Donne guaritrici: le pratiche terapeutiche femminili

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Le pratiche mediche popolari hanno da sempre avuto – e continuano ad avere – una certa importanza, non solo nelle zone rurali, ma anche realtà urbane, magari non quelle metropolitane, ma in quelle di dimensioni più piccole e più umane.

La continuità nel loro uso è indipendente persino dal contesto storico. Infatti, esse continuano – a fronte dei risultati della medicina scientifica moderna – ad essere utilizzate, con buona pace dei loro detrattori.

Esse infatti sono sostanzialmente immutabili, stabili, in quanto ciascuna di esse mantiene il proprio rapporto non con una dimensione evolutiva della storia, bensì con una dimensione conservativa. Sono stabili, sono imperfette e non perfettibili.

Possiamo stare a lungo a discutere sulla validità medica obiettiva di queste pratiche, ma sarebbe un dialogo fra sordi. Esse esistono e vengono ancora usate. Tutto il resto è esercizio d’opinione.

Stabilito questo punto di vista, si pone una domanda fondamentale: in una cultura, o sotto-cultura, tradizionale, chi è il terapeuta? Insomma, chi ha il potere di guarire l’altro? Domanda non da poco.

Siamo abituati, in un mondo sempre più globalizzato, ad attribuire poteri di guarigione alla figura del medico, e all’apparato tecnologico e scientifico che ne sostiene le attività di diagnosi e di terapia.

Ma in un mondo tradizionale ed al contempo globalizzato, è interessante tentare di comprendere in prima istanza a chi viene attribuito il potere di curare e di guarire.

Vale una regola paradigmatica: nella medicina popolare il medico è maschio, la guaritrice è femmina. Si nota una predominanza assoluta di genere: il potere di diagnosticare e di guarire è deputato alla donna, che peraltro detiene anche il misterioso, occulto potere di tramandare le sue capacità taumaturgiche, e di conoscere i segreti meccanismi che regolano la salute e la malattia secondo l’ottica tradizionale e solo per via matrilineare, da femmina a femmina.

In realtà nessuno sa perché esattamente ciò avvenga, ma empiricamente rileviamo che ciò avviene. Possiamo allora cercare di capire meglio le motivazioni culturali di questo gravoso compito affidato alla donna, tentando una incursione rapida e prudente nei mondi in parte ancora incerti del genere.

Di certo, questa osservazione è abbastanza insolita. Se infatti dovessimo considerare esplicitamente problemi come l’ideologia dominante, le relazioni di potere e le modalità di controllo sociale, questa situazione appare non convincente.

Non è novità per alcuno che la condizione femminile nelle culture tradizionali è decisamente subalterna.

Durante i miei anni di lavoro come psichiatra in un centro della Alte Madonie, mi resi conto di una condizione di subalternità femminile assoluta.

Disoccupazione estrema, mancanza di opportunità sociali, lavoro durissimo nelle campagne, condizione di assoluta inferiorità sociale e culturale caratterizzavano un universo femminile sofferente. Le relazioni maschio-femmina si esprimevano con violenta discriminazione, e di certo da ogni punto di vista la popolazione femminile appariva con un tasso di disagio sociale e psicologico straordinariamente alto (i dati epidemiologici ai quali mi riferisco sono tutti ampiamente documentati).

E’ un dato di fatto che nelle culture tradizionali la donna ha funzioni maschili che si associano a quelle femminili, nessun grado di gratificazione sociale, persino nessun grado di emancipazione sessuale (è ovvio che mi riferisco a donne della sub-cultura tradizionale in oggetto: non vorrei indurre a facili generalizzazioni). Eppure, giusto in questo culture, la donna ha il potere della cura, che, se ci pensiamo, è un potere enorme. A ben pensarci, si tratta di una tradizione antica, che – a parità di condizioni culturali – è trasversale.

In base alle mie ricerche, ho trovato condizioni simili non solo in altre zone della Sicilia, ma anche, trans-culturalmente, in altre regioni, in Calabria, in Lazio, in Piemonte, in Emilia. Sembrerebbe che giusto laddove la condizione della donna è apparentemente subordinata, a lei è deputato il potere della guarigione.

Genere e ruolo terapeutico: una lettura simbolica

Ma torniamo alla domanda dalla quale abbiamo preso le mosse: perché la donna in condizioni di subordinazione sociale assoluta, è la guaritrice? Che sappia cirmari, ‘livari u scanto’, estinguere i vermi, essere un’aggiustaossa, una esperta di erboristeria, una donna che impone le mani, ma anche una fattucchiera, una strega, una ostetrica tradizionale (di quelle che assistevano i parti più difficili, ma anche che procuravano aborti con decotto di prezzemolo o con i ‘busi’, i ferri per lavorare la lana), che sia una saggia anziana o una metaforica “vecchia dell’aceto”, la donna è lì, presente, attenta, competente. Ancora: perché?

