Street art a Palermo: un’occasione per riflettere.

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Ci sono i classici palazzoni dell’estate palermitana, quella rovente e deserta della villeggiatura, a rappresentare la dimensione corale, il contesto della tragedia; e poi c’è la dimensione individuale dei protagonisti, in particolare di Paolo Borsellino, cui è dedicata questa ulteriore tappa dell’itinerario della memoria.  A Palermo è possibile tracciare un vero e proprio cammino della legalità e della lotta alla mafia, un percorso fisico e ideale, di marcia e di ricordo, attraverso vie e piazze, sedi istituzionali e case private, ed è la marcia personale e silenziosa dei cittadini la cui coscienza, dopo più di 30 anni di misteri, è rimasta vigile e non si è fa troppo distrarre dalle facciate vistose. Questo percorso è possibile anche grazie alle numerose opere di street art realizzate negli spazi della quotidianità, non solo in contesti periferici, secondo tradizione, ma anche in punti cruciali del centro città, a creare messaggi aggiuntivi a quelli del paesaggio e delle evidenze storiche.

Nel 2021, a distanza di quattro anni dal grande dittico realizzato nei pressi dell’aula bunker, lo street artist Palermitano Andrea Buglisi (Palermo.1974) ha creato un nuovo murale sul tema della lotta a Cosa Nostra, stavolta nelle vicinanze del luogo in cui nel 1992 venne ucciso il giudice Borsellino e, insieme a lui, i 5 agenti della sua scorta.

L’ opera, che si trova in via Autonomia Siciliana, è realizzata in collaborazione con la Onlus “Vivi Sano”, già responsabile a Palermo di progetti di solidarietà sociale (al Foro Italico e al Parco Piersanti Mattarella), e adesso impegnata nella realizzazione di un centro sportivo giovanile, sostenuto dai figli di Paolo Borsellino insieme il seminario diocesano italo albanese e agli enti partner di Piana degli Albanesi.

La cifra stilistica è quella della “Porta dei Giganti”: sullo sfondo settori geometrici dalle tinte decise sui quali si stagliano oggetti e figure, ritratti di vita pubblica e intima, ma anche elementi dal forte valore simbolico : uno stormo di corvi vola sinistro su un lato della 126 parcheggiata in via d’Amelio col suo carico di morte; sul lato opposto i corvi diventano gabbiani a richiamare il mare, presente in tanti aneddoti riguardanti la famiglia Borsellino e allo stesso tempo simbolo di quella libertà il cui profumo viene ancora pagato a caro prezzo a Palermo. Nella lunga sequenza di immagini anche un bambino, il giudice da piccolo, con in mano un’agenda rossa come quella scomparsa il giorno del suo assassinio. Tra le figure anche l’amico e collega Falcone, unito a Borsellino da un destino comune a distanza di soli 57 giorni.

L’Italia Intera, quella che non voleva la dittatura del potere mafioso, vide Paolo Borsellino camminare avanti verso la fine -solo e certo meno animato dal suo proverbiale ottimismo- , in quei 57 giorni; lo vide partecipare ai funerali di Falcone e alle commemorazioni che seguirono, recarsi nel proprio ufficio in procura, a studiare le carte sulle quali l’azione giudiziaria del pool si era basata e i maxi processi istruiti; andare ai colloqui con collaboratori di giustizia, con ministri e dirigenti della polizia di stato, dalla sua amatissima Agnese, nella casa al mare, e infine, il pomeriggio del 19 luglio, dalla anziana madre. Tutta l’Italia “desta” lo vide e stette col fiato sospeso come davanti alle scene di un film che mette paura anche se si intuisce l’epilogo.

Per questo la morte di Paolo Borsellino è stata avvertita come una lacerazione perfino più dolorosa rispetto a quella di Giovanni Falcone,   come quando si accompagna con angoscia una vittima innocente al sacrificio sapendo di non poterlo evitare, fermare. La strage di via d’Amelio è ancor più un episodio che si distacca, come già quello di Capaci, dai comuni delitti mafiosi, è palesemente una chiosa scritta dalla impenetrabile consorteria dei poteri occulti in cui però la magistratura rappresentata da Falcone e Borsellino era penetrata e vedeva ben chiaro.

Il nuovo murale di Andrea Buglisi non narra con la potenza dei grandi ritratti che campeggiano sulle facciate ad angolo dette “Porta dei Giganti”; non ritrae il carisma di due grandi personaggi, colti nelle loro espressioni più caratteristiche e nella loro essenza più manifesta, il sorriso e la gravità; la nuova opera ha un carattere molto più privato e quasi confidenziale, come il sentimento che ha legato la gente comune agli ultimi giorni di vita di un uomo di legge e servitore dello Stato, due realtà che hanno ricevuto un violento scossone, quasi una fase estrema dell’onda d’urto causata dall’esplosione. Quel pomeriggio di luglio del 1992 insieme al giudice e ai 5 agenti della scorta sono morte in qualche misura anche la fiducia di una parte della società negli strumenti della giustizia e nelle istituzioni stesse della Repubblica italiana.

E sono morti certamente, in misura molto maggiore, i familiari delle vittime, le cui esistenze sono state segnate da quello che il dott. Manfredi  Borsellino, figlio di Paolo, ha definito “l’eterno presente della separazione”. In questa assenza vissuta ogni giorno della loro vita, tutti i sopravvissuti, coloro che sono scampati alla bomba ma ne sono stati, di fatto, irrimediabilmente mutilati, hanno continuato a cercare la verità sulle stragi e sulle connessioni fra mafia e istituzioni, un modo per mantenere viva la parte restante insieme alla memoria dei caduti.

Barbara De Gaetani