Il triangolo no? A Bisanzio sì: Amore, potere e legittimità alla corte di Costantino IX

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Nel 1978 Renato Zero cantava “Il triangolo”.

Una canzone che giocava con la provocazione, con la rottura delle convenzioni, con l’idea che l’amore potesse incrinare l’ordine stabilito. Il triangolo come scandalo, come gesto libertino, come sfida al sistema.

Ma cosa accade se spostiamo lo sguardo indietro di mille anni?

Per scoprirlo occorre lasciare l’Italia del Novecento e immaginarsi a Costantinopoli, nell’XI secolo. È qui che, grazie alla Chronographia di Michele Psello — scrittore, filosofo e storico contemporaneo agli eventi — scopriamo l’esistenza di un triangolo ben più sorprendente di quello cantato da Renato Zero. E, contrariamente a quanto potremmo pensare, non fu fonte di disordine.

Il protagonista maschile è l’imperatore Costantino IX Monomaco (1000 ca. – 1055), figura controversa, spesso indicata come simbolo della presunta “crisi” bizantina. Ma per un impero che ha attraversato oltre un millennio di storia, la parola crisi rischia di essere più una categoria moderna che una realtà strutturale.

Psello non si concentra tanto sulle politiche di Costantino, quanto sulla sua personalità. Ne emerge il ritratto di un uomo affascinante, colto, amante del bello e dei piaceri raffinati. Un seduttore elegante, capace di muoversi con naturalezza nel teatro del potere.

Costantino diventa imperatore grazie al matrimonio con Zoe Porfirogenita, erede legittima della dinastia macedone, più anziana di lui e già depositaria dell’autorità imperiale insieme alla sorella Teodora. Ma il triangolo non coinvolge Teodora.

La terza figura è Maria Scleraina: giovane aristocratica, colta, amante di Costantino già prima della sua ascesa al trono.

Ed è qui che la storia si fa interessante.

Maria non viene nascosta. Non è relegata nell’ombra di una relazione clandestina. La sua presenza viene riconosciuta, integrata, istituzionalizzata. Le viene affidata la gestione dell’oikos nel complesso del Mangana; riceve il titolo di Sebaste — equivalente femminile di “Augusta” — e partecipa alle cerimonie ufficiali. Le fonti la ricordano come “Maria la Sebaste”, quasi che il titolo abbia assorbito la sua identità familiare. Il suo volto compare perfino sulle monete, privilegio rarissimo.

Non è imperatrice in senso pieno, ma agisce come tale.

Nelle cerimonie pubbliche, l’ordine delle presenze è eloquente: prima l’imperatore, poi Zoe e Teodora, e subito dopo Maria. In un sistema in cui il protocollo è linguaggio politico, la disposizione nello spazio equivale a una dichiarazione di legittimità.

Zoe non tenta di reprimere la relazione. Non la occulta. La riconosce. In questo gesto non vi è debolezza, bensì pragmatismo politico. L’amore dell’imperatore per Maria è evidente; la legittimità dinastica di Zoe è indispensabile. La soluzione non è lo scontro, ma l’assorbimento del potenziale scandalo dentro l’ordine imperiale.

Il triangolo non destabilizza. Stabilizza.

Ecco il punto che sorprende: ciò che nella modernità può apparire come gesto di rottura, nell’XI secolo bizantino diventa strumento di equilibrio.

Il Medioevo, spesso immaginato come rigidamente moralista, si rivela qui capace di una straordinaria elasticità. Non è l’assenza di norme, ma la loro sapiente modulazione. Non è anarchia sentimentale, ma integrazione del desiderio nel quadro istituzionale.

Se Renato Zero cantava il triangolo per scardinare un sistema, a Bisanzio il triangolo diventava una questione di Stato.

Ancora una volta, il Medioevo non è dove crediamo di trovarlo. Ed è proprio in queste pieghe inattese che il suo eco continua a parlarci.

Edoardo Torregrossa

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