Giuseppe Tomasi di Lampedusa e la lettera di Vittorini che stroncò il romanzo Il gattorpado

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Sarebbe un incorrere nel proverbiale “portar vasi a Samo” se da parte nostra si pretendesse di scrivere un medaglione su Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Palermo 1896 ivi 1957), la cui storia della vita e delle opere è nota a tutti,

non solo, ma è stata divulgata e continua a esserlo, anche se spesso con qualche pretesa di primazia che non può che indurre al compatimento. Questa premessa per confermare che la nostra scelta di linea per i medaglioni tende ragionevolmente a dare precedenza a quanti tra i siciliani di un territorio, di volta in volta indagato, siano potuti rimanere in ombra rispetto ai tanti più fortunati ed emergenti. Dopo questa premessa non esitiamo ad aggiungere che un medaglione su Tomasi di Lampedusa scrittore lo proponiamo solo perché, almeno fino a oggi, unici possessori di un documento famoso: la lettera che per consuetudine venne denominata “Del gran rifiuto” scritta da Elio Vittorini, con la quale veniva comunicato all’autore la decisione di non accettare il romanzo “Il gattopardo”. Lettera che noi abbiamo pubblicato il 31 marzo 1979 sulla pagina culturale del quotidiano catanese La Sicilia a corredo di un nostro servizio particolare, sul convegno di studi che si era svolto a Palermo sul Gattopardo.
Il  successo del romanzo, dopo la morte dell’autore e dopo che Giorgio Bassani, ricevendo il manoscritto per interessamento della vedova dello scrittore, fece pubblicare dalla Feltrinelli, si è immediatamente destinato ad accoglienze trionfali anche all’estero. Tale accoglienza non solo non ha smesso di continuare a esserci ma ha anche continuato a interessare studiosi di ogni genere e grado e fino a dare produzioni da invenzioni dell’acqua calda. Ci riferiamo a certe vanterie in provincia, che altro non confermano se non la popolarità raggiunta dell’opera principale dello scrittore palermitano, che spesso viene ricordato nella sua storica qualità di principe. Ed ecco perché non esitiamo, per correttezza di informazione, e a giustificazione di quanto premesso, di rinviare i lettori di questo medaglione allo studio completo che, sia sulla intera famiglia Tomasi di Lampedusa, sia sulla realtà storica nella Sicilia degli anni precedenti e contemporanei rispetto a quelli  in cui è vissuto e ha operato lo scrittore autore de Il gattorpado, informa con resoconti di “prima mano”.
L’opera cui responsabilmente rinviamo e quella del compianto Andrea Vitello che ha dedicato l’intera sua vita alla stesura del volume di quattrocentoottantacinque pagine intitolata “Giuseppe Tomasi di Lampedusa” e edito da Sellerio nel mese di giugno 1987. 
Nessuna pretesa dunque di scrivere un medaglione sul personaggio autore del Gattopardo e dei racconti di Lighea  dal momento che tutto è abbastanza noto e ampliamente divulgato anche in libri che hanno fatto il punto sul successo cinematografico del romanzo del Tomasi. Solo una curiosità che non è certo da poter classificare fine a sé stessa, e che sarà utile far conoscere a futura memoria integrativa rispetto alla storia del romanzo. Ed è far conoscere da quali travagli e amarezze Giuseppe Tomasi venne offeso finché rimase in vita, proprio per l’opera che dopo la sua morte avrebbe segnato i plausi di una universalità di lettori che lo poterono apprezzare nelle traduzioni sollecitate, realizzate per conto di editori di tutti i  Paese del mondo. Addirittura nella gara al primato sono i russi che continuano a vantare di essere stati i primi, proprio ai tempi della ormai lontana memoria della URSS (Unione Repubbliche Socialiste Sovietiche) a divulgare l’edizione in cirillico de Il gattopardo.
