Pet Therapy: l’utilizzo degli animali a scopo terapeutico

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Il concetto di “medicine dolci” è entrato nella storia della medicina moderna da alcuni decenni. Anche se esso è stato da sempre presente nella tradizione dell’arte medica (si pensi alle osservazioni dello stesso Ippocrate, o al pensiero del medico arabo-iraniano Razi nel medioevo), il suo recupero è stato probabilmente motivato dal progressivo impoverimento umano della medicina moderna. A fronte di indiscutibili successi in campo diagnostico e terapeutico, la medicina moderna occidentale ha perso la dimensione del rapporto umano col paziente, con la sua sofferenza, con la sua umanità. Sempre più orientata verso raffinati orizzonti tecnologici ha, almeno in parte, dimenticato la qualità del rapporto empatico con chi soffre e la necessità di fornire non solo tecniche avanzate, ma semplicemente e in accordo con esse quell’afflato umano, emozionale ed affettivo che è parte così importante della pratica medica. Le medicine dolci ritornano allora come integrazione dei valori umani all’interno di una medicina rigorosamente tecnologica. Esse si fondano sul tentativo di recuperare, con mezzi naturali, il rapporto fra il soggetto malato e il suo contesto ecologico, inteso sia in senso biologico sia in senso psicologico. Da questo punto di vista, le pratiche “dolci” sembrano volere rinnovare il patrimonio scientifico della medicina moderna anche mediante il recupero di strategie terapeutiche antichissime e consolidate da una tradizione spesso più che millenaria. Dicevamo della rinnovata attenzione verso gli aspetti ecologici del vivere. E cosa di più ‘ecologico’ ed antico esiste in questa simbiosi con il mondo del quotidiano del nostro rapporto con gli animali, ed in particolare con quelli “domestici”? Si può obiettare che tutto questo, il nostro rapporto col cane, con gatto, con il cavallo o con il canarino e il pesce rosso nulla a che vedere con la pratica della medicina. In realtà le cose non sembrano stare proprio così …

La Pet Therapy, ovvero l’utilizzo degli animali a scopo terapeutico rientra invece proprio fra queste tecniche dolci  solo apparentemente “moderne”. In realtà l’utilizzo degli animali a scopo terapeutico ha radici molto più antiche, anche se semplicemente considerate nell’ambito della storia della medicina moderna. Giovi come esempio ricordare che già nel 1792 in Inghilterra veniva utilizzata e, nel 1820, il giornale Scienze, letteratura ed arti per la Sicilia, a proposito del trattamento occupazionale nell’Ospedale Psichiatrico di Palermo, scriveva : “…nei cortili degli ospedali vi sono messi degli animali e si crede che, siccome gli animali sono molto familiari con gli infermi, servano loro non solo come innocente passatempo ma che tendano a svegliare nei medesimi sentimenti di socialità e di benevolenza”.

Ma è soltanto negli anni ’70 del XX secolo che in America la Pet Therapy assurge al ruolo ufficiale di strategia terapeutica; successivamente gli studi scientifici si sono moltiplicati e anche in Italia da alcuni anni tale metodologia viene studiata e messa in pratica con risultati che appaiono soddisfacenti.

D’altra parte esiste una consapevolezza del tutto intuitiva delle potenzialità terapeutiche e relazionali del rapporto con gli animali, anche delle specie più diverse (si possono utilizzare terapeuticamente, anche se per motivi diversi, dai cavalli ai pesci rossi …), Tale consapevolezza consiste nel fatto che l’individuo umano è, troppo spesso, portato ad esprimere valutazioni aprioristiche, insomma a giudicare gli altri a seconda del loro aspetto fisico, della loro potenzialità produttiva, del loro quoziente intellettivo. Non è così per gli animali, incapaci di giudicarci e per questo disposti ad accettarci e ad amarci per come siamo. Inoltre il fatto che esiste una cultura, e quindi quelli che l’epistemologo Thomas Kuhn chiamava dei “paradigmi” (al tempo stesso individuali, sociali, storici e culturali) inevitabilmente ha un importante rebound sulla relazione terapeutica, implica l’adozione e l’uso di modelli che non sempre si applicano alla realtà con la stessa precisione con la quale dovrebbero esserlo in base alla teoria che li sottende. Comunque sia, in qualsiasi approccio terapeutico, esiste una teoria, che è al tempo stesso fondante e condizionante. Ed ancora, esistono le motivazioni individuali, le modalità di risposta soggettiva oltre, ovviamente, a meccanismi di difesa che comunque interferiscono col processo terapeutico.