Credo che per rispondere a questa domanda dovremmo considerare ancora una volta il contesto culturale. Consideriamo per esempio il fatto che la donna è depositaria di un sapere antico, trasversale. Anni di sottomissione sociale (tuttora presente), hanno creato modalità di espressione trasversale, una cultura, cioè, arcaica e parallela, in Marocco come nelle tribù pellerossa, in Sicilia come in Cina.

Una cultura cioè che nasce e che si alimenta di un potere quasi biologico, in qualche modo la autorizza: la donna ha potere di riprodursi. E’ soggetto/oggetto di un miracolo, che è quello della procreazione. Questo è un potere che nessuno potrà mai togliere od eliminare, ed è l’unica cosa che contraddistingue il genere, lo rende forte e immutabile. “La donna può far questo, l’uomo no”. Ma il potere di dare la vita, è potere anche di gestire la vita, in una sorta, permettetemi l’estrapolazione ardita, di legge della conservazione dell’energia.

Un secondo fattore è sempre sessuale, cioè l’esistenza di una ciclicità lunare (il ciclo mestruale) considerato da sempre, anche ora, manifestazione di un potere di veneficio. Ma chi possiede veleno, e con esso convive, è in grado di assorbirlo, in una sorta di mitridatismo naturale. Io che riesco a gestire il mio veleno, sono in grado di assorbire il tuo, non mi farà male. Non a caso tuttora, esiste una cultura delle mestruazioni, anche laddove l’inculturazione ha lasciato i suoi effetti.

Una mia amica, psicologa, mi raccontava tempo fa un episodio divertente. Una sua amica, una ragazza che aveva compiuto studi superiori, aveva appena partorito. Apparteneva però ad un contesto culturale molto legato a tradizioni locali. Sapendolo, la mia amica le chiese se potesse venire a trovarla, avvertendola del fatto che aveva le mestruazioni. L’amica le rispose in modo molto rassicurante. ‘Non ti preoccupare, vieni pure’. Ma dopo un attimo di pausa aggiunse: “Magari per questa volta non toccarlo il bambino…”. L’aneddoto la dice lunga sulla sopravvivenza di componenti culturali fortissime. Ma la ‘mestrualità’ si associa alla lunarità, e quindi alla possibilità di mediazioni arcane, di forme di creatività non possedute dal maschio, di conoscenza dei cicli della natura e del modo di comporli e scomporli, come in un puzzle universale che è regolato da chiavi di volta misteriose e consapevoli.

Un terzo fattore vorrei evidenziare. Ed è la sofferenza individuale soggettiva che si fa strumento di potere terapeutico. E’ attraverso questa sofferenza personale, che è anche sociale e culturale, che la donna della cultura tradizionale si fa interprete ed artefice del potere. E’ questo suo doloroso training che priva la ‘donna terapeuta’ delle proprie valenze narcisistiche, la mette in comunicazione con la sua sofferenza interna, e la rende capace di rendersi disponibile verso l’altrui sofferenza.

Una guaritrice, tanti anni fa, mi raccontò la sua storia personale. Mi disse delle infinite sofferenze che aveva passato, e, in un dialetto siciliano talmente pesante da essere quasi incomprensibile, mi confessò: “Stiedi tanto male, che piansi sangue dagli occhi”. Non era una metafora. Si riferiva proprio al fatto di avere pianto sangue. Dopo questo periodo di sofferenza indicibile acquisì il potere di guarire e di vedere “oltre”.

Chiediamoci pure, nelle culture tradizionali, chi più della donna possa avere la capacità di esperire ed elaborare la sofferenza, e di renderla strumento di terapia…

Mi è capitato di notare un legame strettissimo fra la naturale predisposizione alla guarigione delle donne, e il tema del sangue. Il suo valore mistico, simbolico, trans-culturale non credo che sfugga ad alcuno. La donna è in familiarità col sangue. Ma il sangue è contemporaneamente elemento di dolore ed elemento di vita. Il sangue è, anzi, simbolicamente e biologicamente, l’essenza stessa della vita, e chi col proprio sangue ha consuetudine, è evidentemente in grado di incentivare la vita.

La donna, nelle culture tradizionali, attraversa riti di passaggio sanguinosi: ha il menarca, che la mette in contatto, per la prima volta, col proprio sangue interno, con la propria essenza vitale. Si confronta col sangue al momento del primo rapporto sessuale. E partorisce col sangue.

