Perché la guerra? Sigmund Freud, Albert Einstein, Erich Fromm…

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Nel 1932 la Società delle Nazioni invitò l’Istituto Internazionale per la Cooperazione Intellettuale a proporre un dibattito fra alcuni dei più importanti uomini di scienza e di cultura dell’epoca sul tema della guerra e delle sue motivazioni. L’atmosfera politica del momento storico era greve di paure (che si dimostrarono purtroppo più che giustificate…) sulle possibilità di una guerra europea che si estendesse poi a tutto il mondo, come già accaduto meno di un trentennio prima. Al dibattito furono invitati, fra gli altri Sigmund Freud, Albert Einstein, Johan Huizinga, Aldous Huxley, Julien Benda, Johan Bojer. I contributi più noti al dibattito, in forma di breve carteggio, furono poi quelli di Freud e Einstein, pubblicati un anno dopo col titolo Perché la guerra?. I loro punti di vista, ai quali accennerò brevemente, rappresentano un po’ una pietra miliare del dibattito intellettuale sulle motivazioni generali di tutte le guerre.

Se oggi, a distanza di novant’anni, ci poniamo, anche se non agli stessi livelli, la stessa domanda, è per rispondere ad una esigenza, credo, di riflessione, di chiarimento interiore, di fronte a fatti tanto drammatici.

Ma non mi riferisco solo alle cronache belliche più recenti e circoscritte ai due maggiori teatri bellici (Ucraina e Palestina). Secondo i dati dell’Uppsala Conflict Data Program (UCDP), un programma di ricerca sui conflitti realizzato dall’Università svedese di Uppsala, nel mondo si conta che siano in atto 170 conflitti. [dati aggiornati al 10 aprile 2023] Questa stima è già stata superata, in pochi mesi.

Allora riproponiamo la domanda: la guerra è inevitabile? La distruttività fa parte della natura umana o è un prodotto perverso della storia e della società? Si può ragionevolmente immaginare un mondo senza guerre?

Nello scambio epistolare con Einstein, Freud esprime il suo pessimismo, che aveva già manifestato nel dicembre 1914, quando, in una lettera all’olandese Van Eeden, aveva ribadito come la Psicoanalisi fosse giunta alla conclusione che “gli impulsi primitivi, selvaggi e malvagi dell’umanità non sono scomparsi ma continuano ad esistere, sebbene allo stato represso, nell’inconscio degli individui”, pronti a riemergere alla prima occasione. Il nostro intelletto, continuava, è debole, gingillo e strumento delle nostre emozioni, e noi stessi siamo obbligati ad agire “intelligentemente o stupidamente”, a seconda del volere e delle resistenze esterne. Ed ecco “le crudeltà e le ingiustizie, di cui si rendono responsabili le nazioni più civili, la malafede con cui esse giudicano le proprie menzogne, le proprie iniquità e quelle dei propri nemici”, e l’impossibilità per tutti di avere un giudizio sereno e veramente libero. Aldous Huxley confermava questo punto di vista: la pace internazionale era una questione di psicologia individuale, dal momento che le cause della guerra risiedono, in fondo, nella vita emotiva del singolo. L’uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e di distruggere che rimane latente in condizioni di normalità e che emerge in situazioni eccezionali: a questo punto sarebbe possibile dirigere l’evoluzione psichica in modo da rendere gli uomini capaci di resistere a queste spinte?

Freud critica le organizzazioni come la Società delle Nazioni che non dispongono di forza propria da opporre alle istanze belliche per controllarle. Per quanto riguarda le spinte alla base dei comportamenti dell’essere umano, Freud distingue due specie di pulsione: una è conservativa ed è la forza dell’Eros, inteso come da Platone nel Simposio, altre che tendendo a distruggere e che egli definisce con il termine Thanatos.  Entrambe sono presenti e indispensabili, perché la vita si basa sul loro concorso e contrasto. Le pulsioni erotiche rappresentano gli sforzi verso la vita, quelle di morte la distruzione verso se stessi e verso l’esterno. Non c’è speranza di sopprimere le tendenze aggressive degli uomini: possono solo essere deviate in modo che non portino alla guerra. Si può cercare di creare legami emotivi, di solidarietà tra gli uomini per impedirne la deflagrazione ma ciò è difficile da ottenere. L’unica soluzione sarebbe assoggettare queste pulsioni alla ragione, sarebbe rafforzare l’intelletto, soprattutto avere un atteggiamento più civile e considerare il giustificato timore degli effetti di una guerra futura.

