribuzioni. Questo  protettorato guarda ai paesi e agli altri popoli del mondo con curiosità, interesse e cooperazione. Naturalmente all’elettorato attivo e passivo accedono tutti, ma tra il potere centrale e la base si costituiscono corpi intermedi che hanno il compito, verso l’alto e verso il basso, di alimentare e garantire il processo democratico delle decisioni.
Ma il protettarato è solo transitorio perchè la caratteristiche della nuova organizzazione politica e sociale presto lo renderanno non più necessario. In esso, dato il vantaggio che tutti otterrranno, si  ridurrà  progressivamente il peso del potere centrale a favore di forme della autogestione collettiva  favorita dai  corpi intermedi.
Naturalmente le basi della economia non saranno  più costituite dalle orgie consumistiche e dalla  folle rincorsa all’aumento del PIL che divora le risorse del pianeta, ma da una equa politica di produzione non più capitalistica ma ambientalista e da una distribuzione della ricchezza che favorisca  gli interessi collettivi.
Se ci chiedete dove si deve realizzare tutto questo risponderemmo: “senza ombra di dubbio, in primo luogo in Israele e in Palestina, e poi nel mondo intero”.
Salvatore Arrigo