Collesano. Riqualificazione del centro storico: continua la “querelle” tra il sindaco e lo storico dell’arte

Giovedì, 28 Agosto 2014 13:32 Scritto da  Pubblicato in Dillo a Espero
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[Riceviamo e pubblichiamo] Giunta la nuova nota del sindaco di Collesano, Giovanni Battista Meli, con la quale risponde al dubbio dello storico dell’arte, Marco Failla, sollevato in ordine ai lavori di riqualificazione del centro storico del paese madonita. Il nodo della questione riguarda, principalmente, il materiale scelto per la pavimentazione di piazza Castello e delle vie adiacenti. Pietra o cotto? Già pubblicate: la prima nota di Marco Failla (8 agosto) e le relative repliche del sindaco (9 agosto) e dello stesso Failla (10 agosto).

Riqualificazione Borgo Bagherino

Il nostro storico Marco Failla parla di tracce di pavimentazione in pietra rinvenute sotto l'asfalto. Di certo non si tratta di pavimentazione medievale ma, molto probabilmente, di interventi del 800. Nessuno può, infatti, affermare con assoluta certezza quelle che possono essere solo delle ipotesi. In ogni caso, ritengo che la fedeltà filologica, a cui mira lo storico Failla con assoluta fermezza, meriti la possibilità di poter esprimere opinioni diverse che portino ad un confronto aperto, libero ma soprattutto costruttivo.
Credo, infatti, che ogni generazione abbia il diritto di lasciare la propria impronta senza necessariamente dover imitare opere del passato.
La grande lezione della storia è proprio l'aspirazione verso il “nuovo” perseguita da ogni generazione, senza la quale oggi non godremmo della straordinaria varietà della nostra memoria storica e architettonica. Rappresentanti illustri del mondo dell'architettura sostengono che la fedeltà filologica (anche quando dimostrata da prove certe) non è necessariamente la strada corretta e, soprattutto, si può considerare la più banale e la più mortificante.
Tutto infatti cambia e tutto è cambiato rispetto al medioevo. E poi, di quale medioevo parliamo? Considerando che la fase storica è lunga più di mille anni.
Forse un po' troppo integralista la posizione presa contro il billiemi, pietra calcarea siciliana ampiamente utilizzata nella nostra provincia dai più grandi architetti dalla fine del 500.
Nel periodo medievale le piazze non avevano pavimentazione e molto probabilmente anche le strade erano realizzate in terra battuta.
Conseguentemente, se si voleva fare una ricostruzione storica con l'ambizione di riproporre quello che probabilmente esisteva, bisognava eliminare anche il sottofondo in cemento riportando tutto in terra battuta. Ritengo che tale ipotesi sia, ovviamente, improponibile.
Lo stesso problema se lo sono posto gli architetti che hanno dovuto trovare la soluzione di come ammattonare le più belle piazze medioevali di Italia considerate oggi anche le più belle del mondo. Bisognava infatti valorizzare esteticamente i luoghi del medioevo e così un po' ovunque la scelta è naturalmente ricaduta sui materiali dell'artigianato tipico e della tradizione del territorio.
Ad esempio, in una delle piazze più belle al mondo, Piazza del Campo di Siena, la pavimentazione viene realizzata soltanto nel 1327 in cotto montato a spina di pesce.
(Immagine allegata e relativa didascalia: "Fase di montaggio originale pavimentazione Piazza del Campo -Siena").
La soluzione architettonica assume un valore estetico così brillante da diventare un riferimento imprescindibile e identificativo di un luogo medievale.
Altre città meravigliose, come Orvieto e Volterra e altre sparse in Toscana e Umbria, utilizzano così la stessa tipologia di pavimentazione. Abbiamo voluto fare queste considerazioni perché vogliamo condividere una riflessione aperta e attenta rispetto a una risorsa del nostro territorio fino ad ora trascurata e poco utilizzata.
Devo anche aggiungere, con un pizzico di amarezza, che Marco Failla, da consulente culturale nominato da questa Amministrazione, avrebbe potuto esprimere il suo punto di vista non attraverso articoli giornalistici ma confrontandosi ed esprimendo il proprio libero pensiero prima che partissero i lavori e nella sede opportuna.
Ma riprendiamo a parlare dell’argomento in forma utile e costruttiva. Collesano, infatti, oltre che possedere cave di argilla è anche una delle città della regione Sicilia riconosciute ufficialmente dall'assessorato beni culturali “città del cotto e della ceramica Siciliana”.
