Dalla “Superba alla “Splendidissima”: nuovi documenti sui liguri La Barbera a Termini Imerese nel Cinquecento

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E’ ormai acclarato che Vincenzo La Barbera, architetto civico, ingegnere militare, pittore e scenografo,  nacque a Termini Imerese nel 1577 circa, secondo di sei fratelli, da Mastro Pietro, calzolaio, abile mercante e verosimilmente anche paratore, e da Domenica de Michele (di Mastro Domenico, fabricator, costruttore, e di Pietra Xillufo), già vedova di Mastro Vincenzo Lo Consolo. Ciò è stato dimostrato, attraverso una puntuale ricerca archivistica, da Antonio Contino e Salvatore Mantia nel 1998 (cfr. A. Contino, S. Mantia, Vincenzo La Barbera Architetto e pittore termitano, presentazione di M. C. Di Natale, GASM, Termini Imerese 1998, pp. 35-36, 47-48 e 69-70; Idem, Architetti e pittori a Termini Imerese tra il XVI ed il XVII secolo, presentazione del rev. P. Francesco Anfuso, GASM, Termini Imerese 2001, p. 97).

Nonno paterno di Vincenzo La Barbera, fu il ligure Bartolomeo Barberi che, aveva sposato a Termini Imerese, una tal Lucrezia (della quale, allo stato attuale delle ricerche si ignora il casato), allo scadere della 1ª metà del Cinquecento, acquistando la cittadinanza nella Splendidissima (cfr. A. Contino, S. Mantia, Vincenzo La Barbera…cit., p. 19 e pp. 35-36).

La forma ligure del cognome, derivato dal mestiere di un capostipite che svolgeva tale professione (comprensiva della chirurgia minore), per l’appunto era Barbieri/Barberi o de Barberis, mentre a Termini Imerese fu sicilianizzato in Barberj/Barverj sino a de Barbera o (La) Barbera.

In Liguria, i Barberi/Barbieri sono comunque ben documentati sin dal XII secolo a Rapallo e, successivamente, a Genova ed a Finale, dove annoverarono tra i loro appartenenti, anche uomini di legge e prelati (cfr. C. Bitossi, Erudizione e storiografia settecentesche in Liguria, Atti del convegno, Genova, 14-15 novembre 2003, Accademia ligure di scienze e lettere, 2004, 718 pp., nello specifico, p. 97). Altre presenze sono attestate sin dal Cinquecento anche a Montebruno. come ha scritto l’amico Giovanni Ferrero, ad Arenzano, sulla costa della Riviera ligure di ponente, come riportano Giuseppe Delfino e Fiorenzo Toso (cfr. G. Ferrero, Le antiche famiglie di Canale, Comunità Montana Alta Val Trebbia 1999, 50 pp., in particolare, pp. 34-37 e p. 45; G. Delfino, Le antiche famiglie di Arenzano. Stemmi Gentilizi, SMA, Genova 1992; F. Toso, Gli ispanismi nei dialetti liguri, Dizionario etimologico storico ligure, Edizioni dell’orso, Alessandria 1993, XXII-154 pp., in particolare, p. 27). In particolare, Giovanni Ferrero, sulla scorta del manoscritto genealogico del Federici, rammenta anche un certo Battolo Barbieri che fu uno dei settantasei ribelli che nel 1507 subì la confisca dei beni e l’esilio perpetuo ad opera dei Francesi e dovette abbandonare la Liguria (cfr. F. Federici, Famiglie che sono state in Genova prima dell’anno 1525, con molte altre delle due riviere di levante e ponente raccolte dall’Archivio della Repubblica di Genova e da scritture private e da diversi scrittori historici per Federico Federici, 2 voll., ms. del XVIII sec., Biblioteca Nazionale di Firenze, Ms. Graber, in particolare, p. 53; a tal proposito si veda anche M.-G. Canale, Nuova istoria della repubblica di Genova: Epoca quarta (1339-1528). I dogi popolari, vol. IV, F. Le Monnier, Firenze 1864, 464 pp., in particolare, p. 332).

