Montemaggiore Belsito, intitolazione della caserma dei Carabinieri all’appuntato Giuseppe Cavoli

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Montemaggiore Belsito si prepara a vivere una giornata che non appartiene soltanto al calendario delle ricorrenze, ma alla sostanza più profonda della memoria civile. Il 21 gennaio 2026, a quarantatré anni dalla tragedia che segnò uno spartiacque nella storia recente del paese, la Stazione dei Carabinieri di via Civello 22/24 sarà ufficialmente intitolata all’Appuntato Giuseppe Cavoli, Medaglia d’Oro al Valore dell’Arma dei Carabinieri alla memoria. Non si tratta di un gesto simbolico fine a se stesso, ma del compimento di un percorso lungo, ponderato, maturato nel tempo, attraverso il quale una comunità ha deciso di rendere permanente e visibile una storia che per decenni è rimasta affidata soprattutto al ricordo, al racconto orale, alle immagini indelebili di una notte che nessuno ha dimenticato.
L’iter istituzionale ha avuto inizio nel 2022, quando l’Amministrazione comunale riconobbe formalmente la necessità di un atto pubblico che restituisse centralità e dignità storica al sacrificio dell’Appuntato Cavoli, era sindaco Antonio Mesi. Dopo i passaggi previsti, l’autorizzazione del Ministero della Difesa è giunta nel febbraio 2025 e, nell’ottobre dello stesso anno, è stata disposta la realizzazione della targa commemorativa in marmo chiaro, secondo il modello ufficiale dell’Arma dei Carabinieri, con lo stemma della Repubblica Italiana inciso. Domani quella targa verrà scoperta sulla facciata della Caserma: un gesto semplice, ma carico di significato, che consegna alla pietra una memoria che da oltre quattro decenni vive nel cuore dei montemaggioresi.
Per comprendere fino in fondo il senso di questa intitolazione, occorre tornare indietro al 21 gennaio 1983. Era una sera d’inverno diversa da tutte le altre. Montemaggiore Belsito era immersa in una nevicata fitta e inconsueta, capace di ovattare i rumori, di rallentare i gesti, di rendere il paese quasi sospeso. In quelle ore Giuseppe Zanghì, uomo del posto affetto da gravi disturbi psichici, era riuscito a sottrarsi durante un trasferimento verso Palermo per l’esecuzione di un trattamento sanitario obbligatorio. Aveva letto il provvedimento affisso all’Albo Pretorio del Comune, nel quale compariva la destinazione dell’intervento, l’ospedale psichiatrico di Palermo in via Pindemonte, e quella lettura aveva acuito uno stato di profonda angoscia e paranoia. Armato di un fucile da caccia calibro 12, Zanghì iniziò a muoversi per le vie del paese convinto che alcuni amministratori e carabinieri fossero responsabili del suo destino.
La segnalazione di un soggetto armato e in evidente stato psicotico giunse rapidamente alla Stazione dei Carabinieri. Il comandante, brigadiere Santo Gambino, comprese immediatamente la gravità della situazione e decise di intervenire senza esitazioni. Con lui salirono sulla Fiat Campagnola il brigadiere Antonio Siviero, l’Appuntato Giuseppe Cavoli e l’Appuntato Michele Doria. Era una pattuglia esperta, abituata a lavorare in un contesto di prossimità, in un paese dove i carabinieri non erano figure astratte, ma volti noti, presenze quotidiane.
Il mezzo si diresse verso la parte alta dell’abitato. Giunti nei pressi dei Quattro Canti, snodo centrale del paese, Michele Doria scese dalla Campagnola per effettuare un sopralluogo a piedi, come previsto dalle procedure operative in presenza di movimenti sospetti in zone abitate. Quel gesto, del tutto ordinario e professionale, si rivelò decisivo. Zanghì, infatti, aveva maturato un’ossessione proprio nei confronti di Doria, convinto, senza alcun fondamento, che fosse lui a volerlo “mandare a Palermo”. Quando vide la Campagnola avanzare lungo corso Re Galantuomo, puntò il fucile verso il posto dove credeva che Doria fosse ancora seduto. Ma in quel sedile, quella sera, c’era Giuseppe Cavoli.
