Marcello Cimino, l’intellettuale comunista soave e gentile

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Due diverse occasioni recenti hanno riportato all’attenzione delle cronache culturali riguardanti la Sicilia il nome di Marcello Cimino (Palermo 1920- 1989).

Diverse perché una, quella di Goffredo Fofi pubblicata da Dialoghi Mediterranei a firma del noto saggista e critico letterario è un’occasione mirata a evocare la figura e le opere dell’intellettuale e giornalista palermitano, prendendo spunto dal libro Storia del separatismo siciliano 1943/45 (Asino edizioni). L’altra è una intelligente e puntuale citazione della nota giornalista catanese Ombretta Grasso, sul quotidiano La Sicilia del  2 settembre 2019. Citazione di una bizzarra circostanza altrettanto insolitamente unica nella sua genericità culturale riguardante l’Isola del gioco con i tarocchi e i tarocchi stessi. Avventura  nella quale Marcello Cimino aveva accettato di essere coinvolto per curiosità professionale di giornalista  e arrendevole indole di straordinaria gentilezza personale, dote spiccante e costante riconosciutagli da quanti hanno avuto frequentazioni le più diverse con questo palermitano, figlio di un generale dell’esercito sabaudo dei tempi “altri”.
Di entrambe le occasioni citiamo un stralcio per dare documento ai lettori di questo Medaglione che scriviamo in omaggio di una cara e indimenticabile personalità che abbiamo conosciuto e che per qualche ragione legata a certe nostre inchieste di cui è documentato l’esito nel libro Testi e testimonianze (Biancamartina editrice 1976, Udine). In questo nostro libro possiamo leggere infatti una scheda su Giuliana Saladino, moglie e compagna in tandem con quanto d’impegno politico, civile e sociale i due coniugi hanno continuato a svolgere negli anni della “Primavera di Palermo” del secolo sorso. Scrive dunque a un certo punto il puntualissimo e sempre informatissimo Goffredo Fofi: (…) Marcello Cimino ha rappresentato in questo quadro un’eccezione bellissima, con scritti acuti e appassionati. Più che uno storico egli è stato un grande giornalista del gruppo di “L’Ora”, il quotidiano palermitano della sera che, diretto da Vittorio Nisticò, ha avuto un ruolo fondamentale nella vita politica e culturale dell’Isola e anzitutto della sua capitale, negli anni della ricostruzione, fin dentro quelli del miracolo economico. Cimino (1920-1989) ha rievocato le sue esperienze politiche e professionali in un libro-intervista di Michele Perriera, Vita e morte di un comunista soave (Sellerio1990), uscito poco dopo la sua morte. E di lui ha raccontato la sua straordinaria compagna, Giuliana Saladino (1925-1999), anche lei giornalista, autrice di un’inchiesta sull’omicidio per mano mafiosa del giornalista Mauro De Mauro, nel 1970 (De Mauro, una cronaca palermitana, 1972), ma anche di Terra di rapina (1977) e del bellissimo Romanzo civile del 2000.  Figlia di Marcello e Giuliana, Marta Cimino, scomparsa nel 2014, è stata una delle animatrici del “movimento dei Marcello Cimino, la Sicilia e la tentazione separatista (…) (Cfr. Dialoghi mediterranei del 1 marzo 2019).   Fofi riporta per i lettori un “ritratto in piedi” di Marcello Cimino, e tra l’altro cita, riproducendone la copertina nelle stesse pagine del succitato suo resoconto analitico-critico, un prezioso libro, edito da Sellerio, che tutti noi siciliani dovremmo leggere (o rileggere): “Vita e morte di un comunista soave”, Palermo, Sellerio 1990. di cui è stato autore altro personaggio e personalità della cultura siciliana, Michele Perriera (Cfr. qui tra i Medaglioni ).