Achille Riggio, in un suo documentato saggio, ha reso noti gli atti provenienti dal vetusto Consolato di Francia in Tunisia, nei quali sono presenti diversi documenti legati all’attività della fiorente colonia genovese dell’isola di Tabarca non lontana da Tunisi e, nello specifico, a proposito delle relazioni intercorse fra i Lomellini, la “Redenzione” o “Magistrato dei riscatti della Repubblica di Genova” ed i barbareschi. In data 9 Ottobre 1621, n. 108, appare menzionato un certo Giovanni Bartolomeo di Barberi, genovese, schiavo di Issoufo Dai (Yūsuf Dāyī, 1610-1637), che fu riscattato da Claudio Severt, vice-console di Francia, per 823 pezze da 8 reali castigliani. Il riscatto fu ordinato da Paolo Battista Giustiniani, governatore dell’isola di Tabarca, che agiva per conto della “Redenzione di Genova” (cfr. A. Riggio, Tabarca e il riscatto degli schiavi in Tunisia. Da Kara-Othman Dey a Kara-Moustafa Dey. 1593-1702, “Miscellanea Storica, Atti della Regia Società di Storia Patria”, vol. III, LXVII della raccolta, Regia Deputazione di Storia-Patria per la Liguria, Genova 1938, pp. 255-346, in particolare, parte quarta, p. 297). Tutto ciò induce a ritenere che i Barberi liguri si erano trapiantati anche nella colonia tunisina di Tabarca. Ricordiamo che, sin dal 1540, l’isola di Tabarca fu gestita dai genovesi per l’incredibile ricchezza di corallo dei suoi mari ed essendo un importantissimo centro mercantile import-export che faceva da trait d’union tra Africa settentrionale ed Europa (cfr. F. Podestà, L’isola di Tabarca e le pescherie di corallo nel mare circostante,“Atti della Società Ligure di Storia Patria”, XIII, 1884, pp. 1005-1044; C. Bitossi, Per una storia dell’insediamento genovese di Tabarca fonti inedite (1540-1770), “Atti della Società ligure di Storia Patria”, n. s., vol. XXXVII (CXI), fasc. II, Genova 1997, pp. 213-278).

Già gli inizi dell’Ottocento sono documentati vari esponenti dei Barbieri o Barberis (nei quali è presente anche il nome Bartolomeo), abili costruttori di imbarcazioni, attivi ad Arenzano, Voltri, Prà e Foce (cfr. L. Gatti, «Un raggio di convenienza» Navi mercantili, costruttori e proprietari in Liguria nella prima metà dell’Ottocento, “Atti della Società Ligure di Storia Patria”, nuova serie, vol. XLVIII, CXXII, fasc. II, Genova 2008, 496 pp., in particolare, pp. 81, 160, 223, 379-381).

Ancora negli anni 60’ dell’Ottocento, esisteva la borgata di Barberi dipendente dal comune di Carretto, quest’ultimo oggi frazione di Cairo Montenotte, in provincia di Savona (cfr. A. Amati, a cura di, Dizionario corografico dell’Italia. Opera illustrata da circa 1000 armi comunali colorate e da parecchie centinaia di incisioni intercalate nel testo rappresentanti i principali monumenti d’Italia. vol. I, A-B, Vallardi, Milano 1867, 1120 pp., in particolare, p. 594).

Allo stato attuale delle ricerche non si conoscono i dettagli relativi al trasferimento di Bartolomeo Barberi, dalla natia Liguria a Termini Imerese. Nella cittadina siciliana, già nel basso medioevo, in relazione alla diaspora mercantile verso l’isola,  era sorta una comunità stabile di migranti liguri, incrementatasi nel tempo grazie a complessi scambi non esclusivamente commerciali, tra settentrione e meridione. Tale emigrazione verso la Sicilia si andò dipanando attraverso diversi gradi di intensità e di densità dei flussi. L’obiettivo comune dei migranti era quello della ricerca di migliori opportunità di lavoro e conseguente incremento delle condizioni economiche (cfr. G. Pizzorusso, Le migrazioni degli italiani all’interno della Penisola e in Europa in età moderna, in A. Eiras Roel, D. L. Gonzales Lopo, cur., Movilidad y migraciones internas en la Europa latina, Santiago de Compostela 2002, pp. 55-85). La fiorente comunità immigrata ligure a Termini Imerese, certamente rimase in stretto contatto con i luoghi d’origine dei suoi componenti che, una volta stabilitisi in loco, al fine di integrarsi all’interno della società di accoglienza, ambivano di raggiungere lo status di cittadino, anche attraverso una meditata politica matrimoniale, sia all’interno della comunità, sia all’esterno di essa. La patria ligure rimaneva sempre presente e continuava a mantenersi viva la “genovesità” attraverso reti di relazione, di sistemi di rapporti che tendevano a rianimare nel tempo il legame intenso con i luoghi di origine.

