L’utilizzazione di sostanze stupefacenti nel moderno Occidente industrializzato rappresenta probabilmente uno dei più giganteschi problemi sanitari della storia della civiltà. Di fronte agli aspetti clinici, all’impatto sociale e alle conseguenze psicologiche dell’uso di sostanze psicoattive (delle quale l’eroina ha rappresentato per decenni il modello, per così dire, di riferimento) persino le grandi epidemie del passato, la peste, la tubercolosi, appaiono come problemi tutto sommato abbastanza contenuti, sicuramente transitori e privi di sostanziali conseguenze. I motivi di questa drammatica particolarità dell’abuso di queste sostanze sono numerosi.
Anzitutto esso crea dipendenza ed assuefazione a tale livello che i soggetti interessati da questa patologia non presentano in breve tempo alcun altro interesse se non quello di procurarsi ed assumere la sostanza d’abuso. Questo implica un completo disinteresse verso se stessi, un annullamento più o meno generalizzato della personalità, delle istanze, dei desideri, insomma dell’essere persona. In altri termini, la tossicodipendenza annulla, azzera l’individuo, lo trasforma in una macchina che desidera solo ed esclusivamente la droga dalla quale dipende, fisicamente e psicologicamente.
Il più immediato e significativo rebound di questa situazione, oltre ad essere personale, è ovviamente relazionale. Il tossicodipendente non ha più alcun interesse al mantenimento di rapporti personali: famiglia, moglie, figli, parenti ed amici divengono esclusivamente delle entità astratte: l’affettività del tossicodipendente si appiattisce, la sua capacità critica si obnubila, la sua coscienza sembra quasi evaporare.
Ma la tossicodipendenza ha anche un costo sociale elevatissimo, per due motivi: anzitutto il tossicodipendente perde interesse al lavoro, non produce ne fisicamente ne intellettualmente, riesce a stento, e non per lungo tempo, a mantenere rapporti lavorativi adeguati. Considerata l’età media del tossicodipendente (mediamente si tratta di un giovane adulto) questo significa che ampi settori produttivi della società risentono pesantemente del problema. Ma esiste un altro aspetto della questione, che potrebbe definire dei ‘costi indiretti’: il soggetto tossicodipendente ha, a fronte di risorse economiche sempre minori, la necessità impellente e incontrollabile di procurarsi la sostanza. Ciò può implicare il suo diretto coinvolgimento in attività criminose, antisociali, clandestine. Oltretutto la presenza di tossicodipendenza, e la necessità di ottenere da parte dei soggetti che ne sono affetti, dosi sempre crescenti di sostanza d’abuso, ha creato un gigantesco mercato illegale gestito dalla criminalità organizzata.
E’ chiaro che questa situazione induce a ritenere la tossicodipendenza un problema moderno, una ‘anomalia’ individuale e sociale. Questa valutazione ha una attendibilità innegabile, ma non deve comunque far dimenticare il fatto che l’utilizzazione di ‘droghe’ è da sempre anche un dato caratteristico di molte culture, e, in un senso più generale, di tutta la storia della civiltà umana.
L’uso “culturale” delle droghe
In molte culture tradizionali sono state utilizzate per secoli droghe allucinogene a fini mistici od esoterici, come sostanziale tentativo di produrre un ampliamento dello stato di coscienza, e della percezione del mondo. Mentre era studente di antropologia all’Università di California, Carlos Castaneda, peruviano, decise, per una serie di circostanze casuali, di occuparsi, per la sua tesi di laurea, del sapere erboristico degli indiani Yaquis, una tribù messicana che sembrava ancora conservare quasi intatto il patrimonio di conoscenze tradizionali. Così, Castaneda incontrò Don Juan, uno yerbero yaqui, un esperto di piante medicinali, che aveva anche grande padronanza dell’utilizzazione rituale di droghe psicotrope ed allucinogene (peyotl, mescalina, e via dicendo), utilizzazione finalizzata all’acquisizione di conoscenze esoteriche sul mondo. Cominciò così un lungo ‘apprendistato’ di Castaneda con Don Juan, che porterà il primo a diventare egli stesso un ‘brujo‘, uno stregone, con una conoscenza sempre più approfondita e perfezionata di un modello tradizionale di realtà, costruito attraverso dilatazione della coscienza prodotte dall’uso di allucinogeni. Saga intrigante, che non si sa nemmeno se sia poi del tutto vera, ma che comunque trova un riscontro reale: infatti, qualunque sia la verità dei racconti di Castaneda, è vero che presso numerosi gruppi e popolazioni latino‑americane, alcune sostanze dagli effetti psicotropi vengono utilizzate per finalità esoteriche. E’ un uso che viene definito, ovviamente, come pericoloso e che va condotto sotto la guida di maestri esperti. Sicuramente non si tratta di un uso abituale ne diffuso indiscriminatamente. E’ anzi un uso altamente controllato.
