Aveva i capelli color arancione, quel ragazzo. Un giubbotto chiaro, jeans, e un berretto nero calcato sui capelli. Non è poi così strano, se pensiamo che si era negli Stati Uniti d’America e che era il 20 luglio 2012. Già allora le mode giovanili erano strampalate, molto libere dalle convenzioni. Il ragazzo si chiamava James Eagan Holmes. Stava tranquillamente seduto, al cinema, al Century 16, una multisala del Town Center, un grande centro commerciale di Aurora, in Colorado. Stava guardando un film su Batman, The Dark Knight Rises (sarebbe poi uscito anche in Italia col titolo di ‘Il cavaliere oscuro – il ritorno”). Amava molto le storie di Batman. Ma improvvisamente, si alza, infila una porta (che è poi è un’uscita d’emergenza) ed esce; lascia la porta socchiusa e, per evitare che casualmente si chiuda, infila uno straccio fra la porta e lo stipite. Si dirige verso il posteggio e va in macchina. Lì si cambia, si veste di nero, indossa un giubbotto, guanti para-militari e una maschera antigas, prende due fucili e una pistola e alcune granate di gas lacrimogeno e rientra tranquillo in sala. Nessuno gli bada, sono tutti presi dal film, sino a quando James non lancia in sala le granate. E poi comincia a sparare sugli spettatori. Lo fa con metodico ordine, scarica sulla gente urlante i proiettili prima dei due fucili e poi della pistola. Dieci persone muoiono subito nella sala, altre due in ospedale. Ha colpito in totale settanta persone. Ne ha uccise dodici. Senza alcuna ragione. Si sentiva semplicemente Joker, il nemico giurato di Batman.
Sembra una storia tratta da un racconto dell’orrore, ma è semplicemente un fatto di cronaca criminale, uno dei tanti purtroppo che periodicamente vengono riportati dai media. Cambiano le circostanze, i luoghi, il numero di vittime, ma la sostanza resta sempre drammaticamente la stessa: persone in apparenza normali, all’improvviso si trasformano in feroci assassini seriali, massacratori di uomini, donne, bambini designati a caso, sconosciuti, che hanno avuto la sola colpa si essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Bersagli casuali di una follia omicida.
Altre volte non è così. I bersagli non sono affatto casuali, sono scelti con cura dal killer di massa. Si può trattare di donne, come nel caso di Richard Speck, un giovane di Chicago che il 14 luglio del 1966 massacrò otto infermiere, del South Chicago Community Hospital. Le ammazzo sgozzandole e strangolandole dopo essere penetrato nell’edificio dove risiedevano insieme. Perché? Semplicemente perché, a causa di una delusione amorosa con una infermiera, le odiava tutte. Condannato alla pena capitale, la Corte suprema commutò la sentenza in milleduecento anni di carcere. Ed in carcere infatti morì, nel 1991. O si può trattare di ‘bersagli’ religiosi come nel caso di Baruch Goldstein, un ebreo newyorkese, poi emigrato nel 1983 in Israele, medico in apparenza mite e gentile, con un odio profondo per gli arabi, che il 25 febbraio del 1994, in divisa da riservista delle Idf, le forze armate israeliane, imbracciò il suo IMI Galil, piccolo fucile mitragliatore d’ordinanza e apre il fuoco a Hebron su ottocento arabi di fede musulmana raccolti in preghiera presso la Tomba dei Patriarchi. E’ giorno di festa, giorno di Ramadan, ma è anche la festa ebraica di Purim, per strana ironia. E in quel luogo pregano ebrei e arabi, in zone ovviamente separate Sono circa le cinque del mattino. Riesce a uccidere 29 persone e ne ferisce altre 125. Una strage. Il motivo apparente? La delusione per gli accordi ratificati da Yasser Arafat per i palestinesi e da Yitzhak Rabin, davanti al Presidente degli USA Bill Clinton. Sarà linciato dalla folla inferocita. Ma talvolta è il pregiudizio sessuale a delimitare gli obiettivi criminali. Per esempio l’omofobia. Come nel caso di Omar Seddique Mateen, ventinovenne di Fort Pierce in Florida, originario dell’Afghanistan, sposato, un figlio di tre anni all’epoca dei fatti. Aveva solo un problema. Era perseguitato dall’idea degli omosessuali. Il padre lo chiamava