Titolo ambizioso, ma cercando di restare umili, cercherò di aggiungere, nella mia rubrica, alcune piccole nozioni di metodologia, essenziali per i futuri storici o per chi è appassionato di storia.
Partiamo dalla primissima definizione di cosa significa il termine “storiografia”: storia della scrittura della storia. Si vedrà che ci sono tre sensi da distinguere attorno a questo termine. Ma andiamo per gradi.
La storiografia ha diverse portate:
- scientifica
- discorsiva.
Per il primo ambito, ci viene in soccorso Antoine Prost, che diceva che:
« Sans questions, les traces restent muettes et ne sont même pas des sources »
(Douze leçons sur l’histoire, 1996)
“Senza domande, le tracce restano mute e non sono nemmeno fonti”.
In poche parole, ci sta dicendo che lo storico pone delle questioni a partire dalle tracce, argomenta e amministra delle prove.
Per il secondo ambito, Michel de Certeau, nel suo L’écriture de l’histoire del 1975, afferma che il sapere storico è anche una fabbrica, una produzione della narrazione.
Ci sono evidenti conseguenze per il Medioevo: le nozioni di “riforma”, “feudale” ecc., non sono per nulla neutre, ma storicamente costruite e dibattute.
Quindi arriviamo al primo senso da tenere in mente: la storiografia come “corpus”, ossia un insieme strutturato di lavori su un oggetto.
Questo dibattito sulla storiografia ha degli effetti diretti sugli storici del Medioevo, e non solo.
Georges Duby, nel suo libro La société aux XIe-XIIe siècles dans la région mâconnaise (1953), parla di una concentrazione di eventi verso l’anno Mille, come l’ascesa della signoria castellana, un potere più localizzato ecc.
Ma lo storico Dominique Barthélemy, sia negli Annales (1992), sia nel suo libro La mutation de l’an mil a-t-elle eu lieu? (1997), critica questa visione di rottura e propone invece una visione di continuità, caratterizzata da ritmi più lenti.
In gioco, come si evince, non vi è la scelta di una data, ma un vero e proprio dibattito su ciò che si accetta o meno come prova e sull’articolazione tra documenti e strutture sociali.
Vi è anche una cronologia dibattuta, perché questi avvenimenti spesso vengono situati tra il 980 e il 1060 (periodo che varia a seconda della regione).
Vi è inoltre un dibattito sulla definizione controversa di cosa significhi “feudalità”.
In poche parole, la controversia ci obbliga a rivedere tutto ciò che abbiamo messo con troppa rapidità sotto l’etichetta unica di “mutazione” o “rivoluzione feudale”, e a porci domande più sottili: cosa cambia? dove? quando? con quali risorse?
Il secondo senso da ricordare è: la storiografia come ricerca/inchiesta.
Occorre sapere come un sapere è prodotto. A questo proposito, bisogna prendere in considerazione lo studio dei testi normativi, delle istituzioni, ma non solo. Occorre analizzare anche le pratiche sociali, l’antropologia storica e la cosiddetta microstoria.
Ovviamente, con le scienze ausiliarie, come l’antropologia, la sociologia ecc., si ridefinisce ciò che “fa una prova”. François Hartog, nel suo lavoro del 2003 Régimes d’historicité, indica anche che l’azione di scrivere la storia dipende dal rapporto con il tempo e con il passato.
Per capirci, uno storico non è un essere isolato, ma è figlio del suo tempo, con le sue convinzioni, i suoi filtri per vedere la realtà e le sue categorie.
Il terzo e ultimo senso da ritenere è la storiografia come pratica riflessiva.
In poche parole, la necessità di produrre un bilancio storiografico.
Edoardo Torregrossa





