Tra boati e fame di pace: la testimonianza di una termitana a Dubai in questi giorni di guerra

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Foto di Juli Kosolapova su Unsplash

Sono giorni di apprensione per quanto nel mondo sta accadendo, in particolar modo nei paesi del Golfo Persico. Zone che da secoli, purtroppo, sono attraversate da conflitti che hanno cambiato anche i vari assetti politici degli stati, ma che in qualche modo avevano trovato una pace stabile. Da circa una settimana, la guerra è tornata nuovamente, forte e prepotente.

Una guerra diversa, non più fatta da armi “classiche”, ma in cui gli strumenti bellici impiegati sono sicuramente molto più letali. Dalle bombe a grappolo ai droni, l’ignobile ingegneria bellica è andata avanti, e purtroppo si pensa anche all’impiego dell’intelligenza artificiale per scopi chiaramente lontani dal concetto di pace. Proprio oggi, 6 marzo 2026, l’UNICEF ha fatto sapere tramite UNICEF in Medio Oriente e Nord Africa, che: “Secondo le notizie, – si legge sul sito di UNICEF Italia – circa 180 bambini sono stati uccisi e molti altri feriti. Tra le vittime ci sono 168 bambine uccise quando un attacco ha colpito la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, nel sud dell’Iran, il 28 febbraio, mentre le lezioni erano in corso. Secondo le notizie, la maggior parte delle vittime erano studentesse tra i 7 e i 12 anni. Inoltre, 12 bambini sono stati uccisi in altre scuole in cinque diverse località dell’Iran”. Dati raccapriccianti che giustamente fanno riflettere.

In questi giorni, cresce giustamente l’apprensione per i connazionali italiani che si trovano in vacanza in quei luoghi, ma ancor di più per tutti coloro che vivono da anni in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi, in Libano, Azerbaigian e così via. Tra questi ci sono anche molti siciliani.

Noi di Esperonews abbiamo parlato nelle ultime 24 ore con Alice Bova, 41 anni, di Termini Imerese avvocato che vive e lavora a Dubai, sposata con Richard, 44 anni, cittadino inglese, e madre di tre bambine, una di 5 anni e due gemelle di 3. La prima domanda che ci è venuta spontanea è stata: com’è la situazione? Come state?

“Sicuramente – ci racconta Alice – c’è abbastanza preoccupazione e stress diffuso in giro, chiaramente siamo tutti molto sul chi va là. Rispetto agli scorsi giorni la situazione è migliorata, però comunque in giro non c’è quasi nessuno. Abbiamo dovuto anche rinviare la festa di compleanno della nostra figlia più grande, proprio perché la situazione non era delle migliori”.

Vi sentite al sicuro?

“Siamo abbastanza protetti. Il governo emiratino ha attivato tantissime linee di supporto ed è presente costantemente per informarci. Intorno alle otto di questa sera (5 marzo 2026) è arrivato un messaggio su tutti i telefoni cellulari, un sms dal ministero che ci invitava a prestare attenzione e a restare all’interno degli edifici, evitando vetrate e finestre. In sostanza, ci chiedevano di metterci al riparo. Dopo circa un’ora è arrivato un secondo messaggio che ci informava che la situazione era tornata alla normalità e che potevamo riprendere le nostre attività, ringraziando per la collaborazione e invitando comunque a mantenere prudenza. Sono procedure di emergenza che tengono la popolazione informata e aggiornata. Era già successo in occasione delle forti piogge, quando alcune zone si erano allagate: in quei casi inviano questi sms di allerta, con un punto esclamativo giallo e un suono particolare, così da essere percepiti subito. In questo modo tutti vengono avvisati rapidamente, per problemi legati al meteo, tempeste di sabbia o, come in questo caso, situazioni di emergenza”.

“C’è sicuramente preoccupazione – continua Alice – perché noi non siamo abituati alla guerra. In Italia, fortunatamente, negli ultimi 40 anni non abbiamo mai vissuto attacchi diretti o momenti simili. Sentire rumori e boati può spaventare, ma ci hanno spiegato che si tratta di aerei supersonici che superano la barriera del suono, provocando vibrazioni e rumori molto forti. Non si tratta di esplosioni reali: quelle non ci sono più state. C’è stato l’episodio di un drone abbattuto, ma la maggior parte sono caduti in mare o sono stati distrutti in quota”.

Proprio mentre parlavamo al telefono, c’è stato qualche secondo di silenzio e Alice ha aggiunto: “In questo momento c’è stato un grande boato. Non so se lo hai sentito… adesso ne sento un altro. Sto guardando verso il cielo, però non si vede nulla”.

Alla luce di questa situazione, avete pensato eventualmente di ritornare nella vostra terra d’origine?

“Ci sono persone che si sono fatte prendere dal panico, ma io, non mi sentirei tranquilla a volare in questo momento. Dove andare? Con la responsabilità di tre bambine piccole, da mamma è normale provare un po’ di ansia, quel forte sentimento di volerle proteggere. Mi sento comunque protetta, ma ripeto: non consiglierei a nessuno di andare. Il problema è in cielo, quindi l’ultimo posto in cui vorrei essere è su un aereo”.

E le bambine? Possono andare a scuola?

“Le scuole questa settimana sono state chiuse per prudenza, perché all’inizio la situazione non era chiara, soprattutto lunedì, che è stato il giorno peggiore. In realtà, in questo periodo cadeva già il tradizionale break scolastico: qui le vacanze estive non sono lunghe come in Italia, ci sono solo sei o sette settimane di pausa, più alcune brevi interruzioni durante l’anno per gli insegnanti o le feste nazionali, come il Ramadan. Alcune scuole hanno anticipato la chiusura a causa dell’emergenza, ma sono rimaste comunque disponibili per chi aveva bisogno di portare i bambini o di supporti a distanza. È stato bello vedere tanta collaborazione, rispetto e disponibilità da parte di tutti”.

Cosa sperate per il futuro?

“Chi purtroppo fugge da situazioni di quel tipo non ha nemmeno la possibilità di tornare a casa, di ritrovare la propria vita quotidiana. Noi, invece, siamo fortunati perché viviamo in un paese sicuro e ben organizzato, possiamo scegliere di tornare quando vogliamo, una libertà che molti non hanno. Speriamo davvero che le cose possano andare nella direzione giusta e che si arrivi a un accordo che porti alla pace, proteggendo le persone più vulnerabili e riducendo le sofferenze”.

Sono stati circa trenta minuti di telefonata, durante i quali abbiamo ascoltato con attenzione una testimonianza che racconta la quotidianità di chi vive lontano da casa in una zona sicuramente tra le più belle al mondo, anche se in questo momento attraversata da venti di guerra, le ansie e le paure, ma anche la tenacia e la speranza di una famiglia che, nonostante tutto, continua a vivere la quotidianità insieme ai propri figli. Una testimonianza che ancora una volta ci ricorda, e ci vuole far comprendere quanto preziosa sia la pace e la vita degli esseri umani.

Giovanni Azzara

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