gay ogni qualvolta che s’arrabbiava. Incuriosito, infastidito, arrabbiato. Non gli piacevano gli omosessuali, anche se non aveva mai avuto problemi con loro. E così, quel 12 giugno 2016, intorno alle due del mattino, Omar entra in un noto locale per gay, a Orlando, il Pulse. Porta con se un fucile automatico, di norma in dotazione alle forze speciali e una pistola automatica. Tutti regolarmente acquistati in negozio. Dentro il locale ci sono almeno trecento persone che ballano, bevono, chiacchierano e si divertono. Ma Omar non ha nessuna voglia di divertirsi. Ha voglia di sparare e uccidere. E lo fa. E insegue chi scappa, stana chi si nasconde. All’arrivo della polizia, chiamata disperatamente da gestori e clienti del locale (più di 600 le telefonate ricevute…), si barrica nel locale e spara pure sulla polizia, che assedia il locale. Quando inizia a sparare sono le ore 1.58. Continuerà a farlo per tre ore e 19 minuti. Ucciderà quarantanove persone e ne ferirà cinquantotto, prima di morire crivellato dai proiettili della polizia.
Una strage per una delusione politica. Un’altra per una delusione amorosa. Un’altra ancora nemmeno per delusione, ma semplicemente per il fastidio provato per un altro orientamento sessuale.
Tipologia delle stragi
La parola ‘strage’ deriva dal latino strages, etimologicamente collegato e affine al verbo ‘sternere’, che significa ‘abbattere’. E’ un verbo dall’uso molto generale, spesso anche figurato; ma nel suo significato originario sta ad indicare l’ “uccisione violenta di parecchie persone insieme” (Treccani). Purtroppo la storia dell’umanità è costellata da stragi: basti pensare alle guerre. Ma, per quanto assurda possa essere questa precisazione, le stragi in guerra hanno una motivazione e, in genere, tendono ad un obiettivo: vincere una battaglia, conquistare qualcosa, annientare un ‘nemico’. Nei casi che abbiamo citato, e nei molti altri che purtroppo vengono registrati dalle cronache, manca proprio quello: l’obiettivo. Sono stragi ‘inspiegabili’. Questa caratteristica potrebbe indurci a pensare che si tratti di un fenomeno nuovo, legato a nuove problematiche sociali, alla complessità del mondo contemporaneo. Ma sarebbe un errore, perché non si tratta affatto di un fenomeno nuovo. E non ha nulla a che vedere con le caratteristiche, per quanto discutibili, del mondo Occidentale. Viene da lontano. Le prime descrizioni di fenomeni simili, infatti, compaiono nei primi resoconti di esploratori occidentali sulla Malesia. Gli esploratori portoghesi, che per primi arrivarono in Indonesia nel XVI secolo, come Duarte Barbosa e Antonio Pigafetta, descrissero uomini che da uno stato di quiete apparente, cominciavano a correre come ossessi e si scagliavano armati di kris (il micidiale pugnale di forma serpentina) all’improvviso contro chiunque si trovasse nei paraggi, uccidendoli o tentando di farlo. Queste persone peraltro non venivano considerati criminali, ma affetti da gravi sofferenze psicologiche, dovute a offese ricevute all’onore o veri stati di possessione spirituale. Questi episodi di irrefrenabile furia omicida venivano definiti “amok”.
Una delle prime descrizioni europee dettagliate di amok riguarda un episodio del 1770 registrato dal capitano britannico James Cook. Durante una sosta in una località della penisola malese, un uomo del luogo, dopo aver subito un’umiliazione pubblica nel villaggio, prese un kris e si scagliò contro chiunque incontrasse, uccidendo tre persone prima di essere fermato. Testimoni riferirono che l’uomo aveva passato i giorni precedenti in silenzio e in uno stato di crescente isolamento. Al termine del suo gesto, appariva confuso e incapace di ricordare gli eventi. Documenti coloniali riportano anche il caso di un pescatore malese che, dopo una discussione familiare, entrò in uno stato di trance e iniziò a correre per il villaggio attaccando i passanti. Secondo le testimonianze, il suo volto non mostrava rabbia ma un’espressione “vuota”. Venne immobilizzato da cinque uomini e morì poco dopo per esaurimento fisico.