Einstein si chiede a sua volta se esiste un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra. Si chiede anche com’è possibile che una minoranza interessata soltanto ad arricchirsi e che vede nella guerra l’occasione per promuovere i propri interessi riesca ad asservire la massa del popolo, che da una guerra ha solo da soffrire e da perdere. Come è possibile che un popolo si lasci infiammare fino al sacrificio di sé? Una risposta è che l’uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e di distruggere che rimane latente in condizioni di normalità e che emerge in situazioni eccezionali: a questo punto sarebbe possibile dirigere l’evoluzione psichica in modo da rendere gli uomini capaci di resistere a queste spinte? Einstein si augura che gli Stati creino un’autorità legislativa e giudiziaria col mandato di comporre i conflitti che sorgano tra loro. Naturalmente tale organizzazione internazionale avrebbe efficacia solo nella misura in cui avesse il potere effettivo di imporre il rispetto delle sue leggi e questo implicherebbe che ogni singolo Stato rinunciasse a una parte della sua libertà d’azione, vale a dire della sua sovranità. Sulle difficoltà di simili atteggiamenti politici, allora come ora, non c’è bisogno di soffermarsi, tanto sono scontate.

Ma quali sono le motivazioni che inducono alla guerra? Ne possiamo considerare quattro:

  1. OPPORTUNISMO. Ci si sente più forti dei propri avversari, si sente di potere avere un vantaggio immediato nello sconfiggerli e quindi di potere acquisire vantaggi materiali con poco rischio e poca fatica.
  2. DOVERE. Lo si fa per un interesse politico ed economico (alleanze, impegni politici). Le basi di questi impegni sono ovviamente centrate sempre su una utilità reciproca, ma nascondono delle basi pseudo morali, anche perché sono fondate su premesse difensive che non raramente sono false. Ma pacta sunt servanda, come dice un antico detto latino: i patti si rispettano, anche quando sono sbagliati.
  3. BISOGNO. Quando un popolo o una nazione si appropriano del concetto del “non avere nulla da perdere”, la guerra diventa una possibilità. Questa appropriazione è spesso caratterizzata dal concetto di tipping point, il punto di non ritorno. Quando gli uomini non hanno da mangiare e da bere, non resta loro che uccidersi a vicenda per conquistare il controllo delle poche risorse disponibili. Il primate che per primo uccide un simile in 2001:Odissea nello spazio, lo fa per prendere possesso di una pozza d’acqua. Non ha istinti omicidi, ha semplicemente sete.
  4. PAURA. Di fronte a situazioni pericolose l’uomo fa la guerra per prevenirle. La storia è piena di guerre ‘preventive’. Che però sono meno frequenti delle guerre aggressive. Il problema da stabilire è se i motivi della guerra preventiva sono reali, sono una scusa o il frutto di una “proiezione”.

Si tratta di motivazioni forti, che in almeno tre casi (opportunismo, bisogno e paura) hanno una robustissima connotazione biologica, Rientrano, tutto sommato, all’interno del concetto di reazione di attacco o fuga. La guerra diventa la strada apparentemente più percorribile e, probabilmente, quella biologicamente più adeguata.

I MITI SULLA VIOLENZA INNATA

La psicologia individuale può fornire gli strumenti intellettuali per disarmare le convinzioni individuali, legate ai fantasmi delle narrazioni collettive che inneggiano alla paura, alla violenza, all’annientamento dei “diversi da noi” sino alla pulizia etnica o al genocidio. Anche in tempi di risorse in calo e di tensioni crescenti, nessuna necessità biologica ci obbliga a ucciderci l’un con l’altro per accaparrarci un magro bottino. Sta soltanto a noi decidere, come aumentare le risorse e come dividercele in maniera più equa.

E, soprattutto, dobbiamo accettare l’idea che non esistono guerre giuste: ogni guerra travolge e uccide quei popoli che non l’hanno scelta ma ne subiscono il peso mortifero. Nessuna pace è così ingiusta da non essere preferibile alla (solo apparentemente) più giusta delle guerre.

Quando Picasso, dopo  “Guernica”, dipinge, nel 1951, il Massacro in Corea, in cui rappresenta i soldati americani che stanno uccidendo donne e bambini, spogliati della loro anima e con fredde e metalliche armature mentre sparano a creature umanizzate nella loro esposizione alla crudeltà, dà un’iconica concettualizzazione del senso di una guerra: contrapporre umanità e disumanità.

I miti sulla violenza innata si sprecano. Dall’ipotesi delle scimmie assassine all’idea che esistano speciali geni dell’aggressività, molte teorie prive di fondamento sono state smentite. Nel 1986 un convegno appositamente convocato a Siviglia, elaborò un documento sulla violenza, noto appunto come Dichiarazione di Siviglia, nel quale si afferma che la guerra non è una necessità evolutiva, né un destino predeterminato geneticamente, né un fenomeno inevitabilmente inserito nei programmi neuronali del nostro cervello.

