Connessi e malati: quando l’uso degli smartphone diventa psicopatologia

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Group of young children holding smartphones and hiding faces, gen Alpha

Inizialmente sembrava solo una nuova moda, un modo più o meno esibizionistico di atteggiarsi in pubblico. Quando, negli anni ’80, cominciò la diffusione dei telefoni cellulari portatili, qualcuno li ostentava con sussiego. Era fico. Era stato inventato nel 1973 da un ingegnere della Motorola, Martin Cooper, che lo sperimentò per la prima volta il 3 aprile 1973 a New York, effettuando la prima, storica chiamata.  Ma il telefonino cellulare di allora aveva due caratteristiche. La prima: rispettava il suo nome, serviva per telefonare e basta. E questo aveva un senso, ci ha liberati (specialmente chi si spostava o viaggiava spesso per motivi di lavoro) dalla schiavitù della cabina telefonica. I primi modelli avevano dalle dimensioni mastodontiche, più o meno quanto una ricetrasmittente; pensate che il primo prototipo, il DynaTAC 8000X, fu soprannominato ‘mattone’, e non a torto: pesava 1,1 Kg. E era lungo 23 centimetri. Quanto un piccolo mattone, appunto. Aveva una batteria che assicurava non più di trenta minuti di conversazione e si ricaricava in 10 ore. Nel 1983 venne immesso sul mercato al prezzo di 4000 dollari. Man mano sulla spinta delle esigenze di mercato, i modelli divennero di dimensioni sempre più ridotte, tali da stare tranquillamente in tasca, sempre più sottili, sempre più leggeri. Ma sempre telefoni erano, semplici, onesti telefoni, rivolti ad una fascia di utenti specifica, in genere le persone che, come già detto, lavoravano fuori sede.

Una prima sostanziale rivoluzione nella telefonia cellulare avvenne nel 1992, quando la IBM immise sul mercato Simon, un cellulare “multifunzione” che, cioè, oltre a telefonare disponeva di parecchie altre applicazioni: aveva una rubrica, una calcolatrice, un orologio, un bloc notes e persino un videogioco. Inoltre poteva inviare fax ed e-mail. L’azienda americana fu seguita nel 1994 e poi ancora nel 1997 dalla svedese Ericcson che coniò il termine smartphone, letteralmente, appunto, telefono intelligente. Anche in quel caso, il mercato era di nicchia, e i costi elevati. Ma si era quasi all’alba del terzo millennio e della rivoluzione di Internet.

La nascita di internet

Nata nel corso della guerra fredda tra USA e URSS per finalità militari, inizialmente si chiamava ARPANET (da ARPA, Advanced Research Projects Agency, agenzia del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti fondata nel 1958 per gestire, dopo il lancio sovietico del primo satellite, lo Sputnik, nel 1957 tutte le ricerche scientifiche militari  a lungo termine). Doveva governare le comunicazioni fra tutti i costosissimi computer di tutte le sue sedi, condividere o scambiare files di informazione e adattare i programmi. Insomma comunicare. L’agenzia diede l’incarico ad un gruppo di scienziati di studiare un modo di farlo. Tra l’altro sembra che la finalità fondamentale era quella di creare un network che fosse comunque invulnerabile ad un eventuale attacco nucleare sovietico. Si tratta di una voce non confermata, ma plausibile, come sostenuto da Philip Elmer-Dewitte in un articolo comparso sulla rivista Time nel 1993.

Nell’ottobre 1969 Leonard Kleinrock, direttore del laboratorio dell’Università della California, creò il primo collegamento telefonico da computer a computer, inizialmente fra la UCLA e lo Stanford Research Institute, ma a questa connessione presto se ne aggiunsero altre. Entro il 1973 la struttura di Internet era giù completata. Ma, col tempo, la rete di ARPANET si era rivelata fragile e insicura e nel 1990 venne definitivamente smantellata come rete informatica militare. Iniziò così la fase della privatizzazione ‘civile’ di Internet. Nel frattempo era successo qualcos’altro. Due studenti dell’università di Chicago, infatti, Ward Christensen e Randy Suess avevano realizzato nel 1977 un sistema – in realtà un programma – che permetteva il trasferimento di files fra i loro computer (si chiamava Modem.asm) e nel 1978 un altro programma il Computer Bulletin Board System, che consentiva al PC di ricevere e archiviare i messaggi. Resero i programmi disponibili per tutti. Internet era nata. Si sarebbe velocemente evoluta, sino a diventare, all’alba del terzo millennio, quella incredibile fonte di informazioni e comunicazioni che conosciamo. La storia d’amore fra telefonia cellulare e Internet era inevitabile. E il coronamento di questa storia si realizzò il 9 gennaio 2007, quando Steve Jobs, il pioniere del personal computer, mise a punto un prodotto rivoluzionario, l’iPhone, un prodotto informatico che ha completamente rivoluzionato il modo di comunicare: esso consente infatti di integrare perfettamente un cellulare e tutte le funzioni di un personal computer. Non solo supporta la navigazione ad alta velocità su Internet, ma può contenere fotocamere ad alta risoluzione, un geo-localizzatore, che consente, se attivato, di sapere in tempo reale dove si trova il proprietario dell’apparecchio, può consentire di ascoltare musica, leggere un libro, riprodurre un film, giocare e altro ancora. Un oggetto, sempre più piccolo, gradevole, sottile, elegante, facile da usare; consente di connettersi col mondo, rivoluzionando anche il modo di apprendere, informarsi e, soprattutto, relazionarsi. Verrebbe da dire: “e tutti vissero felici e contenti”. Ma questa non è una favola, e le cose non stanno proprio così.

