Bagheria, la “Città delle Ville”. Le origini

Lunedì, 30 Novembre 2020 18:05 Scritto da  Pubblicato in Area metropolitana
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La città di Bagheria sorge in una stretta piana delimitata a Sud Est dal Fiume Eleuterio, sovrastata dal Monte Catalfano, dal Monte Consona e dalla Montagnola di Serradifalco, dove si estendeva la cosiddetta Foresta della Bacarìa.

Nell’immaginario collettivo la si vuole far nascere a seguito della decisione di Don Giuseppe Branciforti di trovare ristoro in un territorio salubre e ricco di colture e profumi, non troppo lontano da Palermo. Ma se ciò è vero, come è vero, cosa c’era in questo territorio antecedente la costruzione della villa del Branciforti prima e delle innumerevoli altre a seguire?
Secondo Antonino Mongitore, la Piana della Bacharìa è il primo nome che già nel 1134, configurava il nostro territorio, così come scriveva in Bullae, privilegia et instrumenta Panormitanae Ecclesiae, Palermo 1734.
Tommaso Fazello, nel 1573, scrive di questa piana nominandola Baiarìa in Historia di Sicilia: «un paese detto con  voce saracina Baiarìa».
E proprio su Monte Porcara (388 m), si è scoperto un sito archeologico datato tra il VII e il III secolo a. C. attestante che i Fenici, quando arrivarono nelle nostre coste, non stazionarono solo a Solunto, ma si fermano anche su questo monte.
Come arrivano i Fenici su Monte Porcara? Loro espertissimi navigatori, ma non certo scalatori?
Abbiamo detto che il territorio di Bagheria, confina a Sud-Est con il Fiume Eleuterio, ridotto oggi ad un rigagnolo, ma la cui sezione originaria si presentava di notevole dimensione, tanto da essere navigabile.
Proprio risalendo il fiume Eleuterio, le navi fenicie si fermarono in un anfratto scavando una scala per raggiungere il monte, dove trovarono una comunità di indigeni già insediati.
Secondo una recente ipotesi i ruderi sul Monte Porcara sarebbero da identificare con la città  di Pàropos. (Vittorio Giustolisi, Cronia - Paropo - Solunto, Palermo 1972).
Purtroppo la scala scavata nella roccia dai fenici, non esiste più. Resta la toponomastica di “Scalidda” nelle carte del luogo e nel ricordo delle generazioni passate.
Il territorio fa parte di quello che Callia, vissuto nel IV-III a.C., definiva “tutta kepos (giardino, orto-frutteto) in quanto tutto colmo di alberi coltivati”. Anche nei secoli che seguono il dominio romano, si mantiene il carattere
fecondo di un paesaggio policolturale caratterizzato dalla presenza di orti e frutteti irrigui, assumendo anche un autonomo ruolo di sperimentatori.  
Si coltivano cipolla, giglio azzurro, gelsomino, albicocco, aglio, crescione, anice, sommacco, pianta importantissima quest’ultima, dalla quale si estraeva il tannino, che serviva a  impregnare i colori nelle stoffe. Dalle nostre coste, il prodotto, veniva commercializzato in tutto il Mediterraneo. Si coltivava altresì, l’ulivo, la vite, il cotone e anche questi venivano trasformati e commercializzati  in tutto il Mediterraneo.
Proprio nella piana della Bagaria, le coltivazioni del sommacco e della vite e del cotone e dell’ulivo, fioriscono nelle sue terre fertili. Nascono le torri di guardia, nascono le masserie dove vivono coloro che faranno produrre queste terre.
La masseria, infatti, è proprio un complesso rurale. Nasce intorno ad un cortile, dove si ammassano  le piccole casupole ad un piano, abitate dal contadino e della sua famiglia.
Il solo edificio a due piani sarà quella del massaro che ha in genere il piano terra adibito agli animali e agli  attrezzi e il piano primo che funge da abitazione dello stesso e della sua famiglia. Non manca poi mai, la piccola chiesetta e il pozzo quasi sempre al centro del cortile.
Nascono a macchia di leopardo, distanziate e numerose, ma popolate da coloro che già possiamo definire come Baarioti.
È proprio una masseria che nel 1595, Don Giuseppe Branciforti, principe di Leonforte e  Pietraperzìa, conte di Raccuja, barone di Tavi e Toson d’oro, compra, da un certo Benedetto Rizzo per costruire una residenza che gli permetta di allontanarsi dai clamori della città, ma non dalla vita politica e dal suo ruolo all’interno del regno. E la piana della Bagaria o di Raccuja la Nuova, come la battezzerà Don Giuseppe, rappresenta il luogo ideale.
Ma di ciò parleremo la prossima volta.
Maria Giammarresi*

*Inizia con questo articolo la collaborazione del giornale Esperonews con Maria Giammarresi, di professione architetto, che si è particolarmente occupata di giardini ed edifici pubblici e privati. E’ anche Presidente della Sede di BCsicilia di Bagheria. In questa rubrica ogni settimana verrà presentata una costruzione storica che punteggia la piana e ha reso famosa Bagheria in tutto il mondo come “La città delle Ville”.

1 commento

  • Link al commento giuliano Venerdì, 04 Dicembre 2020 12:57 inviato da giuliano

    E' passato anche goethe a guardare....

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