L’argomento delle Near-death Experiences (con un acronimo: NDEs – in italiano “Esperienze in prossimità della morte”) è, credo, uno dei temi più “provocatori” nell’ambito delle scienze mediche ed in particolare in quelle della mente e del comportamento. Se inizialmente esso è stato interpretato come una prova indiretta della sopravvivenza, innumerevoli ricerche successive hanno ragionevolmente dimostrato che si tratta di un fenomeno molto complesso che, indipendentemente dalle libere interpretazioni personali, ha aperto nuove prospettive per la comprensione di numerosi aspetti del funzionamento della mente e delle funzioni del cervello umano. Ma cominciamo dal principio.
Il Dr. Raymond Moody Jr., che poi sarebbe divenuto il più noto studioso del fenomeno, si avvicinò per la prima volta a questo fenomeno per puro caso, mentre era ancora studente universitario. Sentì un professore di psichiatria parlare con un gruppo di studenti di una sua personale esperienza, quella cioè di essere ‘clinicamente morto’ due volte, a circa 10 minuti di distanza, e descriveva quanto gli era accaduto durante la sua momentanea ‘morte’. Moody fu incuriosito, prese qualche appunto, ma, come lui stesso dice la archiviò. Un giorno di anni dopo, laureatosi e già professore di filosofia, in una università del North Carolina, dopo avere tenuto una lezione sul Fedone, un celebre Dialogo platonico nel quale è affrontato fra l’altro il tema dell’immortalità, venne avvicinato da uno studente che gli chiese se poteva affrontare più approfonditamente proprio questo tema nelle successive lezioni. Chiestogliene il motivo, Moody si senti raccontare dal suo studente una storia piuttosto strana, molto simile a quella del professore di psichiatria: sua nonna, gli raccontò lo studente, era clinicamente morta durante una operazione; poi, riportata alla vita, aveva riferito una storia “perfettamente identica a quella descritta dal professore di psichiatria”. E fu così che Moody cominciò ad interessarsi attivamente dell’argomento e a raccogliere e catalogare accuratamente queste storie, che gli apparvero presto molto più frequenti di quanto si potesse pensare. “Con mio profondo stupore, – scrive – constatai che quasi in ogni corso di circa trenta studenti, almeno uno di loro veniva a parlarmi di una esperienza di pre-morte”.
Moody raccolse in poco tempo decine di racconti di esperienze simili. Iscrittosi, dopo la prima laurea, alla Facoltà di Medicina, già nel 1972 aveva raccolto un certo numero di testimonianze riguardo fenomeno, aveva cominciato a parlarne con medici e ben presto cominciò a fare conferenze su questo argomento, sino ad essere considerato un vero esperto dell’argomento, riuscendo, con la fama che si era fatto, a raccogliere un repertorio molto vasto di queste strane esperienze. Nel 1975 diede alle stampe un volumetto nel quale per la prima volta riassunse i suoi studi e le sue conoscenze sull’argomento. Proviamo a descrivere ora di cosa si tratta.
In alcune condizioni cliniche molto gravi si può verificare una sospensione delle funzioni vitali. Situazioni come l’arresto cardiaco, o addirittura l’elettroencefalogramma piatto, o il coma, sembrano in genere irreversibili. Ma talvolta ciò non accede e, dopo un variabile periodo di morte apparente, il paziente si risveglia. Ma cosa è successo in quel breve intervallo che separa la completa sospensione delle funzioni vitali dal momento del risveglio? I soggetti ‘risvegliati’, notò Moody, raccontavano una serie di esperienze e percezioni molto simili. Anzitutto avevano difficoltà ad esprimere la loro esperienza di sospensione della vita, ma ricordavano di essere stati consapevoli, durante essa, che medici e osservatori presenti dicevano che erano morti. Poi tutti avevano sperimentato una sensazione di pace, di aver udito strani rumori o una musica che veniva definita ‘ultraterrena’, poi ancora la sensazione di viaggiare lungo un tunnel oscuro, trovandosi fuori dal proprio corpo; durante questo ‘viaggio incontravano altre persone, parenti i o amici defunti; riferivano anche di avere incontrato un “essere di luce”, ed essere consapevoli di essere arrivati a una misteriosa frontiera, un punto di non ritorno. Il tutto mentre avevano una visione panoramica della propria vita. Ma mentre erano vicinissimi a varcare quel confine, quella soglia, erano ‘richiamati’ indietro, e ritornavano alla vita.
