Una degli aspetti più intriganti della psichiatria moderna è il confrontarsi con nuove sindromi (cioè un insieme di sintomi) che in realtà non sono vere ‘malattie’ nel senso comunemente inteso. Sembrano solo espressioni di uno stile di vita imposto dalla società odierna, insomma risposte ‘adattative’ a ritmi quotidiani ed esigenze inevitabili. Siamo impegnati quotidianamente in decine di attività, spesso contemporaneamente, e siamo costretti a farlo. Altrimenti dobbiamo rinunciare a qualcosa. Ma, poiché il nostro cervello ha potenzialità enormi, ma non infinite, di tanto in tanto perdiamo un po’ la bussola. Sin qui nulla da obiettare.
Il problema nasce quando queste ‘perdite d’orientamento’ non sono fatti episodici, dovuti alla eccessiva ‘pressione’ che subiamo un po’ tutti dall’ambiente estremamente ‘performante’ che ci circonda, ma diventano una costante nella vita quotidiana. E spesso questi comportamenti sono rilevabili osservabili già nella prima infanzia. Prestiamo un attimo di attenzione al classico bambino ‘pestifero’. Quello cioè che è sempre in movimento, non si ferma un attimo, chiacchiera sempre, disturba le lezioni a scuola perché si distrae, non riesce a concentrarsi nei compiti. Il classico bambino, insomma, che fa impazzire le insegnanti, il Pierino della situazione. Non agisce con cattiveria, non è un maleducato, non vuole creare scompiglio, ma è sempre in azione, sempre distratto da qualcosa, inattaccabile dai rimproveri, persistente nel suo comportamento ad onta dei richiami o delle note sul registro. Ma non è così solo a scuola. I genitori, spesso convocati inevitabilmente dagli insegnanti, dicono che semplicemente ‘il bambino è così’, anche a casa. E’ il Giufà delle fiabe popolari: quello che, come recita un vecchio adagio, “una ne pensa e cento ne fa”. Un monello, direte voi. In realtà non si tratta di monelleria, ma, semplicemente, di un disturbo neurologico. Si chiama Deficit di Attenzione e Iperattività (più nota con l’acronimo inglese ADHL (Attention Deficit Hyperactivity Disorder). Non è un disturbo poi così raro, visto che riguarda fra il 2 e il 6 % dei bambini in età scolare.
Scambiati spesso per bambini impossibili, e magari educati male dalle famiglie, sono in realtà semplicemente schiavi del loro disturbo. Impulsivi e facilmente distraibili, sono sempre irrequieti e sbadati, e questo ovviamente influisce sul loro rendimento scolastico. Si continua a discute sulle origini dell’ADHD. Sappiamo solo che è un disturbo neurobiologico e che ha una forte base genetica. Insomma il bambino nasce con il disturbo che però si manifesta durante lo sviluppo infantile, sempre prima dei dodici anni. La base genetica è considerata indiscutibile. I dati mostrano che il disturbo ha una forte familiarità e che, per esempio, l’avere un genitore che è affetto da ADHD, o lo è stato, aumenta di otto volte a probabilità che il disturbo emerga anche nei figli. Dal punto di vista neurologico è stato possibile con la neuroimaging solo evidenziare delle modeste anomalie cerebrali, caratterizzate da aree cerebrali più piccole e da un minore flusso ematico, con conseguente riduzione del consumo di ossigeno. Se seguiti opportunamente da neuropsichiatri infantili e psicologi, i piccoli pazienti migliorano e, in alcuni casi il disturbo scompare nell’adolescenza. Ma nella maggior parte dei casi il disturbo prosegue anche nell’età adulta. E in questo caso i problemi si fanno importanti. Permangono infatti comportamenti che, se sono in qualche modo, controllabili o accettabili nell’infanzia, non lo sono sicuramente da adulti. Il bambino che ruba la merendina dallo zainetto del compagno, si distrae alle lezioni o passeggia fra i banchi mentre la maestra spiega o non fa i compiti a casa ha in qualche modo una “giustificazione culturale”. E’ un po’ uno stereotipo culturale, ampiamente consegnato anche alla letteratura: chi non ricorda le avventure di Tom Sawyer, il capolavoro di Mark Twain, dove lo scatenato bambino Tom ne combina di ogni tipo e semina guai a piena mani? Il vero problema nasce quando il Tom Sawyer del nostro esempio diventa adulto.