D’altra parte, come più sopra accennavamo, l’utilizzazione di stupefacenti per finalità religiose è antichissima: basti ricordare la prassi oracolare di Delfi, nella quale la Pizia, sacerdotessa di Apollo, utilizzava delle sostanze psicotrope e inebrianti per entrare in trance e dare i suoi responsi divinatori.
In altre zone dell’America latina, invece, vengono utilizzate sostanze diverse, per fini e con modalità differenti. Si tratta in genere dell’assunzione cronica di droghe euforizzanti contro la fatica e lo stress legato a fattori sociali, climatici, geografici. L’esempio più tipico è l’abitudine di masticare foglie di coca (la pianta dalla quale si estrae la cocaina) presso le popolazioni andine. E’ una abitudine che sembra giustificata dalla necessità di disporre di un grande energia per potere svolgere le proprie attività ad altitudini proibitive. ma è anche una consuetudine che consente di allentare la fortissima pressione sociale, politica ed economica imposta a quelle popolazioni. Importata in Occidente nel diciannovesimo secolo, la cocaina ben presto divenne un farmaco di gran moda, quasi un integratore, il cui uso contagiò intellettuali e persino prestigiosi scienziati (come lo stesso Sigmund Freud) sino ad entrare nella composizione di una nuova bevanda che associava cocaina e caffeina: la Coca Cola (la cocaina fu poi tolta nel 1905, quando se ne compresero i devastanti effetti psicotropi.
L’utilizzazione di sostanze stupefacenti è da sempre stata strettamente connessa a convinzioni culturali, scientifiche, alla generale accettazione di idee, teorie e modelli. E’ quello che avvenne anche negli anni ’60, negli Stati Uniti prima, in Europa poi, con l’utilizzazione di droghe allucinogene e/o psicostimolanti come affermazione di una identità politica o culturale all’interno di gruppi ben definiti. E’ probabilmente da allora che la ‘sottocultura’ della droga si è andata insinuando nelle fasce di popolazione giovanile. La beat generation, la cultura degli hippies, delle comuni, del pacifismo utilizzava le sostanze stupefacenti come momento di rottura dalle tradizioni, di crescita personale, di aggregazione politica. Questo aspetto del problema, col tempo, si è moto ridimensionato, lasciando solo una utilizzazione di sostanze priva di senso, un simbolo del quale nessuno più conosceva il significato.
L’utilizzazione di droghe psicotrope e spesso stato uno strumento di disinibizione, allo scopo di migliorare semplicemente l’adesione a gruppi minoritari caratterizzati da una importante pressione sociale. Nel crollo dei valori seguito alla ‘normalizzazione’ nei fermenti giovanili degli anni ’60, l’utilizzazione della droga divenne, non più un fatto elitario, ma un’abitudine più generale, in grado di garantire una fuga dalla pressione sociale. Non a caso l’attenzione dei fruitori si rivolse all’eroina, alle cosiddette ‘droghe leggere’ (hashish e marijuana) e non più agli allucinogeni: effetti immediati, disponibilità decisamente maggiore e minor costo ne facevano le sostanze più adeguate a questo scopo, ovviamente con differenti gradi di pericolosità, sia per quanto riguarda gli effetti sia per quanto attiene alla tossicità farmacologica.
Esistono altri esempi di utilizzazione di droghe a scopo ‘sociale’, come fattori disinibenti, rilassanti o socializzanti. Credo che si di questo tipo l’utilizzazione di oppio in Cina, o quella di hashish nei Paesi Arabi. Ma anche in questo caso l’uso, socialmente tollerato se non accettato come normale, è condizionato da regole, precetti, e da norme non scritte di moderazione.