Per chiudere sul rinvio alla citazione aggiungiamo il brano incipit dell’exursus di Fofi come istanza parallela alle nostre intenzioni al momento di redigere questi “Medaglioni” di siciliani del passato prossimo e remoto, di cui spesso dimentichiamo i làsciti culturali di cui dovremmo fruire, anche per rivendicare  i primati di una terra non sempre accolta con esiti adeguati alla sua storia e alla presenza di quanti hanno lasciato indelebili testimonianze di cui trascuriamo il valore nei momenti di confronti: “Perché occuparsi oggi della storia del separatismo siciliano? Anzitutto, perché se ne sa poco o niente, i giovani ne ignorano tutto e i vecchi hanno dimenticato (i sopravvissuti) cosa è stata la storia d’Italia in guerra e in dopoguerra, e il peso che in essa hanno avuto le nostre zone di confine nella loro richiesta di una parziale autonomia, dalla Valle d’Aosta al Sud Tirolo (cioè, per l’Italia, l’Alto Adige), da quella che per molto tempo è stata chiamata Venezia Giulia, con al centro Trieste, alla Sardegna del Partito d’Azione.(…)
Strana quanto insolita l’altra occasione che ricaviamo dalle cronache culturali dello scorso anno, come prima qui scritto. Stavolta la citazione della nota giornalista de La Sicilia scrive il nome di Marcello Cimino, come qui accennato prima, perché lo trova tra i documenti della sua dotta e preziosa ricerca a supporto della cronaca culturale che accompagna l’annuncio di una mostra di carte da gioco, nella quale, appunto, il “digiuno di carte da gioco Marcello Cimino” aveva avuto una sua parte di giornalista e di accompagnatore, nonché, aggiungiamo noi, di ospite gentiluomo. Ed ecco uno stralcio della relazione di Ombretta Grasso: “Questa storia siciliana comincia in un nebbioso pomeriggio d’autunno a Londra nel 1970. Una storia di “semi”, simboli, arte del divertimento e dell’inganno. Il filosofo Michael Dummett, docente di Logica a Oxford, non vede l’ora di arrivare a casa di Sylvia Mann. Da qualche tempo i loro incontri sono diventati un’abitudine: té alle 5 una volta a settimana. L’estate precedente il filosofo ha comprato per curiosità un mazzo di Tarocchi di Marsiglia. Tornato a Londra scopre che c’è una grande collezionista di quelle carte, Sylvia Mann, che ha pezzi anche del Quattrocento. Quel giorno Sylvia gli regala un mazzo di carte moderno. Il filosofo lo sfoglia rapito. Sono Tarocchi Siciliani stampati in Italia, dalla Modiano di Trieste. La Mann non ha altre notizie. Con il mazzo in tasca Dummett scrive alla Modiano, gli rispondono che riproducono le carte per un pubblico esclusivamente siciliano e non ne conoscono diffusione e regole. Un collega a Oxford (Michael aveva “stunatu a testa” a tutti) gli consiglia di parlare con lo storico Denis Mack Smith, autore di una famosa Storia della Sicilia. Questi gli suggerisce di scrivere a Marcello Cimino, giornalista palermitano.
Dummett sbarca sull’Isola nel 1971. Con Cimino, digiuno di Tarocchi,
 ma siciliano doc: gentile, accogliente, affettuoso, vanno a caccia di persone che conoscano il gioco, cercano informazioni in giro per la Sicilia, raccolgono dati che porteranno nel 1989 alla pubblicazione del primo volume sui Tarocchi Siciliani. In Sicilia si è perduta la memoria di questo gioco, che Dummett considera un «momento fondamentale della cultura e dell’intelligenza dei siciliani», un gioco «più affascinante del bridge e della briscola». Senza nulla, assolutamente nulla di esoterico o magico, solo un gioco tessuto di memoria e intelligenza.