La differenza sostanziale tra uomo e donna risiede nella maternità, non solo in senso biologico, ma anche con riferimento al significato che a questa è stato dato a differenti livelli: sociale, culturale, psichico, simbolico.

Tutti gli uomini provengono da un corpo di donna, dal quale devono separare per potersi differenziare, per diventare uomini. Esiste insomma la paura verso la donna, così diversa, insieme all’invidia della potenza della maternità.

Nel corpo della donna è l’Origine, l’oggetto del desiderio, l’angoscia di separazione. La donna è Madre, e nell’esserlo è onnipotente, manifesta una superiorità incoercibile nei confronti del sesso maschile, così fragile, così debole. Forse, anzi, è proprio per superare questa paura e questa invidia che l’uomo ha inventato la discriminazione tra i sessi.

Per quanto riguarda, invece il rapporto con il ciclo mestruale, la donna, per tutta la durata della sua vita fertile, avrà una volta al mese questo rapporto col sangue/veleno che sgorga dal suo corpo, in un mistico riappropriarsi della purificazione.

Una guaritrice mi disse una volta: “ Io funziono meglio dopo le mestruazioni, dopo che le mie parti cattive sono uscite da me sono in grado di fare cose straordinarie”.

Il sangue è vita, e chi manipola sul proprio corpo il sangue, ha la capacità mistica di agire sulla vita. Sofferenza individuale, e mistica del sangue sembrano i requisiti culturali fondamentali che fanno della donna la guaritrice ideale. Non è un caso che in tutti i riti delle culture tradizionali il sangue ha un peso fondamentale. Gli Aztechi si ingraziavano col sangue i loro Dei, per evitare il tracollo del mondo. E in molte culture tradizionali africane momenti tribali rituali vengono mediati dall’uso dell’ematite, un minerale del colore del sangue che mima, per così dire, il tributo dovuto alle divinità della tribù. E gli esempi potrebbero continuare.

Sangue e sofferenza quindi, ma un sangue ed una sofferenza che escono dal circuito del luogo comune, e che sembrano diventati strumenti di una identità di genere nel caso delle femmine che guariscono.

Diciamolo così: la donna diventa guaritrice attraverso una sorta di autoanalisi culturale, attraverso riti di sangue che ha imparato a gestire nel corso di secoli di aggressione. E’ questo sangue che attraversa, silenzioso rigagnolo, le foreste dei simboli, dei sogni, delle rappresentazioni fantasmatiche che sono sempre sottese alla nostra cultura occidentale, sempre più anonima e globalizzata. E’ in questa cultura che il femminile ha consapevolezza di se, e del proprio potere terapeutico.

Forse potremmo anche chiederci se, e in che misura, l’evoluzione sociale, la globalizzazione possano modificare questo assetto. Ma è una domanda la cui risposta lascio a chi ascolta.

Mi limito solo a suggerire la suggestiva visione della psicoanalista junghiana Clarissa Pinkola Estés:

“Nel tempo, abbiamo visto saccheggiare, respingere, sovraccaricare la natura istintiva della donna. Per lunghi periodi è stata devastata, come la fauna e i territori selvaggi”. E continua: “ la donna staccata dalla sua fonte essenziale, risulta sterilizzata, e i suoi istinti e i suoi cicli di vita naturali di vita vanno perduti, soggiogati dalla cultura, o dall’intelletto o dall’io, propri o altrui”.

La donna guaritrice è allora a rischio di estinzione? Non lo so. Se ciò accadesse, però,  perderemmo, io credo, un elemento fondamentale della nostra civiltà e della nostra cultura, un potere enorme insito nella nostra specie. Frequento da anni, e conosco guaritrici creative, lunari, sensibili e straordinariamente affettive. Penso, provocatoriamente, che  la cultura della globalizzazione, del progressivo adeguamento del femminile a ruoli maschili rischia di cancellare questo incredibile patrimonio. Credo che non debba accadere, perché ciò significherebbe devastare un patrimonio arcaico, gli elementi essenziali stessi della cultura umana che fu resa possibile, forse in massima misura, dalla donna. E ricordando questo, mi piace concludere queste riflessioni riadattando – non del tutto arbitrariamente – un verso di Pablo Neruda, tratto dal suo Canto General do Chile, e dicendo allora che la donna “fu terra, vaso, palpebra/di fango tremulo, forma d’argilla/…/Tenera e sanguinaria fu, ma sull’impugnatura/ della sua arma di cristallo inumidito,/ le iniziali della Terra erano/ scritte”.

Giovanni Iannuzzo