Eppure anche in natura i conflitti “armati” fra i gruppi di primati che vivono in comunità sociali complesse sono frequenti. La Dichiarazione di Siviglia ha peccato di ottimismo? Forse. Da un lato non si può negare che la violenza sia un fenomeno diffuso nel mondo non solo animale; dall’altro lato, oggi sappiamo che l’aggressività è controbilanciata da comportamenti come la solidarietà di gruppo, la reciprocità, l’altruismo e l’empatia, di cui la ricerca scientifica ha messo in luce l’importanza negli ultimi decenni.

La realtà è che l’aggressività in genere convive con la cooperazione. Se la guerra è comune fra gruppi sociali rivali, per conquistare il controllo delle risorse e i partner più desiderabili, la collaborazione prevale invece all’interno dei gruppi, presumibilmente per mantenere la coesione sociale e ridurre gli effetti dell’egoismo di pochi. Di fatto, per quanto ne sappiamo sinora, la guerra non è una ineluttabile necessità biologica.

L’uomo non è né buono, né cattivo. Ha un cervello altamente evoluto che gli permette di scegliere. E’ questo il suo privilegio e il suo dramma. E’ questa la sua cifra esistenziale.

E’ ovvio che possiamo essere condizionati da pulsioni che affondano in tempi remoti della nostra storia, ma siamo anche liberi di scegliere fra invenzioni sociali differenti, improntate alla guerra come alla pace. Anche se in noi troviamo predisposizioni naturali all’aggressività e alla cooperazione, nessun nostro comportamento è determinato al punto da non poter essere modificato dall’apprendimento e dalla responsabilità individuale. L’apertura di queste possibilità implica che possiamo decidere di imparare a gestire l’aggressività umana in modo differente da come abbiamo fatto in passato e che la pace è una possibilità globale e realistica, oltre che un’urgenza sociale e un imperativo morale per la specie umana.

PATOLOGIA PSICHIATRICA E GUERRA

Il rapporto fra patologia psichiatrica e guerra è controverso. Di certo, sappiamo che siamo più impauriti dall’idea della guerra che dalla guerra stessa.

Quando scoppiò la prima guerra mondiale, nel 1914, crollarono le percentuali di suicidi. Gli ambulatori psichiatrici a Parigi erano vuoti, anche dopo l’invasione nazista, Analogamente avvenne durante le guerre civili in Spagna, Algeria, Libano e Irlanda del Nord. Il tasso di suicidi a Belfast diminuì del 50% durante i riots del 1969-70. L’unico disturbo psichiatrico che aumenta è il disturbo post-traumatico da stress. Lo si è documentato in Vietnam per la prima volta, ma già molte osservazioni erano state fatte con gli “scemi di guerra” già nella Prima Guerra Mondiale.

La guerra non da ansia. Se direttamente coinvolte le popolazioni mostrano addirittura euforia, la Kriegseuphorie della Prima Guerra Mondiale. Si diventa più attivi, ci si sente parte di una comunità (per esempio la popolazione inglese durante la seconda Guerra Mondiale, o, attualmente, i palestinesi di Gaza). E ci furono commoventi esempi di solidarietà durante la seconda guerra mondiale, sia da parte di militari sia da parte di civili.

E’ questo, in realtà, uno dei più grandi problemi: l’adattamento alla guerra. L’intelligenza è adattamento, diceva Piaget. Ed è esattamente ciò che avviene: ci adattiamo alla guerra. Anche perchè pensiamo sempre, o perlomeno troppo spesso, alla guerra come ‘guerra degli altri’. Ma la guerra non è mai solo degli altri, per quanto lontani siano i teatri bellici: la guerra è sempre guerra di tutti, ogni guerra è anche nostra. E nessuna guerra è necessaria, al contrario di quanto sosteneva Hegel.

E’ vero che forse non c’è modo di estirpare la guerra dall’orizzonte umano, ma non dobbiamo arrenderci alla ineluttabile banalità del male, come scriveva Hanna Arendt. Abbiamo semmai l’obbligo morale di utilizzare la nostra intelligenza. E di usare quindi, nei rapporti tra singoli come nel contesto internazionale, quello che per Kant rimane il bene più alto sulla terra, la ragione, ultima pietra di paragone della verità.

Vengo a concludere. Ma non voglio farlo citando Freud o Einstein. Voglio citare i versi invece di una canzone di Battiato, “Il re del mondo”, che recitano:

“Strano come il rombo degli aerei da caccia un tempo

Stonasse con il ritmo delle piante al sole sui balconi

E poi silenzio e poi, lontano

Il tuono dei cannoni a freddo

E dalle radio dei segnali in codice

Un giorno in cielo, fuochi di Bengala

La pace ritornò

Ma il re del mondo

Ci tiene prigioniero il cuore”.

Forse il vero problema della guerra è proprio questo: è la nostra pigrizia nell’amare autenticamente, nell’essere solidali ed empatici, il nostro essere distratti, il nostro privilegiare, come diceva Erich Fromm, l’avere rispetto all’essere.  E la guerra è, di questo atteggiamento, l’estrema conseguenza.

Giovanni Iannuzzo