La Pet Therapy ha in qualche modo compreso e fatto propria questa difficoltà metodologica. Da un punto di vista epistemologico essa sembra porsi, genericamente, come modalità terapeutica a-teoretica (per quanto una modalità a-teoretica possa essere tale in maniera totale); eh ha adottato totalmente un percorso di cura centrato sul grande potenziale terapeutico insito nel rapporto biunivoco uomo-animale, sicuramente più antico ancora dell’encefalizzazione completa, in grado di stimolare forme di comunicazione e di supporto forse molto più paleo-encefaliche che corticali.

Dagli Stati Uniti, Paese pilota in questo settore della ricerca, giungono risultati più che convincenti che hanno saputo attrarre l’interesse c stimolare l’approccio conoscitivo dei ricercatori in campo etologico, psicologico c sociale anche in Italia.

La Pet Therapy ha inaugurato insomma, nell’alveo della moderna medicina, ma sulla base di antiche conoscenze storiche e tradizionali, un nuovo modo di intendere la funzione degli animali in ambito sanitario, riabilitativo, sociale ed assistenziale. Indipendentemente, infatti, dai risultati scientifici obiettivamente ottenuti, è anche convinzione popolare tradizionale profondamente radicata che in molti casi la semplice presenza di un animale determina una maggiore inclinazione al sorriso e un aumento di disponibilità al dialogo. Efficace rimedio per combattere la solitudine e la depressione (due mali molto diffusi nella società contemporanea, forse eccessivamente razionale, individualista e competitiva); ottimo “catalizzatore” sociale, capace cioè di aggregare diversi membri di un gruppo; elemento di “distrazione” da problemi come l’incomunicabilità o il senso di rifiuto che spesso degenerano in forme acute di psicopatologia.

L’animale domestico (Pet) torna così a svolgere un ruolo importante (come nelle culture tradizionali) nel migliorare non solo la qualità di vita quotidiana, ma anche nel proporre nuove strategie terapeutiche, sino a potersi ipotizzare che essa possa divenire un ausilio insostituibile nella cura di molte patologie gravi come l’handicap psicofìsico.

E’ importante rilevare, quasi come un significante strutturale interno della stessa definizione della terapia in discussione, che il termine Pet è molto ambiguo, nel senso che esso è traducibile sia come “coccole” sia come “animale familiare” (basta ricordare che la definizione inglese delle effusioni degli innamorati è, appunto, petting, accarezzamento, toccamento). Da qui deriva l’immagine di un animale da toccare e manipolare in funzione degli interessi umani. In termini molto generali, pertanto, all’approccio terapeutico mediato dagli animali viene attribuita una rilevanza affettiva, molto più che razionale o culturale. Non a caso, l’efficacia della Pet Therapy sembra derivare dal fatto che, come una medicina alternativa, mira a curare la persona malata e non tanto la malattia. Cosi anche l’animale si interessa della persona e diventa il ponte invisibile tra terapista e paziente. E’ giusto il caso di ricordare comunque che anche l’animale va considerato, in quanto co – terapeuta. un soggetto importante di cui vanno soddisfatte le necessità fisiche e psicologiche, nell’ambito di una biunivocità che sembra essere l’elemento portante di questa strategia terapeutica.