I due viaggiatori scoprono che si gioca ancora, con piccolissime variazioni, in quattro cittadine:
 Calatafimi, Mineo, Tortorici e Barcellona Pozzo di Gotto. Perché sopravviva in questi centri nessuno è ancora riuscito a spiegarlo. Fino al re il mazzo è simile a (…)  
Non è stata una vita tutta di rose quella di Marcello Cimino, specialmente tra il principio degli anni 1940 e sin alla fine della seconda guerra mondiale. Laureatosi in Scienze  politiche e poi in giurisprudenza  negli anni in cui la sua famiglia seguiva la destinazione a Firenze del padre, generale dell’Esercito, aveva frequentato il conterraneo Giorgio La Pira e si era formato a una ideologia di sinistra, la stessa che avrebbe coerentemente mantenuto per tutto il resto della sua vita. Ed ecco che nel 1942 la sua attività politica di antifascismo a Palermo  gli procura un anno di carcere. Seguirà altra prigionia in Algeria e questa volta perché chiamato alle armi subito dopo la scarcerazione, era finito prigioniero degli Alleati.  Rientrerà a Palermo nel 1945 quando nella capitale dell’Isola Girolamo Li Causi faceva scuola e dirigeva un foglio a diffusione regionale, La voce della Sicilia, organo del Partito Comunista Italiano, di cui Cimino entrò subito a far parte della redazione interna.
La sua indole e le sue risorse intellettuali, quelle stesse che caratterizzeranno tutta la sua carriera e in vari settori, dalla politica militante al giornalismo, alle cariche direttive,  nei quali si è trovato a ricoprire responsabilità, che lo faranno definire “Comunista soave”. Qualità umane e politiche  che vengono subito apprezzate da Girolamo Li Causi e dalla locale dirigenza del PCI che nel 1948 lo invia a reggere la segreteria politica della Federerazione provinciale del PCI di Agrigento. Qui Cimino resterà dal 1948 al 1952.
Sarà dopo tale esperienza politica “fuori casa” una delle firme più importanti del quotidiano palermitano L’Ora per un buon decennio, infatti le sue collaborazioni di redattore interno finiranno nel 1970, per continuare da esterno. Chiamato a dirigere l’Istituto Gramsci fin dalla fondazione vi  resterà fino alla fine della vita. Altra carica di grande importanza rivestita dall’instancabile Cimino è stata quella di presidente dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia per ben dodici anni, dal 1968 al 1980.
A tanto fervore di attività politiche e culturali tra giornalismo e incarichi di grande responsabilità, Marcello Cimino non ha mai smesso di affiancare le sue ricerche di cultore di storia della Sicilia e informatore dell’esito delle sue attente e profonde ricerche, come continueranno a testimoniare i suoi libri che dalle originarie prime edizioni hanno continuato a essere riproposte da altri editori  sino ai nostri giorni, come per il caso dello studio sul separatismo di cui abbiamo qui riferito prima citando la nota scritta da Goffredo Fofi, il cui titolo originario era stato Fine di una nazione, in edizione  S.F.Flaccovio. Poi la sua firma la troviamo nel libro di Autori vari “Morte di un generale” edito da Mondadori nel 1982, e successivamente con altro studio del 1988 che  ha intitolato Le pietre nello stagno. Un personaggio quello di Cimino che rappresenta la voce più costante della realtà isolana di quegli anni della sua presenza oltre al merito di aver ricordato a tutti noi siciliani la politica di asservimento a stato coloniale nella quale la nostra regione era stata ridotta. Concludiamo con una citazione pertinente che ci dà testimonianza dello spirito culturale di Cimino, il resto, chi vuole lo troverà nel libro di Perriera che abbiamo citato sulla vita del “Comunista soave”: (…) Il rapporto instauratosi tra la Sicilia e l’Italia dopo il 1860 fu un rapporto tipicamente coloniale nella sostanza secondo i più classici modelli delle colonizzazioni camuffate dalla unità statale, molto simile al rapporto Algeria-Francia e Irlanda-Inghilterra e non è senza ragione che tante analogie si possono ritrovare e sono state trovate nel carattere dei popoli algerino, irlandese e siciliano. Questo rapporto entrò a sua volta in crisi a causa della prima guerra mondiale che costrinse lo Stato italiano ad adoperare la principale risorsa della colonia siciliana, l’uomo, non più all’interno del territorio coloniale come mano d’opera a basso costo, ma al di fuori, come carne da macello, sui campi di battaglia, il che creò gravi traumi nella struttura economica siciliana oltre che nella psicologia popolare. Il dopoguerra costituì poi la prima vera occasione di collegamento tra il movimento dei contadini siciliani ed i movimenti popolari che in Italia attaccavano dal basso lo Stato italiano ed il sistema socio-economico su cui esso si basava (…).
Mario Grasso