Non è un semplice particolare citare che all'interno di quel quartiere storico da restaurare esistono le antiche fornaci dei così detti “Stazzonari” destinate a diventare, utilizzando i benefici di un altro finanziamento di un progetto già approvato (PIST), Museo del cotto e della ceramica di Collesano. La nostra comunità intende in questo modo riappropriarsi di una identità storica, culturale e artigianale, che altri paesi madoniti non hanno e che, pertanto, non sono da prendere come riferimento.
Abbiamo, infatti, la possibilità e i requisiti culturali per andare in controtendenza rispetto ai materiali (pietra arenaria) utilizzati nel territorio madonita.
Viene meno, quindi, la necessità di “imitare qualcuno”, per un banalissimo motivo: a Collesano esistono risorse, riconoscimenti ufficiali e materiali che altri non hanno, ossia il riconoscimento ufficiale di una identità culturale indelebile nei ricordi e nel tempo.
Abbiamo sostenuto con forza questo concetto nella fase progettuale e deve essere stato, evidentemente, un argomento convincente se l’Ente preposto alla tutela dei beni culturali siciliani (Sovrintendenza ai Beni Culturali) ha ritenuto, con l’approvazione per la parte di sua competenza, di sostenere la proposta. Siamo particolarmente soddisfatti di questo perché si tratta di una proposta architettonica coraggiosa e non scontata e che non vuole “imitare” ma al contrario vuole raccontare e rievocare, una tradizione nobile che si è saputa distinguere per la bellezza espressa, in una delle porzioni di territorio più affascinanti e ricche di storia.
Apparteniamo orgogliosamente a un’area protetta ( Parco delle Madonie): Ente sovracomunale con un compito istituzionale specifico, ossia la tutela ambientale e la valorizzazione culturale e, quindi, del suo artigianato tipico.
Siamo particolarmente soddisfatti anche per un altro motivo, si riesce, infatti, grazie alla scelta adottata, a stimolare localmente una possibile rinascita di nuove botteghe artigianali che, in un periodo non certo lontano, rischiavano di scomparire mortificando l’identità culturale della nostra bella Collesano.
Proprio in questi giorni, l’ex Ministro Barca sarà in visita nel nostro territorio e le Madonie hanno proposto la propria candidatura collegata ad un progetto pilota ambizioso che intende dimostrare come dalla valorizzazione delle potenzialità inespresse delle nostre aree interne si possa innescare lo stimolo a non andare via.
Questo progetto intende dimostrare che forse riusciremo a recuperare il coraggio e l’orgoglio del senso di appartenenza a questa meravigliosa terra, attraverso un nuovo approccio con la realtà locale che consideri questi elementi vero valore aggiunto in grado di contraddistinguere tutto quello che non è banale e scontato.
L’identità diventa vera forza dirompente, in grado di innescare nuovi interessi di attrazione vera collegata al benessere e al buon vivere delle popolazioni locali.
Ritorno al tema principale per ribadire una tesi sostenuta non dal sottoscritto ma da grandi esperti e da grandi architetti che, consultati in forma riservata, hanno espresso la propria opinione secondo la quale ogni generazione ha il sacrosanto diritto di perseguire il “nuovo”, se questo non ci fosse stato oggi in Sicilia non godremmo di quella straordinaria varietà architettonica che ci ha reso famosi in tutto il mondo.
In questo caso, in una scala del tempo passato infinita, il nuovo è rappresentato da un artigianato nobile che risale al sedicesimo secolo, le cui tracce evidenti affondano le proprie radici in periodi e in secoli ancora più lontani.
Quale alternativa, quindi, alla pavimentazione in cotto proposta? Le cave di pietra arenaria di cui parla lo storico Failla non esistono più; al contrario, le cave di argilla esistono ancora e possono essere rese fruibili.
Dobbiamo creare i presupposti che riescano a innescare quella straordinaria capacità creativa che ha saputo contraddistinguere il nome di Collesano nel panorama culturale siciliano e che noi amministratori abbiamo il dovere di proteggere, non disperdere e custodire nell'esclusivo interesse della nostra comunità.
Le ultime generazioni, in molti casi, hanno inflitto ferite gravi che difficilmente potranno essere curate; credo sia arrivato il momento di farci perdonare e il recupero di questo quartiere storico e di questa piazza nasconde il desiderio di poter finalmente affermare nuovi principi e nuovi ideali.
Come Sindaco non mi rassegnerò mai all’idea che questo paese possa ancora credere che non esista la speranza per i nostri figli di poter restare.

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