Cenni storici sulla pet therapy

Il rapporto fra uomo e animale è stato determinante anzitutto per l’evoluzione stessa della civiltà. Le ricerche archeologiche e gli studi sulla preistoria, infatti, evidenziano come l’addomesticamento degli animali e il loro “uso” abbia determinato quei cambiamenti che portarono alla cosiddetta “rivoluzione neolitica”, cioè il passaggio dell’umanità da una condizione di nomadismo e una economia fondata sulla caccia e la raccolta più o meno casuale di cibo (in epoca paleolitica), a una condizione di stanzialità, quindi alla nascita dell’agricoltura, alla fondazione dei primi agglomerati urbani stabili, alla divisione dei ruoli sociali, ed alla nascita delle prime “professioni”. In questo consiste quello che Gordon Childe ha chiamato, appunto “rivoluzione neolitica”, che non sarebbe potuta avvenire se prima l’uomo non avesse provveduto ad una “alleanza” con specie animali in grado di fornire straordinari contributi alla nascita della stanzialità e allo sviluppo di una economia razionale. Gli esempi classici che emergono dalle indagini archeologiche sono quello del cavallo (e comunque di tutte le specie affini) e quello del cane. Il primo fornì un contributo fortissimo alla comunicazione e alla mobilità territoriale, divenendo e restando per secoli il principale strumento di locomozione in Eurasia; il secondo consentì l’implementazione di attività economiche fondamentali come la pastorizia, la sorveglianza, e una serie complementare di ruoli autenticamente vicarianti dell’agire umano. Naturalmente anche altre specie sono state poi addomesticate, con le finalità più varie: ludiche, ricreative, estetiche, pratiche (si pensi alla funzione sociale dei gatti contro le infestazioni dei topi). Inoltre, e sin da subito, l’animale venne usato per scopi terapeutici, sia in senso passivo, sia in senso attivo. In senso passivo mediante ovviamente l’utilizzazione di parti e sostanze del suo corpo per finalità terapeutiche; in senso attivo nel senso di un uso, da più parti ampiamente documentato, delle sue capacità non solo estetiche, ma anche affettive e relazionali per supportare i bisogni medici e psicologici della specie homo sapiens sapiens (non si comprenderebbe altrimenti l’uso degli “animali da compagnia”). L’idea, insomma, che l’animale domestico possa aiutare l’uomo nelle sue difficoltà psicologiche non è affatto nuova. Ma è solo dal diciottesimo secolo che vengono riportati usi specifici e razionali, all’interno di un percorso terapeutico, di questa risorsa intuitivamente scoperta.

Il primo studio accertato sull’utilizzo scientifico a scopo terapeutico della Pet Therapy risale al 1792. Il noto psicologo inglese William Tuke, sperimentò, infatti, in un Ospedale Psichiatrico, cure meno “animalesche” – rispetto agli standard, in realtà drammaticamente repressivi, dell’epoca nei confronti dei malati di mente – e più “umani”; si limitò ad utilizzare, sembra con buoni risultati, animali da cortile, per il recupero dell’ autocontrollo dei pazienti ricoverati nel manicomio.

Nel 1867 in Germania, dove le terapie naturali hanno sempre avuto un notevole sviluppo, viene fondato un Ospedale dove alcuni animali vengono utilizzati in un reparto per malati epilettici. Nel 1875 un medico francese, Chessigne, prescrive per la prima volta l’equitazione ai pazienti con problemi neurologici. Nel 1919 negli Stati Uniti e in Francia vengono usati per la prima volta i cani per curare la depressione e la schizofrenia causate dalla Prima Guerra Mondiale.

Nel 1942 la Croce Rossa Americana realizza presso l’Ospedale Militare di New York il primo tentativo di recupero di militari gravemente feriti e con gravi turbe emotive con maiali, cavalli e pollame.

Nel 1953 Boris Levinson, uno psicoterapeuta, scoprì l’azione positiva che può avere un animale su un bambino con comportamenti autistici.

Egli notò casualmente durante le sedute di terapia il comportamento di un bambino affetto da autismo. Il piccolo che si rifiutava di avere un qualsiasi rapporto con lo psichiatra, viceversa amava giocare ed interagire col simpatico cane cocker del medico. Levinson da quel momento iniziò a studiare ed impiegare gli animali da compagnia come supporto alle sue terapie e suggerì metodiche per selezionare ed addestrare cani da compagnia a questo scopo. Egli riteneva che gli animali non avessero una vera e propria funzione terapeutica, ma che agissero stimolando i bambini a contatti sociali non vissuti come pericolosi, per cui era successivamente possibile per il medico intraprendere il lavoro psicoterapeutico. Nel 1961, Boris Levinson  getta le basi scientifiche per la nascita della prima e vera terapia con gli animali e per la prima volta viene usato il termine “Pet Therapy”, nel suo lavoro, opportunamente intitolato “Il cane come co-terapeuta”.