Infelici e connessi

Uno strumento talmente rivoluzionario come lo smartphone (o la sua evoluzione, cioè, l’iPAD) sembrerebbe avere tutte le caratteristiche per aumentare l’apprendimento e la relazionalità. Sembrerebbe una nuova forma super tecnologica di lampada di Aladino, solo che non c’è bisogno di strofinarla per fare apparire il Genio, basta premere il pulsante di accensione. La tecnologia si trasforma, insomma, in magia. In fondo è uno splendido giocattolo. E come tale è stato visto sia dagli adulti sia, soprattutto dagli adolescenti. La riduzione dei prezzi lo ha reso accessibile a tutti. E chi non avrebbe desiderato un giocattolo così prezioso, nella sua strabiliante versatilità e a un prezzo a portata di tutte le tasche? Ed infatti è stata questa la grande scommessa dei produttori. Scommessa ovviamente vinta. Nel giro di pochi anni l’iPAD è diventato più di un oggetto indispensabile. E’ diventato quello che il grande psicoanalista Donald Winnicott chiamava ‘oggetto transazionale’, un ponte fra realtà esterna e interna, che offre sicurezza, sostegno emotivo, ma soprattutto sollievo dall’ansia e dalla paura della solitudine. In un mondo complesso come quello contemporaneo, caratterizzato da cambiamenti continui, transizioni di vita, e una sostanziale instabilità esistenziale caratterizzata dal vuoto di valori e contenuti, questo piccolo, magico oggetto consente di migliorare l’adattamento psicologico, media il rapporto col mondo esterno, è rassicurante e amichevole. E lo è talmente tanto tanto che è ormai diventata prassi comune che i genitori lo regalino ai figli ancora in età infantile, ne più ne meno di come un tempo si regalava il peluche o la bambola. Ma non è, ovviamente, la stessa cosa. Perché il peluche e la bambola, o comunque il vecchio giocattolo, erano oggetti inerti che venivano ‘caricati’ dalla psiche del bambino. Lo smartphone è un oggetto che vive, interagisce, non è solo un ponte per la comunicazione, diventa la comunicazione stessa. La connessione alla rete diviene costante, polarizza ogni interesse, condiziona ogni attività. Presto il bambino e, poi, l’adolescente non riescono più a farne a meno.  Il risultato è, inevitabilmente la dipendenza. Ma come si manifesta? La sindrome fondamentale è quella che è stata chiamata ‘nomofobia’, un termine che deriva dall’espressione inglese NO-Mobile-Phone-Phobia coniata nel 2008, durante uno studio commissionato a un importante ente di ricerca britannico da StewartFox-Mills, responsabile del settore telefonia del Post Office Ltd, un ramo delle poste della Gran Bretagna. Significa letteralmente “fobia dell’assenza di telefono mobile” e consiste nello stato di ansia, sino al vero e proprio panico, causato dal non avere immediatamente a disposizione un telefono cellulare (perché lo si è dimenticato, lo si è perso, si è guastato o si è scaricato senza la possibilità immediata di ricaricarlo. Lo studio inglese ha esaminato 2163 persone ed ha rivelato come il 55 per cento degli utenti esaminati (per l’esattezza il 58% degli uomini e il 48 per cento delle donne) soffrono di questa fobia. Un altro 9 per cento si sente ‘stressato’ quando il cellulare è fuori uso. Il livello di stress è paragonabile a quello che si avverte il giorno del matrimonio o quando si va dal dentista… Per un dieci per cento della popolazione esaminata esiste il bisogno di essere rintracciabile sempre per pretesi ‘motivi di lavoro’. Altri studi parlano del 21% degli adulti nella popolazione adulta generale, con una maggiore incidenza fra adulti e adolescenti. Si tratta, insomma, di una vera dipendenza comportamentale, fondata sulla pausa della perdita immaginaria del contatto sociale o semplicemente dell’uso della rete. Le persone ‘nomofobiche’ le riconoscete subito. Tengono costantemente il cellulare acceso, lo controllano sempre in qualsiasi contesto, lo utilizzano per qualsiasi motivazione, anche futile (ricordare con impellenza il nome di un attore, il titolo di un film, il costo di un biglietto o qualsiasi altra cosa). Non importa se siano da soli o in compagnia: il cellulare è sempre acceso, e costantemente si sentono arrivare ‘notifiche’ e messaggi. Questo fenomeno patologico, seppur presente negli adulti, assume una forma quasi epidemica fra i bambini e gli adolescenti. E’ stato calcolato che, solo in Italia, più di centomila ragazzi e adolescenti di entrambi i sessi, sono preda di questo disturbo comportamentale che sempre più spesso richiede delle cure psichiatriche o psicologiche. E’ stato evidenziato infatti un aumento significativo dei disturbi d’ansia e depressivi legati all’uso continuo degli smartphone o all’uso spropositato della rete. Questo essere continuamente connessi infatti è un indice di solitudine, dove il rapporto umano, la relazione fisica con altri adolescenti, è sostituita dai contatti virtuali senza i quali sembra talvolta spalancarsi l’abisso dell’isolamento sociale. E a tutto questo si aggiungono i cambiamenti negli stessi meccanismi che regolano l’apprendimento o le capacità cognitive. Si arriva agli estremi, come nel caso, riportato dalla stampa, di una bambina di nove anni che si è buttata giù dal balcone della sua casa a Roma perché la madre, probabilmente esasperata, le aveva tolto il telefonino, o al ragazzino di Torino che si è presentato, accompagnato dai genitori al pronto soccorso dell’ospedale in preda ad una grave crisi di agitazione sempre perché i genitori stessi gli avevano sottratto il cellulare al quale lo vedevano sempre attaccato. Il giovane paziente è stato sedato, ovviamente, e poi inviato al Servizio per le Dipendenze (SER.D) per la dovuta presa in carico come di norma per una crisi di astinenza da droga o da alcolici.