Incontri (quasi) quotidiani
“Li incontri dove la gente viaggia o va a telefonare” … E’ una strofetta di una famosa canzone dei Pooh, ‘Uomini soli”. Nel caso degli adulti affetti da ADHD, dovremmo cambiare qualche parola. Li incontri dappertutto. E, sul momento non ci fai caso, perché i loro comportamenti, in apparenza, inducono a pensare a scarsa educazione civica o mancanza di buone maniere. Sono quelli/e che tentano ad ogni costo di saltare la fila (“scusate ho premura”, come gli altri fossero felici di aspettare il loro turno). Se li frequentate, sono sistematicamente in ritardo, e spesso saltano addirittura gli appuntamenti perché se ne dimenticano. Li vedete sempre in azione, hanno sempre qualcosa da fare. Se li conoscete davvero bene vi rendere presto conto che gran parte di queste cose da fare e contemporaneamente, non solo non sono indispensabili, ma spesso sono inutili affaccendamenti L’importante è che queste persone siano in movimento. Devono fare qualcosa, anche se perfettamente inutile e inconcludente, ma devono muoversi. In apparenza hanno una infinità di interessi e di hobbies e, almeno inizialmente, attirano attenzione o riscuotono ammirazione per la loro vitalità, ma se ci fate cose non seguono nessuna attività con interesse autentico. Lo fanno semplicemente perché ‘devono’ muoversi. Ma per valutare meglio di comportamento dei soggetti di ADHL è importante indagare la prevalenza di genere. La malattia è diagnosticata più frequentemente nei bambini maschi (10% contro il 2% delle bambine in età scolare. Ma questo può anche essere condizionato da fattori culturali; infatti sono diverse le espressioni del disturbo: i maschietti tendono a ‘esternalizzare i loro sintomi’ (iperattività, impulsività) mentre le bambine tendono di più a ‘internalizzarli’ (sogni ad occhi aperti, distrazione, segni di disagio emotivo), motivo per cui la diagnosi è spesso fatta in età adulta. Le manifestazioni sintomatologiche sono in apparenza banali. Una delle espressioni più frequenti dell’ADHD è il disordine. Mentre esso è comprensibile nel bambino, nella vita domestica esso può assumere connotazioni particolarmente problematiche. Se nei bambini viene sottovalutato, prendendo come spunto la cameretta messa sottosopra o la disattenzione totale nel fare i compiti scolastici, nei genitori, se ne sono affetti, questo dato assume caratteristiche ben più rilevanti. Nelle loro case il disordine regna sovrano. Oggetti di uso comune, compresi gli indumenti, vengono risposti a casaccio, le bollette vengono smarrite o ci si dimentica di pagarle, l’igiene viene trascurata, la cucina o lo studio o persino il bagno diventano un campo di battaglia, non si riesce a mettere un ordine nelle cose. Atteggiamenti tipi dei soggetti con ADHD nella vita familiare diventano per esempio il riporre oggetti in posti impensabili, salvo poi non riuscire sistematicamente a trovarli. Manca totalmente la logica stessa dell’ordine. Ma, tutto sommato, nell’ambiente domestico, a costo comunque di grande fatica, si riescono a limitare i danni. Il problema è nei posti di lavoro dove il peso della cronica disattenzione, della facile distraibilità non sono compensati ne dalle figure genitoriali, nel caso dei bambini, o da altre figure familiari e questo può costituire un vero fattore invalidante. La mancanza di puntualità negli orari di lavoro, la pratica smarrita, l’appuntamento saltato, la telefonata o la riunione dimenticata possono avere conseguenze anche gravi nell’attività lavorativa.
Queste disattenzioni compromettono infatti, a lungo andare, le capacità di organizzare il lavoro e le attività ad esso connesse, per esempio il seguire delle comuni istruzioni per l’espletamento delle proprie attività routinarie, che vengono spesso e per tale ragione, procrastinate all’infinito. Questo comportamento, inevitabilmente, crea attriti con i colleghi o i responsabili, con conseguenti e frequenti cambi d mansione – se non addirittura di lavoro! – perché il livello di performances è basissimo, e comunque decisamente inferiore alle potenzialità del soggetto affetto dalla malattia.