Ma veniamo al dunque per concludere con la riproduzione della ingiustamente ignorata copia della lettera con cui Elio Vittorini dà motivazione del rifiuto: Milano, via Sant’Orsola 4 – telefono 860662 ‘Milano, 2 luglio 1957 – Egregio Signor Giuseppe Tornasi, via Bufera, 28 • Palermo
Egregio Tornasi, il suo “Gattopardo” l’ho letto davvero con interesse e attenzione. Anche se come modi, tono, linguaggio e impostazione narrativa può apparire piuttosto vecchiotto, da fine Ottocento, il suo è un libro molto serio e onesto, dove sincerità e impegno riescono a toccare il segno in momenti di acuta analisi psicologica, come nel capitolo quinto, forse il più convincente di tutto il romanzo (n.d.r.: si tratta del capitolo della morte; in quel dattiloscritto mancavano due capitoli: le vacanze di padre Pirrone e il ballo). «Tuttavìa, devo dirle la verità, esso non mi pare sufficientemente equilibrato nelle sue parti, e io credo che questo “squilibrio” sia dovuto ai due interessi, saggistico (storia, sociologia, eccetera…) e narrativo, che si incontrano e scontrano nel libro con prevalenza, in gran parti, del primo sul secondo. «Per più d’una buona metà, ad esempio, il romanzo rasenta la prolissità nel descrivere la giornata del “giovane signore” siciliano (la recita quotidiana del Rosario, la passeggiata in giardino col cane Bendicò», la cena a Villa Salina, “il salto” a Palermo, dall’amante, eccetera…) mentre il resto finisce per risultare piuttosto schematico e affrettato. ‘Voglio dire che, seguendo passo passo il filo della storia di don Fabrizio Salina, il libro non riesce a diventare (come vorrebbe) il racconto d’un’epoca e, insieme, il racconto della decadenza di quell’epoca, ma piuttosto la descrizione delle reazioni psicologiche del principe alle modificazioni politiche e sociali di quell’ epoca. E in questo senso, per la verità, non mi sembrano letterariamente nuovi i rapporti di don Fabrizio col nipote “garibaldino” Tancredi o col rappresentante della ‘nuova classe in ascesa, don Calogero Sedara, o il matrimonio di Tancredi con Angelica, la figlia del Sedara, eccetera…’ Il linguaggio, più che le scene e le situazioni, mi pare riveli meglio, qua e là, il prevalente interesse saggistico-sociologico del romanzo. Mi permetto di citarle qualche brano per maggiore chiarezza. “La parola snob era ignorata in Sicilia nel 1860: ma così come prima di Koch esistevano i tubercolotici, così in Sicilia, ecc. ecc. snob è il contrario dell’invidioso…” pag. 82; “Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni onirìche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblìo, le schioppettate e le coltellate desiderio di morte… la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera e di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che volesse scrutare gli enigmi dal nirvana…” pag. 128, ecc… ecc…. Veda ancora  in proposito il lungo colloquio di don Fabrizio Salina con l’inviato piemontese Chevalley, da pagina 124 a pagina 133, e soprattutto i ‘discorsi’ del principe al piemontese. ‘Queste, in definitiva, sono le mie impressioni di lettore e gliele comunico pensando che, in qualche modo, potrebbero anche interessarle. ‘Per il resto, purtroppo, mi trovo nell’assoluta impossibilità di prendere impegni o fare promesse, perché il programma dei “Gettoni” è ormai chiuso per almeno quattro anni. Ho già in riserva, accettati per la pubblicazione, una ventina di manoscritti che potranno uscire al ritmo di non più di quattro l’anno. Il manoscritto glielo faccio avere con plico a parte. Con i migliori saluti, suo
Elio Vittorini».
Stranamente questa lettera non  è stata ripresa per essere commentata. Una “inibizione” che continua da 41 anni, rispetto alla data della prima pubblicazione che ne abbiamo fatta come prima citato. Sicuramente tale silenzio ha i suoi significati. Significati che la storia della letteratura non può sopportare nemmeno quando le intenzioni possano apparire giustificate: per evitare una caduta di stima nei confronti del “Grande” Vittorini.  O di ritenere oltraggio verso i meriti universalmente consolidati e corali del romanzo di Tomasi. Nell’un caso come nell’altro il discorso non può avere alcun valore fondato. D’altra parte il discorso e l’allusione che Vittorini sviluppa con diplomatica reticenza pare voglia riferirsi al romanzo di Federico De Roberto I Viceré, dove persino il cambiar tutto perché tutto possa rimanere come era insieme a certo evocare momenti e realtà di una Sicilia pregressa e sempre attuale, aveva avuto un autore che l’aveva degnamente celebrata. Ecco la nostra conclusione che intanto non vuole condannare Elio Vittorini, ma non vuole nemmeno esaltare lo sperticato gattopardismo di chi non ha letto i Viceré.  Opera edita mezzo secolo prima de Il gattopardo.
Mario Grasso