Un particolare esempio di uso culturale tollerato di droghe continua ad essere, nell’Occidente industrializzato, l’utilizzazione di sostanze specifiche (in particolare stimolanti o disinibenti, come le amfetamine o le designer drugs, droghe di sintesi, la più nota delle quali è l’ecstacy ) come mezzo per produrre un momentaneo ed intenso miglioramento generale delle performances. Si sa che questa prassi è diffusissima in strati sociali specifici (non solo fra gli adolescenti, ma anche nel mondo dello spettacolo, nel mondo del management, nel mondo della moda, e via dicendo). Questo uso, nonostante pericoloso, non così ristretto a pochi e nemmeno così ben nascosto, viene tollerato, e, in taluni contesti sociali, considerato quasi normale.
Fuori dalle regole
La caratteristica principale dell’uso culturale di droga è proprio l’accettazione e la tolleranza sociale, che conferiscono all’uso di sostanze stupefacenti un crisma di normalità, ma forniscono contemporaneamente anche delle regole per una utilizzazione adeguata. Quando, raramente, qualche noto personaggio ha qualche problema legato all’uso di sostanze stupefacenti, questi problemi sono in genere legati non al fatto che questi utilizzi droghe, bensì al modo in cui le ha utilizzate, specialmente per quanto riguarda gli aspetti legali del suo agire. Come dire: nulla da obiettare sul consumo, ma basta che sia fatto rispettando alcune regole. Insomma, per parafrasare il titolo di un celebre film di Miklós Jancsó del 1976, viene tollerato il vizio privato, purché non vada a collidere con le pubbliche virtù.
E’ ovvio che quando parliamo di ‘uso culturale’ e di ‘uso non culturale’ di sostanze stupefacenti, ci riferiamo ad un modello interpretativo, ad una chiave di lettura che può essere utilizzata sia in maniera appropriata, sia in maniera impropria. Il modo improprio sarebbe quello di considerare le tossicodipendenze che hanno una qualche forma di legittimazione culturale come fenomeni sociali ‘fisiologici’, ovvi, normali se non auspicabili. Non è affatto così. L’abuso di sostanze è sempre un fenomeno patologico. Da questo punto di vista la cocaina utilizzata dal magnate dell’industria, dal grande giocatore di calcio o dall’attrice vincitrice del premio Oscar non differisce in alcun modo dall’eroina utilizzata dal tossicodipendente da strada per avere il suo miserabile ‘flash’. E il grande stilista che usa stupefacenti può anche essere socialmente meglio tollerato dell’emarginato, ma la sostanza del problema rimane la stessa. Dicevo però che esiste anche una lettura appropriata. Ed è una lettura anzitutto storica, poi autenticamente culturale. Dal punto di vista storico, teniamo presente che è relativamente solo da poco tempo che si conoscono gli effetti devastanti di molte sostanze stupefacenti e alcune convinzioni del passato relative alla sostanziale innocuità delle stesse sono giustificabili dalla mancanza di conoscenze scientifiche. Per quanto invece attiene alla dimensione etnologica dell’uso di droghe, essa ha una giustificazione che è lontana anni luce da tutto quello che chiamiamo oggi tossicodipendenza. Da sempre la civiltà umana è stata caratterizzata dalla ricerca della conoscenza, e in certi momenti storici, a certe latitudini, si è pensato che utilizzare certe sostanze rendesse più veloce il cammino lungo l’impervio sentiero del sapere. Forse è vero. O forse gli orizzonti che l’uso di queste sostanze dischiude sono solo una illusione effimera, una allucinazione che si staglia su un cielo immaginario. E’ solo la finalizzazione dell’uso di droghe alla ricerca della conoscenza che riesce a dare una modesta legittimità storica al loro uso, che comunque racchiude in se un paradosso: per qualunque fine vengano utilizzate le sostanze psicotrope riescono solo a costruire una falsa conoscenza, momentanea, evanescente e priva di certezze. Nel cercare il vero, il senso della realtà, o lo spirito del mondo, coloro che hanno seguito questa strada hanno magari intravisto davvero barlumi di verità, ma rischiando di perdersi negli abissi dell’illusione.
Giovanni Iannuzzo