Il fondamentale risultato psicologico di questa esperienza era, nei soggetti che ne erano stati protagonisti, un cambiamento della loro concezione della morte e dell’aldilà.
Il libro di Moody è molto empirico, non si perde nei meandri delle teorie, è molto descrittivo. Il suo lavoro si basa quasi esclusivamente sulla sequenza: resoconto/analisi delle prove/descrizione del caso, che è poi la sequenza concettuale tipica delle scienze empiriche e descrittive. Fu per questo forse che il mondo scientifico accademico rimase perplesso: non ci si trovò di fronte a teorie, elaborazioni e speculazioni. Ci si trovò semplicemente di fronte a fatti.
Questo trend iniziale continuò seguendo le stesse linee guida. Una celebre risposta – conferma alle osservazioni di Moody venne addirittura da un medico cardiologo – Michael Sabom – che si trovò (sembra suo malgrado…) a confermare i dati di Moody. Anche in questo caso vi fu grande clamore sulla stampa per così dire “popolare” e contemporaneamente un’altra presa d’atto da parte della medicina e delle scienze del comportamento.
Naturalmente, e sin da allora, le NDEs furono interpretate in modi profondamente diversi e nel campo della ricerca “parapsicologica” soprattutto il fenomeno fu enfatizzato ed associato alla reincarnazione, alle apparizioni di crisi, alle apparizioni di fantasmi, insomma a tutti quei fenomeni che sembrerebbero da sempre essere una prova dell’esistenza della sopravvivenza e quindi di un aldilà.
Sin dall’inizio però è prevalsa l’idea che le Near Death Experiences fossero argomento di pertinenza comunque prioritariamente medica – oltre che ovviamente psicologica o antropologica. Articoli sull’argomento sono apparsi sulle maggiori riviste mediche, psichiatriche e psicologiche (solo per fare un esempio, già negli anni ’80 apparivano articoli su The Lancet o sull’American Journal of Psychiatry, oltre che su un buon numero di altre importanti riviste cliniche).
Per rendersene conto basta consultare la più famosa banca dati scientifica in medicina (PubMed/MedLine) per rendersene conto; quell’imponente e accreditatissimo data base contiene centinaia di articoli sulle NDEs pubblicati esclusivamente su riviste mediche ampiamente accreditate ed eterogenee (dalla psichiatria alla nefrologia, siano ad una rivista specialistica, Resuscitation, sulla quale hanno pubblicato pregevoli contributi i più autorevoli esperti medici internazionali sull’argomento, come Bruce Greyson e P.B. Fenwick).
Ma come mai la medicina e le scienze della mente hanno mostrato tanto interesse per le NDEs, sino a rendere le ricerche su questo fenomeno uno specifico campo di indagini ortodosse? Non certamente perché il fenomeno è semplicemente “strano”. Lo è anche la telepatia, o le esperienze fuori dal corpo, o ancora di più le apparizioni di fantasmi. Eppure riguardo a questi fenomeni le scienze del comportamento hanno avuto un atteggiamento distaccato, forse curioso, comunque mai interessato oltre i limiti della generica attenzione culturale. Con le NDEs è stato diverso. Ancora una volta: perché?
Credo che la risposta sia molto semplice: la medicina ha considerato le NDEs una provocazione per l’insieme di conoscenze scientifiche che riguardano la natura umana e il modo di adattarsi al mondo della nostra specie. E anche qui, in questo infinito gioco di scatole cinesi, c’è da chiedersi: perché?
