Tradizioni nell’antica Sicilia: festa fallica in onore di san Giuseppe

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Quando, alla fine degli anni Ottanta, iniziai a raccogliere testimonianze sulla festa di San Giuseppe a Vicari, non immaginavo di imbattermi in un universo simbolico così ricco e così poco documentato. Gli uomini che intervistai – allora già anziani, molti dei quali avevano partecipato da ragazzi alla processione di San Giuseppi ‘Nicu – parlavano con un misto di nostalgia, pudore e orgoglio. Le loro parole, spesso accompagnate da gesti delle mani che completavano ciò che la voce non diceva, mi restituivano un rito che non era soltanto religioso, ma profondamente legato alla cultura maschile, alla fertilità, alla competizione e alla regolazione dei rapporti tra i sessi.

Vicari celebrava una processione rigorosamente maschile. Le donne non partecipavano, non si affacciavano, non spiavano nemmeno da dietro le persiane: “Non era cosa per femmine”, mi dicevano, con quella serietà che solo gli uomini siciliani sanno usare quando parlano delle loro “tradizioni”. In realtà, proprio questa esclusione femminile rendeva il rito ancora più carico di significati: un’arena maschile, un luogo dove si misuravano forza, coraggio e – anche se nessuno lo avrebbe ammesso – virilità. Una dinamica che ritroviamo in molti riti mediterranei del fuoco, dove la gestione delle fiamme è affidata agli uomini e assume significati legati alla potenza e alla protezione.

Il cuore della festa erano i furgari, petardi artigianali costruiti in casa. Gli intervistati li descrivevano con un’attenzione quasi affettuosa: lunghi, rigidi, cilindrici, riempiti di polvere pirica e limature di ferro e rame. La simbologia fallica era così evidente che non serviva nominarla. E infatti nessuno la nominava, ma tutti parlavano del furgaro come di un oggetto che “doveva salire dritto”, “fare luce”, “fare rumore”, “mostrare la forza”. Dal punto di vista antropologico, era un simbolo di fertilità maschile, un residuo di antichi riti agrari travestito da devozione cristiana. Dal punto di vista dei miei intervistati, era semplicemente “u furgaru chi si rispittava”.

Il momento più atteso era il lancio del furgaro davanti alla casa della donna corteggiata. Qui la tragedia e la comicità si intrecciavano come solo nei paesi siciliani sanno fare. Se il furgaro saliva alto ed esplodeva con fragore e colori, la banda attaccava un motivo festoso e gli uomini gridavano: “Va’ a maritati!”. Se invece il furgaro cadeva a terra, si spegneva o, peggio ancora, faceva una fiammella misera e storta, la banda passava a una marcia funebre e il coro maschile lo derideva con un “Va’ a pisciacci!” che non lasciava scampo. Era un giudizio pubblico, spietato, ma anche irresistibilmente comico. Gli uomini che intervistavo, ormai anziani, ricordavano ancora la vergogna di un furgaro fallito come se fosse successo il giorno prima. E in quel ricordo c’era tutta la forza dei riti di competizione maschile che regolano gerarchie e reputazioni.

Le donne, pur assenti, erano il centro simbolico del rito. La loro casa era il punto di mira, il luogo del giudizio, la destinazione del gesto virile. La loro assenza proteggeva la loro reputazione e, allo stesso tempo, permetteva agli uomini di esibirsi senza freni. Se si fossero affacciate, il rito sarebbe crollato: la comicità sarebbe diventata indecenza, la sfida simbolica sarebbe diventata un’esibizione diretta.

Col passare delle interviste, mi resi conto che ciò che avevo davanti non era un fenomeno isolato. La processione di Vicari si inseriva in un quadro più ampio di riti del fuoco ancora oggi presenti in varie regioni del Mediterraneo. In Sardegna, i giovani saltano i fuochi di Sant’Antonio come prova di coraggio e purificazione (cfr. Ernesto De Martino, Sud e magia). In Calabria, i botti delle feste patronali sono gestiti da gruppi maschili e associati alla forza e alla protezione. In Puglia, i falò di San Giuseppe e San Giovanni mantengono simboli di rinnovamento e fecondità. In Spagna, le fallas di Valencia celebrano la distruzione e la rigenerazione attraverso figure verticali di fuoco, spesso interpretate come simboli fallici. Vicari, dunque, non era un’eccezione: era un tassello di un mosaico culturale più ampio, in cui il fuoco verticale rappresenta la potenza generativa maschile.

Gli uomini di Vicari ricordavano il loro “furgaro migliore” con un sorriso che apparteneva a un tempo in cui la virilità si misurava con il fuoco e il rumore. Quando raccontavano un fallimento, abbassavano lo sguardo come se quel giudizio collettivo fosse ancora vivo. La memoria orale restituiva un rito non idealizzato, ma vissuto nella sua concretezza: rumore, fuoco, vergogna, orgoglio, competizione. Una tragicommedia perfetta, in cui la serietà del rito conviveva con la comicità involontaria dei suoi protagonisti.

La processione scomparve con la guerra, ma i suoi significati sopravvivono in altre forme e in altri luoghi. Vicari conserva la memoria di un rito che, pur travestito da festa religiosa, parlava un linguaggio molto più antico: quello della fertilità, della virilità e della continuità della vita. E ascoltare quegli uomini, negli anni Ottanta, significò entrare in un mondo che non esiste più, ma che continua a raccontare chi eravamo.

Sara Favarò

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