Le manifestazioni sociali
Un’altra area che viene compromessa nella vita della persona con ADHD è quella sociale e relazionale. Il soggetto che ne è affetto è portato a fare le cose assai spesso senza pensare alle conseguenze, Egli non trova il tempo per pensare. Se pensa una cosa la deve fare, subito, senza riflettere, seguendo un impulso irrefrenabile. Nei rapporti umani ha caratteristiche che lo contraddistinguono, ma che in una fase iniziale della conoscenza, le altre persone tendono a minimizzare, attribuendole semplicemente al carattere o al temperamento: è un logorroico, parla sempre e pretende di parlar di tutto, si lascia andare a discussioni e argomentazioni anche ardite, financo ciniche, e non si rende conto di essere talvolta noioso o addirittura offensivo. Ed in realtà non vuole esserlo; il problema è che non ha il tempo di ‘filtrare’ i pensieri che gli si accavallano nella mente. Non si regola in base al contesto. Conversare con una ‘persona ADHD’ può essere davvero impegnativo. Non ti da diritto di replica, come si dice “ti parla addosso”. E pretende la tua attenzione perché, essendo i filtri della riflessione saltati, pensa che ciò che dice non può non interessarti. Ma attenzione, il soggetto con ADHD ha anche tutta una serie di caratteristiche pregevoli, che lo rendono, con tutte le sue difficoltà, anche una persona socialmente utilissima. Si tratta spesso di persone con una vivace intelligenza, e una grande velocità di pensiero. Si annoiano spesso, anche perché non raramente sono intellettivamente più dotati della media, ed è proprio questa intelligenza che li aiuta a mascherare o almeno a compensare abilmente i sintomi. Molto nel loro funzionamento sociale dipende però dal carico di lavoro e dalle responsabilità concrete: messi sotto pressione, resistono decisamente meno della media, e lanciano le carte per aria, ma se riescono a svolgere una attività libera, con ampi margini di creatività, rendono al meglio. Riescono infatti a pensare in modo creativo ed hanno una sottile capacità, quella che il medico maltese Edward De Bono chiamava “pensiero laterale”: riescono cioè a pensare fuori dagli schemi abitali, riuscendo a risolvere problemi anche complessi in maniera originale; hanno spesso una innata velocità di pensiero, associata a quello che viene definito ‘iperfoco’, la capacità, cioè, di concentrarsi in modo intenso su una qualsiasi attività, a condizione che questa li interessi davvero. In condizioni ottimali sono davvero dei soggetti ‘multitasking’, capaci di fare – e bene – più cose contemporaneamente. Riescono a gestire anche varie forme di informazione. A condizione ovviamente, che vengano lasciati liberi di decidere da se stessi tempi, modi e regole.
Implicazioni cliniche
E’ difficile porre una diagnosi di ADHD nell’adulto, e persino stabilire se si tratti di una vera malattia della sfera neuropsichiatrica. Molto dipende dall’intensità dei sintomi e dalla loro interferenza con una vita lavorativa, relazionale e sociale. I tratti clinici infatti sono molto spesso così sfumati che possono facilmente essere confusi, come già abbiamo detto, con tratti di carattere o di temperamento, secondo la regola popolare del “sono fatti così e basta”. In realtà l’adulto con ADHD può incontrare, anche frequentemente, situazioni problematiche che possono essere talmente complesse da portare a condizioni francamente psicopatologiche. Mentre nei bambini il problema fondamentale può essere un disturbo dell’apprendimento, in qualsiasi modo venga diagnosticato, nell’adulto, a causa di una sostanziale disregolazione e fragilità emotiva, possono insorgere disturbi d’ansia e depressivi o disturbi dello spettro bipolare (alternanza di fasi di euforia e depressione), che a loro volta possono indurre all’abuso si sostanze (nel 15% circa dei casi) e, in casi estremi, a condotte suicidarie. Più o meno dal 6 al 25% di soggetti con patologie psichiatriche presentano anche un ADHD, una condizione cioè di comorbilità. E non è raro diagnosticare un ADHD nell’adulto proprio nel corso di una consultazione psichiatrica effettuata per altri disturbi. Al problema di una diagnosi difficile si associa quello di una terapia. Esistono sia terapie farmacologiche che psicoterapiche (in particolare la ‘psicoterapia cognitivo-comportamentale), abbastanza efficaci specialmente se associate ad un approccio terapeutico con i familiari del paziente, per educarli in qualche modo a convivere col paziente nella maniera più efficace possibile e ad adottare strategie che in qualche modo ne ‘disinneschino’ le eventuali esplosioni comportamentali. Il problema vero è che il paziente adulto con ADHD senza complicazioni psichiatriche aderisce in genere poco alla terapia, ha scarsa ‘compliance’, come si dice in medicina. Non è insomma un paziente facile, anche perché spesso non si sente malato. E, dal suo punto di vista, non ha torto. Mentre il bambino non può scegliere, se fare terapia o no, sotto le pressioni scolastiche e familiari, l’adulto ha questa libertà e non è sbagliato che eserciti questo suo diritto. Il mondo è pieno di persone logorroiche, asociali, inaffidabili, ritardatarie, confusionarie, impulsive, disordinate… In fondo, allora, i soggetti con ADHD possono anche convivere ragionevolmente con questo strano disturbo. E noi con loro, magari con un po’ di pazienza in più, ma senza stigmatizzarli con etichette diagnostiche che lasciano il tempo che trovano.
Giovanni Iannuzzo