Il problema, insomma, esiste. E comincia ad assumere proporzioni davvero importanti, che vanno oltre il comportamento patologico. E da anni già che si insiste su modificazioni persino anatomiche prodotte nel cervello dall’uso eccessivo di dispositivi elettronici, così come si parla sempre più di ‘demenza digitale’ o delle impensabili conseguenze psicologiche dell’uso continuo degli smartphone – fra i quali pericoli reali, quali la derisione o l’umiliazione da parte di altri adolescenti o i messaggi di violenza e di odio sui social, per non parlare dell’esposizione a contenuti pornografici, e dell’immagine della realtà distorta sempre più spesso veicolata da Internet e di fronte alla quale i bambini e gli adolescenti risultano particolarmente vulnerabili.

Ma quale soluzione è possibile?

Parlare di una ‘regolamentazione’ legislativa è del tutto irrealistico. Si tratta di un fenomeno globale, su base planetaria (secondo alcune stime esistono almeno 9 miliardi di cellulari sul pianeta, più dell’intera popolazione del mondo) e semplicemente pensare di stabilire norme che regolino l’uso, o semplicemente limitino l’abuso, degli smartphone è un puro esercizio retorico. Delegare ai genitori questo impegno? E’ impossibile, poiché sono i genitori stessi, quasi sempre, ad insegnare ai figli, sin dalla prima infanzia, ad usare questi dispositivi, anche perché assai spesso ne sono essi stessi dipendenti. Lo stesso, a maggior ragione, vale per la scuola, che, anzi, non raramente incoraggia persino l’uso di smartphone in classe come ‘strumento’ di consultazione rapida e di didattica. E allora? Forse l’unica soluzione è l’adattamento, il capire cioè, che così come è successo per altri prodotti della scienza e soprattutto della tecnologia (pensate al telegrafo, alla radio, al motore a scoppio, all’energia nucleare), il progresso associa sempre ai benefici che fornisce, un costo da pagare. Possiamo solo sperare che il conto non sia troppo salato…

Giovanni Iannuzzo

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