I colpi partirono a distanza ravvicinata. Il parabrezza esplose in una pioggia di schegge, l’abitacolo si riempì di frammenti e sangue. Il brigadiere Siviero rimase ferito. L’Appuntato Cavoli venne colpito al petto in modo irreparabile. Il brigadiere Gambino tentò una manovra disperata per sottrarre il mezzo alla traiettoria di tiro. La Campagnola riuscì comunque a risalire e a rientrare in Caserma.
Una volta giunti alla Stazione, allora situata in corso Re Galantuomo, il corpo dell’Appuntato Cavoli venne deposto sul grande sedile in pietra davanti all’ingresso. Attorno a lui si raccolsero i colleghi, i cittadini, gli amministratori accorsi dopo aver udito gli spari. La neve continuava a cadere. Il silenzio era irreale. Quell’immagine, fatta di uniformi, lacrime e immobilità, è rimasta impressa nella memoria collettiva del paese come una ferita mai rimarginata.
Il dolore si abbatté con forza sulla famiglia. Il figlio maggiore, Emiliano, allora adolescente, si trovava a Cefalù, dove frequentava le scuole superiori e soggiornava durante la settimana. La notizia lo raggiunse lontano da casa, lontano dagli affetti. Gli altri due figli, Loredana e Alessandro, ancora bambini, furono accolti nelle case dei vicini Mesi e Grisanti. In quelle ore drammatiche la comunità seppe farsi famiglia, offrendo protezione e calore umano in un momento in cui le parole erano insufficienti.
Nel frattempo alcuni familiari dell’Appuntato, giunti da fuori paese nella confusione e nella neve, bussarono disorientati alla porta del signor Salvatore Gelsomino, in corso Ubaldel, chiedendo semplicemente dove fosse la Caserma dei Carabinieri. Fu lui a guidarli verso corso Re Galantuomo, dove l’intero paese si stava stringendo attorno all’Arma.
La situazione non era ancora sotto controllo. Zanghì vagava ancora armato e in stato di delirio. A fermarlo fu Saverio Iacono, maresciallo del Corpo Forestale, che lo conosceva personalmente e seppe parlargli con calma, senza alzare la voce, avvicinandosi con prudenza fino a convincerlo a deporre il fucile. Un gesto di straordinaria lucidità e umanità che evitò il rischio concreto di ulteriori vittime. Iacono si è spento nel 2023, ricordato come l’uomo che, in quella notte gelida, seppe salvare altre vite. Nutriva un rancore ossessivo verso il medico condotto Mercurio Vincenzo Licata e verso il vice sindaco Gaetano “Tano” Luzio, ritenuti responsabili del provvedimento sanitario. Si temeva che potesse recarsi al Bar Bisesi, luogo da lui associato alla presenza serale dei due. All’epoca era in carica l’amministrazione del sindaco Giallombardo.
Giuseppe Zanghì venne arrestato, giudicato e condannato all’ergastolo. Successivamente ottenne la grazia, la pena venne commutata e scontò vent’anni di reclusione, vivendo poi lontano da Montemaggiore negli ultimi anni della sua vita.
Il contesto storico di allora era fragile. La Legge Basaglia aveva chiuso i manicomi nel 1978, ma i servizi psichiatrici territoriali erano ancora deboli, soprattutto nelle aree interne della Sicilia. In quel vuoto operativo, i Carabinieri si trovarono spesso a gestire situazioni complesse, dove al rigore dell’uniforme si doveva affiancare una profonda sensibilità umana. Giuseppe Cavoli incarnava pienamente questa dimensione del servizio: un uomo dello Stato vicino alla sua comunità, conosciuto, rispettato, presente.
Cavoli lasciò la moglie Giovanna Candino e i figli Emiliano, Loredana e Alessandro. Nel 1986 il Comune pose una prima targa commemorativa; nel 2019 lo Stato gli conferì la Medaglia d’Oro al Valore dell’Arma; nel 2022 prese avvio il percorso che conduce oggi all’intitolazione ufficiale della Stazione.
Domani Montemaggiore Belsito non celebrerà soltanto una ricorrenza. Riconoscerà un sacrificio, rinnoverà un patto di memoria, restituirà un nome a un luogo dello Stato. La targa che verrà scoperta non è soltanto marmo: è la memoria di un paese, la storia di una famiglia, il valore dell’Arma dei Carabinieri, il sacrificio dell’Appuntato Giuseppe Cavoli.
Santi Licata

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