Follia omicida
L’amok, dopo le prime descrizioni occidentali, venne definito come ‘disturbo etnico’, legato cioè al contesto socio-culturale di appartenenza, in particolare al mondo del Sud-Est asiatico, alla Malesia in particolare. Venne evidenziato infatti come, di fronte a gravi problemi personali e relazionali, che riguardassero il senso dell’onore, la stima di se stessi o la propria immagine sociale e che apparivano irrisolvibili, il giovane malese avesse una sola possibilità di riscatto, fornitagli dalla cultura. E cioè iniziare una corsa folle e disperata, armato di un kris (il micidiale pugnale malese),durante la quale sentiva l’impulso irrefrenabile a uccidere tutti coloro che incontrava, sino a quando non era egli stesso ucciso. La costrizione era naturalmente intrapsichica, ma anche etnica e sociale: era quello l’unico modo in cui di fronte a certe difficoltà esistenziali era lecito impazzire. La cultura malese non conosceva altri modi accettabili, e il corridore di amok sapeva perfettamente che la ‘crisi’ era l’unica soluzione possibile per dimostrare il suo profondo malessere psicologico: doveva uccidere chiunque gli si parasse davanti. Tanta era la furia omicida del ‘corridore di amok’ che, quando egli era colpito da una lancia, si portava in avanti, lasciandosi trapassare da parte a parte, pur di avvicinarsi abbastanza al suo avversario e ucciderlo a sua volta. I Malesi avevano allora inventato delle speciali lance munite di due ferri che si incrociavano ad angolo acuto per impedire al corridore di amok colpito di avvicinarsi troppo all’avversario. La corsa folle dell’amok sembra che abbia influenzato persino la scelta delle armi dell’esercito regolare americano. Essa, infatti, era anche diffusa presso i Moro, una popolazione delle filippine, dove comunque era nota col nome di juramentado. L’individuo che sentiva di dovere ‘impazzire’, chiedeva il permesso ai genitori, si faceva stringere in un corsetto e adoperava tutti i mezzi disponibili per scatenare una crisi. Ma il juramentado, coperto dal robusto corpetto antiproiettile, riusciva a continuare la sua corsa anche se colpito da un proiettile calibro 38, quello delle pistole in dotazione ai militari americani di stanza nelle Filippine. Si racconta che sia stato per questo motivo che i militari americani abbiano sostituito quel tipo di arma con la più potente calibro 45, in grado di atterrare l’uomo colpito anche se lo ferisce in modo lieve. I malesi sapevano perfettamente cosa significasse la corsa dell’amok. Il loro grido ‘amok, amok’ equivaleva a un segnale di pericolo, più o meno come la sirena nel mondo occidentale. Il corridore di amok, cercava la morte gloriosa, nella sua follia, l’unica che gli era concessa dalla sua cultura per recuperare dignità e prestigio. La crisi di amok poteva scaturire da tutta una serie di condizioni. Da un delirio febbrile, dalla ripetizione di un insulto, dalla sottomissione agli ordini severi di un superiore nella scala gerarchica, da una depressione reattiva persino dal fascino esercitato dal kris in una sorta di rituale auto-ipnotico che anticipava la crisi di amok. Ma perché questa reazione e non altre? Uno dei più grandi studiosi del problema, Georges Devereux, riconosciuto fondatore dell’etnopsichiatria, sostenne che era la cultura dominante, in questo come in questa come in altre forme psicopatologiche, a decidere quale doveva essere la reazione individuale legittima ad un trauma. E, nel caso del corridore di amok o del juramentado, questo sembra dimostrato da un curioso particolare storico. Il modo ‘classico’ per mettere fine a una crisi di amok, nella cultura Malese, era quello di uccidere il corridore. La sua crisi, infatti, era fondata sul desiderio di una morte gloriosa. Gli Olandesi, nel tentativo di porre un freno a queste manifestazioni, utilizzarono invece uno stratagemma: rifiutarono al corridore di amok la morte gloriosa che questi cercava. Quando catturavano i corridori di amok, li condannavano ai lavori forzati. Sembra che questo stratagemma abbia diminuito notevolmente la frequenza delle crisi. La corsa dell’amok non è la sola manifestazione di quel gruppo di disturbi etnici che la scuola psichiatrica francese definisce ‘reazioni aggressive cerimonializzate’. Un’altra forma, assai antica, è quella del bersek, diffusa tra le popolazioni vichinghe. Essa consisteva in una crisi improvvisa di frenesia guerriera, che rendeva il berseker un guerriero dalla temibile furia. D’altra parte manifestazioni simili all’amok o al bersek degli antichi scandinavi sono state osservate e descritte anche nei popoli fuegini. Queste caratteristiche ‘etniche’ hanno fatto pensare che alcune manifestazioni psicopatologiche come l’amok fossero esclusivamente confinate all’interno di culture specifiche. I fatti dimostrano che non è così.
