Geraci Siculo: “Viva l’Italia libera”, un libro restituisce l’onore al partigiano antifascista Vincenzo Cascio

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– Non uscire, avverto l’incombere di un pericolo nell’aria.
Se la mattina del 9 giugno 1944 Vincenzo Cascio, partigiano trentenne, già sottotenente del regio esercito italiano, siciliano originario di Geraci, avesse dato ascolto a queste parole della giovane moglie Nelly, nonché madre del suo piccolo bambino di appena un anno, questo libro frutto di una magistrale ricerca storica condotta dall’autore Giuseppe Vetri, non sarebbe mai uscito.

Vincenzo nasce nel comune madonita il 20 maggio 1914. In tenerissima età Rimane orfano di entrambi i genitori, essendogli morto il padre, di nome Giovanni, muratore nonché all’epoca ufficiale di complemento a Cefalù, quando lui aveva appena quattro anni; e la madre, Maria, quando di anni aveva cinque.
Saranno pertanto gli zii Giacomo e Giuseppe, “benestanti” locali, a occuparsi di lui e delle tre sue sorelle Pietra, Rosaria e Vincenza, rispettivamente di 10, 8 e 5 anni più grandi, mentre un altro zio, Francesco, “ufficiale del regio esercito”, che vive a Roma, fa loro da tutore legale.
I quattro minori vengono affidati – scrive l’autore – a “un collegio parastatale di suore di Petralia Sottana”, dove da diversi decenni è attivo l’istituto Magistrale “Domina”. Qui essi conseguono il diploma di maestro elementare.

Vincenzo consegue anche “la maturità scientifica” e, ultimati gli studi liceali, si trasferisce a Roma, dove lavorerà come “maestro” fino al 1938 nella scuola elementare “Carlo Pisacane”:
Da lavoratore-studente frequenterà nel contempo l’Università, conseguendo la laurea in Scienze Politiche.

Stiamo parlando di un normale ragazzo volenteroso, appartenente alla classe media italiana della prima metà del secolo scorso, scampato alla precoce perdita dei genitori grazie alle confacenti condizioni economiche e sociali del contesto parentale, nel cui ambito aveva potuto realizzare nonostante tutto le aspirazioni di crescita, di vita, di lavoro.
Uno dei tantissimi giovani emigrati siciliani, la cui storia è simile alle tante che si ripetono ormai da ben tre secoli, tra successi e insuccessi condizionati dalle situazioni di partenza.

In tale normalità, il giovane ventiquattrenne geracese, finita l’Università, magari su suggerimento dello zio Francesco già grande Ufficiale dell’esercito regio, sceglie di arruolarsi come Ufficiale di complemento, viene quindi assegnato a un reggimento e, scoppiata la guerra, da lui certamente non dichiarata, inviato al fronte di guerra in Albania, per “spezzare le reni alla Grecia”, velleitaria mussoliniana pretesa, non riuscita.

Nel frattempo il giovane si fidanza, e si sposa, a ventisei anni, con la bella e benestante Filomena (Nelly) Iannoni di Ancona, conosciuta e frequentata a Roma negli ambienti universitari, ragazza che, iscritta alla facoltà di Lettere classiche, si laureava nel 1937 iniziando subito a insegnare al Liceo Ronaldini del capoluogo marchigiano.

Normalità che sparisce con l’8 settembre del 1943, quando, firmato a Cassibile il cosiddetto “armistizio”, in realtà “resa incondizionata” agli angloamericani, l’Italia, quella che all’epoca gli italiani  chiamavano “patria”, viene immediatamente occupata dalle armate tedesche, artefici dell’istituzione della Repubblica Sociale Italiana, con a capo come fantoccio l’ex Duce.
In quella fatidica data egli si trovava nella sua casa di Ancona, usufruendo dal 26 agosto di una “licenza speciale di 15 giorni più il viaggio”, alla fine della quale, entro il 13 settembre, sarebbe dovuto rientrare in Slovenia, sua sede di guerra. Ritorno che mai avvenne.
Resterà in quella casa con il figlioletto, la moglie e la suocera, fino all’ingresso dei tedeschi in

città, cosa avvenne di lì a breve, “per sfollare a Viacce, una frazione di Fabriano, ospiti di Vincenzina, sorella del nostro Cascio, che qui insegna come maestra”.

Sfollato e clandestino, è così che comincia l’eroismo:

“Il sottotenente Cascio fin dal 18 settembre è consapevole di finire condannato, da un Tribunale di guerra germanico qualora venga arrestato. Viene a sapere presto di molte centinaia di militari caricati su carri bestiame e portati verso località ignote” [cfr. pag. 65].

“A Cascio tocca decidere da che parte stare”.

“… comprende che non c’è più tempo, non vuole aspettare la Liberazione portata dagli eserciti alleati e decide di riprendere le armi per cacciare l’occupante tedesco e mettere fine alla Repubblica di Mussolini, per

restituire al Paese la pace e la libertà di cui è stato privato da molto tempo.” [pag. 72]

Il dado è tratto:

“Sappiamo – scrive l’autore – dalla testimonianza del figliolo che Vincenzo Cascio ha contatti con il Gruppo

“dei patrioti” fin dall’autunno ‘43 come è certificato dalla Commissione Regionale Marchigiana per il riconoscimento della qualifica di partigiano, organismo costituito a livello nazionale con decreto legge del governo il 21 agosto 1945. Cascio riceve la Qualifica di Partigiano Combattente Caduto per la Lotta di Liberazione. È attestato parimenti il periodo di appartenenza alla V Brigata Garibaldi Gruppo Tigre dal 9-9-1943 al 9-6-1944”.

