Femminicidi, violenza di genere ed emancipazione femminile

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La parola femminicidio è ormai, purtroppo, diventata una parola di uso comune, quasi quotidiano. Sebbene, come reato non abbia nulla di diverso dall’omicidio, la specificazione della parola ‘femmina’ sta ad indicare l’uccisione di una donna in quanto tale, motivata cioè da ragioni che afferiscono alla sua identità di genere: una donna uccisa proprio perché è donna. Sottintende una volontà di annientamento della vittima come estremo atto di esercizio del potere più assoluto da parte del maschio. Potere di vita o di morte.

Per utilizzare una metafora, il femminicidio è l’espressione estrema della violenza di genere, quella che comincia con l’esprimersi ‘bonariamente’ con apprezzamenti, commenti, dai commenti osceni ed atti esibizionistici, che poi diventano approcci fisici, toccamenti e strofinii, sino alla violenza sessuale vera e propria. Nella sua accezione attuale, il termine fu introdotto nel 1976 da Diana E. H. Russel, una criminologa e attivista femminista americana di origine sudafricana, che usò il termine “feminicide” di fronte al Tribunale Internazionale dei Crimini contro le Donne; ma divenne noto in Italia nel 1990, grazie alla giornalista Maria Adele Teodori, che, in un articolo su “StampaSera” a proposito di stupri, parlò di “femminicidio quotidiano”. Successivamente il termine fu nuovamente utilizzato sempre dalla Russell nel 1992 in un libro scritto insieme a Jill Radford ( Femicide: The Politics of woman killing ).

Ma perché questo incremento di un delitto tanto efferato? Per rispondere a questa domanda bisogna ripercorrere brevemente le tappe più recenti  dell’emancipazione femminile.

L’emancipazione femminile…sotto tutela

Uno dei temi fondamentali del ruolo sociale progressivamente diverso della donna nel XX secolo è stata l’emancipazione femminile. Per quanto sembri riduttivo, bisogna ammettere che solo in minima parte essa è stata dovuta ad una vittoria “sul campo” del movimento femminista; esso aveva, comunque, portato ad una progressiva presa di coscienza delle donne, ma le motivazioni fondamentali sono di natura storica ed economica. Nel ‘900, per esempio, il potenziamento delle banche e delle assicurazioni, oltre che dei servizi pubblici determinarono un iniziale grande assorbimento delle donne nel mondo del lavoro (il 50% in più tra il 1906 e il 1936). Ma un altro fattore, ancora più importante, è stato rappresentato dai due conflitti mondiali, che hanno imposto alla donna di sostituire nella vita ‘civile’ milioni di uomini partiti per il fronte. Se di emancipazione si è trattato, quindi, è stata certamente una “emancipazione sotto tutela”.

Secondo qualcuno, il XX secolo avrebbe dovuto scrivere la storia della rivalità tra uomo e donna. In realtà, tra uomo e donna non c’è sinora stata la disponibilità delle stesse armi, dei medesimi mezzi, ed anzi, viene abitualmente messa in atto una sottile discriminazione – che assume le forme di una sottile segregazione del sistema di formazione e nel mondo del lavoro. Si tenta cioè di perpetuare o di reinventare la legittimazione del principio della divisione sessuale dei ruoli. Ancora oggi, uomini e donne, insomma, vengono distribuiti in sfere separate di formazione e lavoro.

C’è un fenomeno che la Lagrave mette in evidenza, e cioè che: “Allorché le donne progrediscono in un mestiere o una disciplina, gli uomini disertano o hanno già disertato. Non è una situazione di rivalità, e neanche di giusta concorrenza, è una defezione silenziosa”.

La struttura socio-economica è andata cambiando progressivamente, ma in maniera sempre più decisa, dalla fine della seconda guerra mondiale, ma tale cambiamento è diventato straordinariamente veloce da circa un decennio a questa parte. In un mondo che è sempre più villaggio globale, dominato da una comunicazione sempre più tecnologica ed aggressiva, è cambiata totalmente la mappa dei bisogni fondamentali. Che sono diventati sempre meno essenziali, e sempre più ludici, indotti, subdoli, ma comunque bisogni non meno essenziali, in apparenza, di quelli per così dire tradizionali.