Contagio psicopatologico
Nel giro di pochi decenni l’Occidente è diventato palcoscenico privilegiato di stragi indiscriminate dello stesso genere dell’amok. Vengono definite in modo diverso, per evitare il fraintendimento culturale: si parla di “rage killings”, workplace violence” o di episodi di violenza di massa impulsiva. Cambia il nome, non la sostanza. Ma cambia anche la cultura nella quale i fenomeni si verificano, come se si trattasse di una specie di ‘contagio psichico’. Quando gli studiosi occidentali incontrarono il fenomeno per la prima volta, ne semplificarono le caratteristiche, limitandosi a definirlo come “follia improvvisa”. Ma questa semplificazione ignorava il contesto culturale in cui l’amok si era sviluppata: una società cioè come quelle del Sud-Est asiatico, nelle quali l’espressione diretta della rabbia era scoraggiata e in cui il concetto di onore giocava un ruolo cruciale nell’identità individuale. Ma oggi e nel mondo Occidente bisogna cercare (e trovare) queste motivazioni sono insufficienti, bisogna cercarne altre. Una caratteristica comune sia all’amok sia a tutte le altre stragi di massa è che l’assassino sembra quasi ‘entrare’ in una condizione di coscienza ‘alterata’ poco prima, durante e dopo l’azione. La dissociazione è il tratto più frequentemente riportato: gli assassini “non sentono”, “non pensano”, “non ricordano”. È come se l’identità ordinaria fosse temporaneamente sostituita da un’altra, del tutto schiava di un fortissimo impulso arcaico, irrazionale, primitivo, arcaicamente violento. Eppure questi furiosi assassini non hanno storie di particolare disagio; sono spesso, anzi, persone che appaiono ben integrate, hanno storie personali che potremmo definire banalmente normali. Almeno in apparenza. Ed è proprio questo lo spaventoso mistero celato nella mente degli autori di tanti inauditi massacri. Potrebbero essere tranquilli vicini di casa o di pianerottolo, discreti, educati e insospettabili. Un dato però deve essere rilevato: nella cultura tradizionale malese, l’amok era prevenuto, laddove se ne percepissero le avvisaglie, attraverso il supporto comunitario: rituali di purificazione, incentivazione dell’accoglienza del soggetto nel gruppo, se del caso ricostruzione dell’onore perduto. Questo mostra l’importanza del fattore sociale nel prevenire e curare la crisi. Oggi, nella nostra società, assistiamo, al contrario, all’erosione dei legami comunitari, all’annullamento delle relazioni umane, sino all’appiattimento o alla ‘reificazione’ dell’affettività, alla sua trasformazione in cosa, in moneta di scambio. Non è così difficile allora dedurne che molti individui vivano tensioni intense, senza reti sociali e relazionali di sostegno. Proprio la globalità di questo problema potrebbe rendere più probabile il passaggio da crisi interiori profonde a esplosioni di inaudita violenza, rappresentando quasi il punto di rottura tra individuo e società, tra ordine interno e caos emotivo. E questo ci consente di comprendere come il dolore psicologico possa assumere forme estreme, quando la vulnerabilità individuale si associa alla disfunzionalità sociale.
Giovanni Iannuzzo





