Cosimo Cristina nella sede dell’Ordine dei Giornalisti: una tavola rotonda e una mostra per raccontare il coraggioso giornalista termitano

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Presso la sede dell’Ordine dei Giornalisti siciliani si è svolto un evento formativo dal titolo “Dedicato a Cosimo Cristina. Dal cemento alla borsa: come è cambiata la mafia in Sicilia” a cui hanno preso parte Umberto Santino, fondatore del Centro di documentazione Peppino Impastato, e i giornalisti Giuseppe Lo Bianco, corrispondente dalla Sicilia per Il Fatto Quotidiano, Nino Paternostro, direttore di Città Nuove, Franco Nicastro, già Consigliere nazionale dell’OdG, e, in collegamento web Rosario Mangiameli, studioso di storia siciliana e docente presso l’Università di Catania e Alberto Spampinato, direttore di Ossigeno per l’Informazione. L’incontro è stato introdotto e moderato da Alfonso Lo Cascio, direttore di Esperonews.

Cosimo Cristina è stato il primo cronista eliminato dalla mafia. Accadeva il 5 maggio 1960. Le circostanze dell’assassinio furono studiate per farlo apparire come un suicidio: il fatto che il suo corpo fosse stato trovato disteso sui binari della ferrovia all’interno della galleria Fossola, vicino Termini Imerese, venne ritenuto una prova sufficiente dagli inquirenti i quali stabilirono che il giovane si era tolto la vita; nessuna perizia autoptica poté avvalorare quella tesi, l’unica non fu eseguita che dopo 6 anni durante i quali non venne svolta alcuna indagine.

Non si trovò nessuno sacerdote disposto a celebrare le esequie: il marchio del suicidio era allora indelebile motivo di discredito; la famiglia, genitori, sorelle e fidanzata, persone modeste e dignitose, si chiuse in un silenzio ostico e impenetrabile.

Nonostante avesse solo 25 anni CoCri, come si firmava, era già un giornalista con un curriculum di tutto rispetto: corrispondente per L’Ora, Il Giorno, Il Corriere della Sera, Il Messaggero, Il Gazzettino e per l’Ansa, Cristina aveva ben presto avvertito il bisogno di maggiore spazio per raccontare, per provare a fornire al pubblico visioni meno attenuate di quelle fornite dalla stampa regionale o nazionale dell’epoca. Nasce con questo intento e senza grandi mezzi economici “Prospettive Siciliane”, settimanale le cui prime pagine sono oggi presentate in forma di mostra documentaria nei locali della sede dell’Ordine di Giornalisti di Sicilia.

I pannelli della mostra, presentata da Giusi Conti insegnante e dirigente scolastico e intitolata “Cosimo Cristina e il suo giornale: i mesi di Prospettive siciliane” ripropongono le prime pagine dei numeri pubblicati nei quattro mesi di vita del periodico, nei quali Cristina provò a sviluppare anche il tema del cambiamento della malavita organizzata in Sicilia: la scomparsa della vecchia mafia dei feudi, il traffico della droga a Palermo, e aspetti poco chiari dell’inchiesta a carico dei frati di Mazzarino. Nel 1959 Cristina aveva riportato e commentato sul giornale i resoconti del processo a proprio carico per il reato di diffamazione a mezzo stampa

Se da quelle pagine aveva con tutta probabilità firmato la propria condanna a morte, possiamo tranquillamente affermare che Cosimo Cristina venne ucciso due volte : dalla mafia prima e poi dal silenzio e del giudizio che fece calare una coltre sulla sua memoria.

Cosimo Cristina è oggi considerato ufficialmente vittima di mafia.

Il gap informativo prolungato nei decenni ha sicuramente ha creato un ostacolo al giudizio cosciente da parte dei cittadini ma attraverso la mostra, curata da Giusi Conti e Alfonso Lo Cascio e promossa da Esperonews, Termini book Festival e dell’Istituto scolastico Giovanni XXIII, con il patrocinio dell’Ordine dei Giornalisti, si ricava perfettamente il valore e al tempo stesso il rischio insito nel mestiere del giornalista: dalle pagine di “Prospettive” si annuncia per due volte una inchiesta sulla droga a firma dell’amico e collaboratore di Cristina, Giovanni Cappuzzo. Siamo nel 1960, quello del traffico di stupefacenti è l’affare che sta iniziando: il momento è proprio quello giornalisticamente perfetto ma storicamente più sbagliato per parlarne. Quell’inchiesta non uscirà mai.

Il giornale di Cosimo Cristina era ricco di spunti di costume, e aveva persino un gran numero di articoli firmati da donne; esso mostra in definitiva tutta la passione e la stoffa che il giovane direttore possedeva; la mafia non è ancora in Sicilia, né tantomeno in Italia, un tema di riflessione nazionale, e non è ancora in cima all’agenda della stampa locale, è più che comprensibile, dunque, che quei soli 10 numeri abbiano fatto paura e che Cristina sia stato ritenuto un elemento di disturbo per la sua innata capacità di raccontare i fatti e i suoi retroscena.

Barbara De Gaetani