Il Gruppo Tigre, per l’appunto, è il gruppo Partigiano Combattente per la Lotta di Liberazione, nel quale Vincenzo svolge il compito di “capo squadra”, fino a quando,  il 9 giugno 1944, in una  imboscata tesa dal nemico nazifascista, reagendo prontamente contro un ufficiale tedesco che tenta di schiaffeggiarlo, egli, afferrandolo al petto e mandatolo a terra, viene però colpito al fianco da un grosso sasso lanciatogli addosso dal “ladro Cardone”, mentre un soldato tedesco gli spara una raffica a bruciapelo.
Così, colpito anche alle gambe, cade su una catasta di legna senza dare segni di vita.

Ma, prima di morire, da “Partigiano Caduto per la Causa Nazionale”, vuole sollevarsi in piedi, e riesce a gridare ai presenti “Viva l’Italia libera”!
Da qui il titolo del libro.

Sono passati 80 anni, e finalmente Giuseppe Vetri riesce a dimostrare come, esclusi i trentacinque anni che intercorrono tra il 1960 e il 1995, per oltre la metà di tutto l’ottantennio, e ancora a tutt’oggi, nei confronti di Vincenzo Cascio la locale classe politica e amministrativa comunale, al di là dell’alternanza partitica, ha praticato una sorta di “damnatio memoriae”, una «condanna della memoria», come quella che – secondo il Dizionario Treccani –  “si decretava in Roma antica in casi gravissimi, per effetto della quale veniva cancellato ogni ricordo (ritratti, iscrizioni) dei personaggi colpiti da un tale decreto”.

Vetri ci informa infatti che il Comune di Geraci Siculo ha ufficialmente saputo del martirio del tenente Cascio fin dal maggio 1946, tramite la Prefettura di Palermo, che invitava espressamente con una nota il Comune stesso a dare traccia dell’eroe partigiano nella toponomastica. Ma l’allora Sindaco, il Sacerdote Giacomo Scancarello, pur deliberando l’intestazione a Vincenzo Cascio di uno slargo in Corso Vittorio Emanuele, non diede mai corso all’apposizione di idonea tabella indicativa, né lui né i suoi successori fino al 13 settembre 1960, quando
“l’Amministrazione Comunale di Geraci Siculo, guidata dal sindaco Vincenzo Iuppa, in carica dal 28 dicembre ‘59 al 21 novembre ‘60, delibera di intestare la “già via dei Greci” al concittadino Tenente Cascio Vincenzo.”

Tale via (corrispondente alla “Scalunera”) rimase così chiamata fino al 25 novembre 1994, quando, con delibera del Consiglio Comunale n. 87 si provvide alla revisione della toponomastica, con la cancellazione della via Tenente Cascio e la sua reintitolazione con il precedente nome: “via Greci”.

Non ci rimane che dare credito pertanto alla volontà riparatoria dell’attuale sindaco Luigi Iuppa autore di una delle prefazioni, le altre sono di Armando Sorrentino, vice Presidente dell’ANPI di Palermo e Nicia Pagnani, coordinatrice dell’ANPI delle Marche.
Ecco la sua dichiarazione di impegno:

“Per fortuna la pubblica amministrazione può rimediare ai suoi stessi errori. Provvederemo senza alcun dubbio.

Lo promettiamo alla famiglia del Tenente Vincenzo Cascio, all’Autore della presente onesta e documentatissima ricerca storica. Lo promettiamo all’ANPI regionale e nazionale, con le dovute scuse alla memoria collettiva globale e locale”.

Questo l’auspicio del volume che – scrive nella sua Premessa il nostro autore –  “mette a disposizione degli Organi del Comune una sufficiente documentazione, anche se non esaustiva, affinché nome e cognome di Vincenzo Cascio possano essere riportati nella toponomastica urbana da cui sono stati cancellati alla fine del secolo scorso…” .

Questo l’auspicio del figlioletto bambino di allora, oggi ottantenne, Giovanni Cascio Pratilli, che la sera del 14 dicembre 2019 chiama al telefono Giuseppe Vetri, già autore del libro su Liborio Baldanza, e gli chiede se si possa “occupare del Tenente Cascio al fine di riabilitarne la persona e l’esistenza e nel contempo sensibilizzare l’Amministrazione Comunale a creare un segno materiale all’interno dell’abitato che ne ricordi la persona e l’operato”.
Giovanni, amareggiato peraltro del fatto che “tra i cittadini di Geraci persistono – egli dice – “dicerie che sostengono l’adesione di suo padre alla Repubblica Sociale Italia ossia alla repubblica di Mussolini.”

Cosa assolutamente non vera.

Pietro Attinasi

 

Titolo: Viva l’Italia libera.
Tenente Vincenzo Cascio. Siciliano antifascista partigiano

Autore: Giuseppe Vetri

Editore: Edizioni Arianna

Pagine: 168

Prezzo: 15,00

ISBN: 9791280528476

Luogo di pubblicazione: Geraci Siculo

Anno pubblicazione: 2024

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