Nel 1969 Levinson occupandosi di Pet Therapy con i bambini, notò che quando riceveva nel suo studio un bambino con disturbi psichici, questo si dirigeva facilmente verso il suo cane, dimostrandosi più spontaneo e più disponibile ad interagire anche con lui. Ne dedusse che l’animale fosse un mediatore utile a ristabilire i contatti sociali e lo usò in maniera sistematica nella relazione psicoterapeutica con i suoi piccoli pazienti ottenendo risultati soddisfacenti, Aveva notato infatti che un bambino spesso è intimorito nella comunicazione diretta con il terapeuta e la presenza dell’animale la facilita nell’esprimere le proprie difficoltà comunicando in maniera indiretta e cioè attraverso l’animale. Inoltre il bambino aveva la possibilità di proiettare sull’animale le proprie sensazioni altrimenti inesprimibili.

Nel 1970, negli Stati Uniti, un ospedale psichiatrico adotta il primo cane, di nome Skeezer, come aiuto per i bimbi, ottenendo risultati veramente incoraggianti. In quegli anni, iniziano anche le prime ricerche etologiche sui primati.

Nel 1975, i coniugi Samuel e Elisabeth Corson, due psichiatri americani, adottano le tecniche elaborate da Levinson per curare adulti con disturbi mentali con problemi psichiatrici e ad anziani ricoverati in ospedali geriatrici. Iniziano anche i primi programmi di Pet Therapy nei carceri e nei manicomi criminali. Anche per i Corson l’animale è un buon facilitatore, un catalizzatore di risposte o vero elemento di una relazione terapeutica tripartita.

Ma la Pet Therapy si presenta ufficialmente alla ribalta scientifica internazionale nel 1977 negli Stati Uniti. grazie ad un gruppo di volontari che fondano la Delta Society, un’associazione che si prefigge come scopo quello di studiare l’interazione uomo-animale e gli effetti che questa ha sull’ handicap.

Nel 1981 il ricercatore Aaron Honori Katcher studia l’influenza della presenza di animali domestici sulla pressione arteriosa. Dai risultati del le ricerche effettuate emerse che la pressione si abbassava dopo l’accarezzamento di un cane o di un gatto e successivamente bastava evocare tali immagini. Ne conseguiva che i cardiopatici a contatto con gli animali avevano maggiori capacità di recuperare la salute. Inoltre per Katcher la presenza di animali da affezione incrementava la longevità, e diminuiva il pericolo di malattie.

Nel 1987 la Pet Therapy arriva in Italia grazie a un Convegno Interdisciplinare. a cui partecipano esperti di fama internazionale, sul rapporto uomo-animali. A questo seguirà nel 1991 un congresso internazionale dedicato al tema “Antropologia di una passione”.

Nel 1990 l’Università di Tel Aviv avvia un progetto per lo studio della Pet Therapy.

Nel 1992, alcuni studiosi australiani dimostrano che i proprietari di animali da compagnia hanno una minore pressione del sangue e livelli di trigliceridi e colesterolo assai inferiori rispetto a chi non possiede animali. Nel 2001 il Dipartimento di Geriatria dell’Università di Saint Louis, negli Stati Uniti conferma la piena validità della Pet Therapy per molte patologie degli anziani.

Quali effetti positivi?

In Italia la Pet Therapy si presenta sotto due diverse forme: la AAA (Attività Assistite da Animali), strategie di sostegno che operano per migliorare la qualità della vita di persone con disagio sociale nel quale ambito rientrano le attività ludiche e ricreative; le TAA (Terapie Assistite da Animali) consistenti in programmi specifici che mirano al superamento del disagio psichico e fisico, vere terapie rivolte a persone con problemi fisici e psichici, da affiancare ad altre cure, dove viene stabilito un protocollo individualizzato da seguire che prevede la scelta dell’animale adatto in base allo scopo da raggiungere e il sostegno di un team specializzato.

