Gurfa: brevi annotazioni sul “Limen/Soglia” della thòlos

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Nell’attesa di dare senso compiuto sistematico a queste serie di annotazioni divulgative da “perizia tecnica” sulla “cultura del dedalico costruttore” degli Ipogei della Gurfa, procediamo con altre annotazioni indiziarie, che però orientano.

Se fosse possibile interrogare quella porta d’accesso alla thòlos ne avremmo risposte inedite e fascinose sulla Grande Storia che la ha attraversato, fino alla perdita della sua stessa memoria che caratterizza tristemente l’attualità delle nostre contrade; facendola di fatto diventare Grande Architettura Clandestina pirandellianamente “in cerca d’autore”. Non essendo possibile averle quelle risposte limitiamoci a porci le domande “giuste”, nella oggettiva concretezza di analisi dei segni fisici sopravvissuti ai millenni che la “decorano”. Abbiamo fortunatamente a disposizione una bella fotografia di una cinquantina d’anni fa della parete esterna della Gurfa (Fig.1), che ritrovai nel carteggio della compianta Silvana Braida  (1930-2001). Al suo interesse di studio per la Gurfa ho dedicato in particolare un intervento (n. 45) in questa rubrica il 20.5.2024. Interessa ricordare in questa sede che la Braida si era formata in architettura medievale con il grande storico dell’arte W. Krönig per specializzarsi nel medioevo siciliano e nell’architettura bizantina. Per 12 anni insegnò Storia dell’Architettura alla Facoltà di Palermo. Da esperta di architettura bizantina e medievale com’era, il suo interesse “controcorrente” sulla Gurfa “preistorica” destò scalpore presso gli “addetti ai lavori” locali per l’interpretazione unitaria che fece delle “grotte”, come fatto importante di grande Architettura e per la loro datazione ad epoca almeno Micenea, per il confronto diretto con il Tesoro di Atreo a Micene, se non addirittura più antica.

Sostenne di fatto che tutti gli ambienti presentavano tracce di rivestimenti  lignei con carpenterie-soppalchi ancorate a pareti e soffitti nei “rope holes/fori passanti”, citando il caso maltese degli Ipogei di Hal Saflieni a Malta (3600-2400 a.C.).

Torniamo in questa sede sulle informazioni che ci può dare la sua suggestiva immagine bianco-nero dell’esterno, per come lo si può ancora verificare e provo a riassumerne informazioni di chiara evidenza in Fig. 2 con apposita legenda di Fig. 3 composita.

Fig. 1 – Frontone esterno della Gurfa, circa 50 anni fa. Fonte: S. Braida

Fig. 2 – Frontone esterno della Gurfa, di circa 50 anni fa, con evidenziata la simmetria perfetta del sistema porta-finestra, che indica evidente accurata unitarietà di progettazione/realizzazione dei due livelli, almeno fino a prova certa del contrario. Mi sono permesso di evidenziare, con rinvio alla seguente legenda di Fig. 3, l’ubicazione dei “segni” grafici e scultorei ancora fortunatamente leggibili attorno alla porta di accesso.

Fig. 3 composita, con i seguenti “segni” grafici e scultorei ancora fortunatamente leggibili: 3.1– Marcatura profonda del “Tridente” asportato, di formato raffinato e corrispondente al nostro razionale “A4”, che evidentemente doveva essere metallico e di ottima fattura.  3.2– Calco delle iscrizioni graffite che rinvenne e pubblicò nel 1995   Mons. Benedetto Rocco in quella sorta di “bacheca” molto in vista, con riferimenti a Melqart e Ashtart che vi sarebbero invocati, concludendone con le seguenti affermazioni: “…iscrizione in lingua fenicia o – se si preferisce – in lingua punica…Ci troviamo, a giudizio di chi vi parla, davanti a una tomba monumentale in tutto simile, direi più che simile, a quella di Micene e a quella di Orchòmenos”. 3. 3 – Iscrizione “IHS” sullo stipite sx, trigramma diffuso da San Bernardino da Siena dal 1424, che sicuramente “segna”, dopo la fase bizantina per almeno una “Croce con Golgota” incisa a parete della seconda stanza del primo livello, il riuso di culto cristiano-cattolico  degli Ipogei essendovi attestata anche la presenza dei Cavalieri Teutonici che vi tenevano un “precettore” nel XIV secolo.  3. 4 – Un graffito sopravvissuto a parete che raffigura la lettera dell’alfabeto fenicio “Beth”, con valore di “Casa/Dimora”, per come ci ha indicato magistralmente il prof. Francesco Torre, che trova confronto con graffiti sulle mura pelasgiche/megalitiche della “dedalica” Erice, datate a partire dall’VIII sec. a.C. ma che potrebbero essere  blocchi molto più antichi di reimpiego. 3.5 – Particolare  della finestra di affaccio, corrispondente al 1° livello di impalcato ligneo interno con evidenza dei due marcatori/stipiti o resti di mensoloni scultorei alla base del davanzale. Si tratta di una “particolare attenzione” progettuale per quell’apertura in asse con la porta monumentale di accesso alla thòlos più grande del Mediterraneo protostorico, realizzata dal costruttore per sottolinearne l’importanza magari in occasione di importanti liturgie con “rito di affaccio” all’esterno dello spazio sacro. Argomento che esclude una apertura “casuale contadina” di finestra per uso di fortuna sopravvenuto del soppalco interno (che pure c’è stato). Ci permettiamo di aggiungere questa considerazione: cosa che avviene regolarmente, per esempio, in Vaticano in occasione della “presentazione” ai fedeli del nuovo Pontefice dopo il Conclave.

In conclusione possiamo quindi affermare che i “segni” fisici analizzati e sopravvissuti attorno a quella soglia importante di accesso possono raccontare brani di storia “certa” nell’arco di almeno 2700-3000 anni, dalla protostoria egeo-sicana, per quel Tridente inciso, che non se ne può stare la “per caso”, al trigramma IHS. Oltre i graffiti che la nostra “modernità” più sprovveduta vi ha aggiunto. Cioè, in sintesi: quel “contorno scultoreo” di accesso alla thòlos con Oculus, “Limen/soglia” sta li per come lo vediamo adesso “da sempre”.

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