Sussurri nel buio: cosa pensa dei fantasmi uno psichiatra?

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Capita spesso, nella quotidiana attività dello psichiatra, di confrontarsi con resoconti di fenomeni “anomali”, strani o misteriosi. Chiamiamoli pure “paranormali”, per quanto la definizione ci possa non piacere. Uno dei fenomeni più frequentemente descritti è la presunta apparizione di fantasmi. Capita anche che le persone che raccontano di questi misteriosi eventi pongano delle domande e chiedano delle risposte. In genere sia le prime che le seconde sono relative all’attendibilità dei fenomeni, alla possibilità della loro reale esistenza. In fondo si tratta spesso della richiesta di una semplice rassicurazione sulle proprie condizioni mentali. E in questo caso in parere dello psichiatra, dello “strizzacervelli” diventa fondamentale. Questo è un tema dominante in quell’ambito di studi che chiamiamo “parapsicologia clinica”. Ma qui non parliamo tanto di questo, quanto di una situazione quotidiana, del fatto cioè che il paziente “incappa” in un presumibile “fenomeno parapsicologico” e chiede, sic et simpliciter, al suo psichiatra cosa ne pensi. Lo psichiatra, d’altra parte, “incappa” nella descrizione del fenomeno fatta dal suo paziente. Mentre le valutazioni strettamente cliniche e professionali (anche di vera e propria “parapsicologia clinica”) riguardano la competenza dello psichiatra, è possibile qualche valutazione più generale. La domanda fondamentale che infatti viene posta, in genere, è: “ma queste cose possono esistere”? Il problema viene così depersonalizzato, viene spostato dal piano strettamente personale a quello più generico afferente alla natura stessa della realtà umana. Cosa rispondere? E’ ovvio che ogni risposta è assolutamente soggettiva, eppure esistono delle intuitive, empiriche “linee guida” che, sebbene non siano evidence based, possono fornire spunti per alcune riflessioni.

La prima riflessione da fare – e da suggerire al paziente – è che comunque la presenza del paranormale nell’esperienza umana individuale e collettiva è innegabile. Veri o falsi che siano i fenomeni, l’esperienza esiste. Ne leggiamo dappertutto, dal rotocalco alla grande letteratura (come nel caso di come “La casa degli spiriti” di Isabel Allende); da sempre, ne sentiamo raccontare dappertutto, da sempre, anche oggi, in un periodo storico tutto improntato al tecnologismo più esasperato.

Gli studi scientifici in questo campo (onestamente molteplici e importanti) hanno quasi sempre enfatizzato aspetti di natura quantitativa, nel senso che tutto ciò che sembrava paranormale doveva comunque rientrare nei canoni di parametri statistici severi – almeno quanto, spesso, inattendibili. La statistica non spiega, non descrive. Semplicemente misura. Ma quanto storie di eventi paranormali sono misurabili? Antico problema, certo, ma che in questo caso non ha alcuna importanza. L’unico dato rilevante è che sono storie che in ogni modo fanno riflettere, perché hanno qualcosa di molto simile a quelle immagini tanto note nella psicologia della percezione, fondate sull’ambiguità figura-sfondo: se le guardi da una certa prospettiva esse ti mostrano qualcosa; se le guardi da un’altra prospettiva ti mostrano qualcosa di assolutamente diverso.

E’ vero, da questo punto di vista, che ognuna di queste storie può essere letta in diversi modi. Se le leggessimo solo dal punto di vista psichiatrico, potremmo trincerarci dietro storie sintomatologiche di dispercezioni, d’allucinazioni, di percezioni erronee poi rielaborate come se fossero vere, cosa molto comune nell’infanzia; si potrebbero ipotizzare vere e proprie ‘deviazioni’ cognitive, o l’enfatizzazione emozionale di fatti che potrebbero avere molte altre chiavi di lettura. Si potrebbero tirare in ballo elementi della psicologia dello sviluppo, della psicopatologia o della psicologia della percezione. E’ il modo più facile per lo psichiatra di affrontare il problema. Ma che senso ha? E’ ovvio che, come ogni essere umano posto di fronte ai misteri della vita e della natura umana, anche lo psichiatra ha il diritto di difendersi dall’invasione di emozioni troppo forti, di corazzare la propria anima rispetto al mistero. Ma non può e non deve farlo. Deve invece tener conto che qualsiasi sapienza psichiatrica, in senso lato, non ci potrà mai dare certezze assolute su questo tipo di fenomeni. Esistono domini entro i quali le nostre certezze scientifiche si sciolgono come un gelato sotto il sole di Sicilia… I racconti che ci vengono donati dai pazienti, con lo sforzo sovrumano di sentirsi “normali” e non dei “diversi”, sono spesso così puliti, così lucidi, così lineari da portare alla mente migliaia d’altri racconti simili. E da portare soprattutto alla mente quanto ciascuno di noi ha sentito da bambino, talvolta origliando, talvolta partecipando a riunioni di famiglia, a discussioni intorno ad una tavola apparecchiata, ad un camino acceso, ad una pentola borbottante, ad una stufa calda e silenziosa.