Bisogna considerare il fatto che le NDEs, così come originariamente descritte da Moody e poi dagli altri studiosi, sono fenomeni che avvengono in ambito medico clinico. Infatti, nella loro sostanza, le NDEs sono fenomeni che accadono in condizioni particolarissime, quando per un fatto clinicamente rilevante, una persona rimane, per tempi (brevissimi realisticamente, lunghissimi da un punto di vista esistenziale), in una condizione di “morte”, dalla quale il soggetto è “richiamato indietro” da interventi medici. Questo è un fenomeno che ovviamente deve essere documentato e può esserlo solo laddove eventi di questo tipo accadono – ospedali, servizi di Pronto Soccorso, Unità di Rianimazione. Sono questi i luoghi che danno “sostanzialità obiettiva” a questo fenomeno. Quando si parla infatti di NDEs non ci si riferisce al racconto soggettivo di qualcosa che è accaduto in qualche modo e da qualche parte, laddove si può prendere per buona l’onestà intellettuale del soggetto che ha fatto l’esperienza. Una Near Death Experience deve essere documentabile in senso clinico, va accolta come esperienza reale solo se ha certe caratteristiche, va sostanzialmente accettata in maniera tanto più precisa ed incontrovertibile quanto più la documentazione clinica è ineccepibile. La caratteristica fondamentale nello studio di queste esperienze è l’onere assoluto della prova, e nel sobbarcarsi a questo onere la medicina clinica è sicuramente in prima linea. Ne consegue che i medici in genere si sono sentiti fortemente responsabilizzati, in un’area di ricerca che li tira in ballo come elementi fondamentali non solo a livello interpretativo, ma soprattutto a livello testimoniale. Il medico è il testimone fondamentale, anzi, senza la sua testimonianza il processo si inceppa.
Forse per la prima volta nella storia della conoscenza medica le scienze del comportamento si sono trovate di fronte ad un fenomeno in grado potenzialmente – perché senza dubbio agli inizi è stato così – di dimostrare qualcosa che sfugge completamente alla conoscenza scientifica formale ed unanimemente accettata. Quando vennero presentati i primi casi di NDEs, sembrò davvero che per la prima volta la scienza si dovesse confrontare col problema millenario dell’anima. E non una scienza ad uso e consumo di qualsiasi forma di spiritualismo, ma proprio la medicina, proprio la psichiatria, proprio le scienze della mente e del comportamento.
Un altro motivo, forse più ragionevolmente semplice degli altri, è che il fenomeno delle NDEs ha quasi da subito presentato una serie di caratteristiche inquietanti, che potevano in causa direttamente alcuni paradigmi della storia delle scienze mediche e di quelle della mente in particolare. Concetti come quello di coscienza, stato di coscienza, percezione, funzioni cognitive – oltre ovviamente alle conseguenze psicologiche dell’esperienza in se stessa – erano e sono fortemente in grado di sollecitare una riflessione attenta e una valutazione severa di un fenomeno che comunque ha tutte le potenzialità per rimetterli in discussione.
Rimane un’ultima domanda, che è poi quella centrale: che cosa la medicina e le scienze della mente hanno intravisto nella straordinaria esperienza delle NDEs e quali implicazioni possono averne tratto per la comprensione della natura dell’uomo? Devo ammettere che è l’unica domanda che non ha alcuna risposta, per quanto approssimativa ed incerta possa essere. L’unico dato di fatto è che, dopo la “scoperta” delle NDEs, il sapere medico si è confrontato, forse per la prima volta nella sua lunga e nobile storia, non tanto col problema della morte, ma di cosa succede in quel “dopo” avvolto da miti, accarezzato da speranze, ma a tutti sconosciuto. Si è confrontato senza pregiudizi ideologici, semplicemente con la forza del sapere empirico, dell’osservazione, del desiderio di conoscenza. Io non so se questo è sufficiente per placare la nostra sete di domande sulla “vita oltre la vita”. So anche però che la scienza non può rispondere a tutti i nostri quesiti, per quanto voglia. E’ una delusione? Mortifica il nostro orgoglio di uomini di scienza e ci pone di fronte a domande che continuano a restare senza risposta? Forse è così. Credo che questo sia il destino della conoscenza scientifica. Chi si occupa di scienza è solo un marinaio che naviga nell’oceano del dubbio, ma forse è proprio questo che rende così dolce e affascinante la sua navigazione.
Giovanni Iannuzzo