Cambiamenti del ruolo femminile

Il soddisfacimento di tali nuovi bisogni indotti ha richiesto una sempre maggiore pressione lavorativa, mediata da una vera cultura del superfluo. Le problematiche sociali a monte di questa situazione sono complesse e non è certo questa la sede per esaminarle. Voglio solo suggerire che ad un certo momento è divenuto obbligatorio il fatto che la donna lavorasse, per portare il proprio contributo economico. Ciò ha significato, da parte maschile, il crollo almeno parziale delle difese tradizionalmente messe in atto per impedire che la donna lavorasse, che, insomma, la donna fosse “altro” rispetto ai ruoli tradizionali di moglie e di madre. Come già accennavo, non sono affatto convinto che il grande afflusso delle donne nel mondo del lavoro, specialmente dopo la fine del secondo conflitto mondiale, sia dovuto ad una nuova presa di coscienza della donna e del proprio ruolo sociale: credo che la donna questa coscienza l’abbia avuta sempre, in qualche modo, magari non in modo massificato, non mediatico, ma con grande lucidità. Il problema è che la lotta con il maschio diventava spesso difficile, complessa, troppo impegnativa. Ad un certo momento la società è cambiata. La nuova funzione sociale della donna veniva ad essere non più domestica (modello arcaico di interazione familiare), ma collaboratrice nella produzione di reddito. Ad una società maschilista (con gli uomini, cioè, in posizione di assoluto potere gestionale e organizzativo) questa soluzione poteva anche apparire comoda: una riduzione della presenza intra-familiare della donna poteva bene associarsi con attività lavorative appositamente calibrate per la donna: insegnante, impiegata, infermiera, insomma tutte professioni di “supporto” e culturalmente “adatte” ad una donna. Che così si è ritrovata ad essere impegnata comunque su due fronti, ed entrambi part-time: casa e lavoro esterno. Ad una società maschilista (e quando parlo di maschilismo mi riferisco al consenso che il perpetuarsi di questi ruoli sociali riceveva anche da molte donne!) questa condizione appariva ampiamente accettabile. Non a caso tale processo è stato fortemente incoraggiato ed incentivato. Ed a ragione poiché di trattava di una posizione autenticamente anti-femminile: in base alle esigenze maschili, si concedeva un nuovo spazio fruibile alla donna, ma pur sempre rigidamente delimitato. Il problema che non fu preso debitamente in considerazione (il che, consentitemi la digressione, dimostra per l’ennesima volta che i fenomeni sociali sono difficilmente prevedibili!) fu che una massiccia immissione della donna nel mondo del lavoro non poteva essere limitata ad una presenza funzionale ai bisogni maschili. Credo che alla base di questo vi sia stata la profonda, antica disistima che la società ‘maschile’ ha sempre avvertito nei confronti della donna.

Ma non solo. Fattori come la progressiva scolarizzazione, l’autonomia professionale ed economica, l’indipendenza economica, l’apertura a carriere e nuovi ruoli ebbero come conseguenza anche un cambiamento nelle relazioni personali. L’esplosione della rivoluzione sessuale, l’indipedenza anche sul piano affettivo e il rifiuto di ruoli sociali, affettivi e relazionali tradizionalmente prestabiliti modificarono profondamente i ruoli all’interno delle coppie. Ho l’impressione che sia stato questo nuovo fenomeno sociale (e psicologico) a creare, forse per la prima volta nella storia dell’umanità, una condizione di aperta conflittualità inter sessuale, perché questo aspetto del ruolo della donna nel mondo del lavoro non era stato previsto, non faceva comunque parte delle regole del gioco. Produrre era un discorso, attentare alle solide posizioni dirigenziali maschili (insomma, al potere maschile) era tutt’altro discorso. Una donna operaia era una cosa, una donna docente universitario un’altra. Una donna impiegata andava ancora bene, una donna top-manager andava molto meno bene e questo solo perché – indipendentemente dalle capacità individuali – questi ruoli erano tipicamente maschili, a fronte e a dispetto di una situazione demografica palesemente dalla parte della donna. Una donna sottomessa e succube all’interno della coppia era la norma, una donna sessualmente ed affettivamente libera era difficilmente tollerabile.

Si potrebbe obiettare che da questa situazione conflittuale al femminicidio il passo è lungo. E l’obiezione sarebbe giusta se non tenessimo nel debito conto i cambiamenti sociali, tecnologici e comportamentali intervenuti alla fine del secolo scorso e poi esplosi all’inizio del nuovo millennio. I mutamenti nelle modalità di comunicazione e informazione, i drastici cambiamenti nella morale comune, l’aumento vertiginoso nell’abuso di sostanze, la mancanza di educazione affettiva e sessuale e, diciamocelo pure, la mancanza di adeguate norme legislative nei confronti dei reati fondati sulla violenza di genere, hanno reso più facile il ‘’passaggio all’atto’ nei casi di femminicidio. E’ un po’ quello che succedeva nella prima metà del ‘900, con il delitto d’onore, che nella stragrande maggioranza dei casi erano femminicidi, puri e semplici, in caso di adulterio o di offese all’onore arrecate da mogli, figlie e persino sorelle. Il famigerato codice Rocco del 1930 lo aveva quasi depenalizzato. Bisognò aspettare il 1981 perché una legge, la n. 442, ponesse fine a questo abominio. Quindi, il femminicidio non è cosa recente, fenomeno nuovo. E’ semplicemente un modo relativamente nuovo di definire una tipologia di delitto ben più antica. E, allora, insiste la domanda: quali sono le ragioni profonde del femminicidio?

Il dato di fatto inoppugnabile è che gli uomini continuano a non accettare, troppo spesso, l’emancipazione e l’indipendenza della donna, la vivono come provocazione, come sostanziale attentato al proprio predominio, che è ormai un predominio puramente formale, storico, e pertanto assolutamente virtuale. L’uomo preferisce la donna in un certo modo, e fa di tutto per viverla in quel modo, una condizione, cioè, di palese subordinazione. E’ un comportamento che risale alla preistoria e alla separazione dei ruoli avvenuta allora.

Parliamo di società primitive, dei nostri remoti antenati, più o meno di ottantamila anni fa, però fu in quel lontano momento protostorico che possono essere rintracciate le pretese egemoniche sociali e relazionali del maschio.

Nel lungo processo di emancipazione femminile, che ha portato la donna all’acquisizione di ruoli professionali, economici e di potere pari o spesso superiori a quelli maschili, quell’assetto sociale è stato rivoluzionato. Ma, evidentemente, non del tutto. E così l’arcaico mostro di un violento patriarcato continua ad aggirarsi nei meandri più bui della nostra mente…

Giovanni Iannuzzo

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