Gli animali hanno un’ottima capacità di facilitare i rapporti interattivi, danno e prendono l’iniziativa nel sollecitare la collaborazione dell’uomo, agiscono a livello istintuale e non mettono in atto meccanismi psicologici difensivi, non interpretano né falsificano, percepiscono il linguaggio corporeo. spontaneo nel contatto fisico, dei facilitatori sociali in quanto con i loro movimenti attirano l’attenzione delle persone su di sé aumentando i contatti fra le persone. Gli animali esprimono affettività profonda senza chiedere nulla in cambio e aumentano nell’uomo un senso di protezione. E’ per queste caratteristiche generali che gli effetti positivi della Pet Therapy sono stati sperimentati in molti casi di disturbi psichici e disabilità.

I bambini sono sicuramente i soggetti che meglio rispondono alla Pet Therapy perché la loro comunicazione è spontanea e basata su uno scambio di tipo emotivo-affettivo. Si è visto che coloro che mostrano problemi di apprendimento riescono, grazie all’interazione animale, ad acquisire autostima e fiducia in stessi. Attraverso il gioco ed il contatto diretto fisico possono sviluppare con più facilità i processi cognitivi e sensoriali.

Il contatto con l’animale può produrre sensazioni ed emozioni positive tali da far desiderare al bambino la ripetizione dell’esperienza, inducendolo quindi ad aprire il suo piccolo mondo e a cercare nuove interazioni con l’ambiente. La presenza di un animale facilita la socializzazione dei bambini autistici e dei bambini all’interno di un nucleo familiare adottivo. La Pet Therapy è anche efficace nel caso di Adolescenti e ragazzi con problemi comportamentali dovuti a conflitti interfamiliari. Le interazioni con cani e gatti potenziano nel ragazzo le abilità comunicative non verbali lasciando più spazio alle emozioni. Nei ragazzi facilitano la crescita psicologica e la presa di coscienza delle proprie responsabilità. Pertanto, facendosi carico delle esigenze e del benessere del proprio animale potranno imparare a vivere il senso del dovere in maniera più piacevole. Inoltre, potranno imparare a instaurare dei legami affettivi stabili e sicuri necessari per la formazione di una propria sicurezza ed integrità interiore. Naturalmente, i campi di applicazione sono molto più estesi, sconfinando in molte aree mediche e terapeutiche non di pertinenza di questo articolo. Li citiamo per desiderio di completezza.

1) Persone con scarse interazioni sociali e con difficoltà di comunicazione (anziani in pensione, inabili psico-fìsici). Il rapporto con l’animale stimola e fornisce occasioni per nuove esperienze (passeggiate, partecipazioni ad attività riguardanti l’animale, polo di attrazione nei contatti sociali). La Pet Therapy è anche molto utilizzata nel recupero dei tossicodipendenti e nella cura alla solitudine delle persone anziane, che vivono le frustrazioni di uno svuotamento del proprio ruolo sociale.

2) Persone depresse a causa di inabilità e malattie fisiche. Depressi reattivi e endogeni. I depressi potrebbero trovare la giusta motivazione a prendersi cura di sé, se si prendono la responsabilità di provvedere ad un animale. Inoltre, poiché i depressi hanno un elevato livello di ansia e auto svalutazione. L’animale potrebbe avere una certa funzione di sedazione della tensione e fornire quotidiane conferme nella valutazione di sé. Inoltre. la PT è di ausilio per quegli gli anziani che soffrono la depressione e la solitudine spesso legate alla perdita del coniuge. Il rapporto che si stabilisce tra persona ed animale aiuta tutti coloro che per motivi anche di handicap fisico tendono a confinarsi nell’isolamento.

3) Le persone che soffrono di lievi difficoltà psicologiche. La vicinanza di un animale li aiuta ad un “riassestamento psicologico”, e di conseguenza, con un meccanismo che è implicitamente di tipo cognitivo-comportamentale, a percepire meglio il mondo intorno a loro.

Purtroppo, questa terapia non è adatta proprio a tutti. Dato che gli animali domestici sono potenziale veicolo di alcune malattie, non è indicata per soggetti immunodepressi o per chi ha paura degli animali o è allergico. Ma in questi casi è sicuramente meglio curare l’immunodepressione, la fobia degli animali o l’allergia, che rinunciare ad una terapia che combina l’efficacia, la semplicità… e l’affettività dei nostri antichi amici a quattro zampe.

Giovanni Iannuzzo