Queste immagini appartengono al nostro vissuto, alle nostre tradizioni, alle nostre credenze. Alle nostre: intendo dire che la differenza tra psichiatra e paziente in questo caso salta, si aliena a se stessa, si rende improbabile. Storie di fantasmi, di percezioni extrasensoriali, di eventi supernaturali sicuramente esistono. Ma non quelle che leggiamo nei libri di improvvisati esperti o inattendibili giornalisti (siano essi scettici o credenti), ma quelle che abbiamo vissuto sulla nostra pelle, nelle storie della nostra gente, all’interno di quel contesto umorale ed affettivo che ci caratterizza come specie e che individua il nostro essere nel mondo. Noi e “loro” siamo veramente tutti immersi in un continuum che ci pervade e ci ispira. E quando dico “loro”, non mi riferisco sicuramente ai fantasmini colore verde pisello di Ghostbusters, ma ad un quid, ad una specie di “quintessenza” delle nostre credenze, al rapporto con i nostri antenati, ai nostri affetti che si perpetuano nel tempo e che lasciano un segno nella storia nostra individuale e in quella del nostro gruppo, agli oggetti, alle case che sono grandi depositarie di storie, di eventi, di memorie arcaiche e di affetti ancora più antichi. Ricordiamo però che parliamo d’eventi che accadono nell’ambito dell’esperienza e che sono pertanto meritevoli comunque di attenzione. Parliamo d’eventi che sono in buona misura indimostrati o inspiegati. Certo, se dovessimo considerare questi eventi con intransigente rigore scientifico, immagino che non esistano dati di fatto ragionevolmente a favore, e sarebbe più facile trovare evidenze contrarie alla loro veridicità. Il problema è che stiamo discutendo di fenomeni che nessuno pretende che siano dimostrati. Parliamo di fenomeni che però esistono nell’immaginario collettivo, che vengono riferiti da persone degne della massima fiducia, in tutte le epoche e a tutte le latitudini. Ovviamente siamo manchevoli nella possibilità di spiegarli, ma non sarà certo l’isterismo degli scettici a convincere chicchessia che essi non esistono. Certamente hanno una loro dignità. Meritano rispetto ed attenzione. Anzi, credo che noi ci interessiamo di parapsicologia proprio perché esistono queste storie. Ed in quanto storie sono forse autentiche, ma sicuramente intriganti. Vanno rispettate. Il problema, comprensibile di certo, è che questo atteggiamenti come ogni atteggiamento implica una considerazione di fondo sulla realtà o meno dei fenomeni, insomma sulla loro intrinseca veridicità. Implica una consonanza fra sistemi di credenze, fra culture e visioni del mondo. Ma questo è un confronto che riguarda sempre il rapporto fra psichiatra e paziente. Allora, così come relativamente a tanti altri argomenti, è bene che lo psichiatra – qualunque sia la sua visione del mondo, il suo sistema di credenze – sospenda il giudizio. Difficile farlo, certo. Ma il tentativo di razionalizzare eventi di questo tipo, di inquadrarli all’interno di schemi di riferimento scientifici hard, culturalmente ortodossi e comunque formalmente globalizzati o implicitamente globalizzanti non ha significato alcuno. I pazienti ci pongono delle domande e noi dobbiamo fornire delle risposte. E, indipendentemente dalle nostre credenze, l’unica risposta possibile è che, come diceva Lawrence Le Shan, “eventi impossibili non accadono”. Il resto può essere oggetto di discussione, ma non stando lì, seduti alle nostre scrivanie, di fronte ad una persona che chiede quale sia il senso di eventi personali vissuti spessissimo in modo drammatico, angosciante, talvolta quasi alienante. E’ uno dei pochi casi nella pratica psichiatrica nei quali la priorità è quella di ammettere una possibilità e non quella dell’interpretare vissuti soggettivi. Dobbiamo solo ascoltare, comprendere, accettare. Se ci comportassimo diversamente, non faremmo un buon servizio ai pazienti. Soprattutto, non faremmo un buon servizio a noi stessi, come persone e come professionisti.

Giovanni Iannuzzo