Il januens Bartolomeo Barberi, allo scadere della 1ª metà del Cinquecento, sposatosi con la termitana Lucrezia, diede vita ad una diramazione della casata di origine ligure. La coppia, allo stato attuale delle ricerche, sappiamo che ebbe i seguenti figli: Benedetto (b. 24 Novembre 1545, coniugato con Lauriella Vincenza Salvago o Selvaggio, di Gerolamo e Domenica de Marino, ante 1568); Pietro (padre di Vincenzo), ammogliato con Domenica De Michele; Gerolama (b. 25 Settembre 1547, sposata con Giulio de Mattheis, ante 1578, dai quali nacque altresì Gaspare de Mattheis, mastro notaro del Vice-Portolano di Termini) e Leonardo (n. c. 1551/1552 –  m. 7 Ottobre 1626), funzionario (Portolanoto) del Caricatore di Termini, accasato con Antonella Oliveri il 1° Maggio 1585.

Da notare che i coniugi di tre figli di Bartolomeo Barbieri, appartennero a casate di origine liguri: Salvago, De Mattheis ed Oliveri (Olivieri), segno di un’accorta politica matrimoniale e patrimoniale, al fine di creare una solida rete familiare e parentale, realizzata attraverso il succedersi di più generazioni, che contribuì notevolmente ad accrescere i legami con altre importanti famiglie cittadine appartenenti alla fiorente comunità ligure stanziata a Termini Imerese ed alla progressiva ascesa sociale della casata.

Grazie alle sistematiche ricerche effettuate dagli scriventi nel biennio 2018-19, all’interno del più antico registro di battesimo della Maggior Chiesa di Termini Imerese (d’ora in poi AME), che cronologicamente si estende dal primo Maggio 1542 al 30 Aprile 1548, sono stati scoperti altri documenti sinora inediti, relativi a Bartolomeo Barberi, che qui rendiamo noti per la prima volta.

Il dato più importante scoperto, grazie a queste nostre indagini archivistiche, è che, anche Bartolomeo Barberi, al pari dei suoi figli Benedetto e Pietro, aveva il titolo distintivo di Mastro, pertanto doveva avere una sua bottega artigiana con apprendisti e lavoranti, anche se allo stato attuale delle ricerche, non è nota quale fosse l’arte da lui esercitata.

Bartolomeo, da buon ligure, doveva avere un ottimo fiuto per gli affari, infatti, come è noto dalle ricerche già edite, gestiva anche un redditizio fondaco, in seno ad una apposita società. Questi edifici di sosta, vere e proprie strutture ricettive extraurbane, nel medioevo e nei secoli seguenti ebbero grande rilevanza, perdurando all’incirca sino alla prima metà del Novecento (cfr. P. Bova, A. Contino, Termini Imerese, dall’affioramento al costruito: le cave di Santa Lucia dal Quattrocento al Seicento, “Esperonews”, Martedì, 15 Giugno 2021, on-line in questa testata giornalistica). Bartolomeo, quindi, si caratterizza come il capostipite di una casata di artigiani-mercanti, avente una struttura di tipo familiare, dotata ampiamente di meccanismi di mutua assistenza, che diversificherà i propri interessi commerciali, spaziando dalla partecipazione alla pesca del tonno,  alla attività mercantile nel settore dei noli marittimi, attraverso il trasporto e la vendita di partite alimentari (grano, formaggi, etc.), fino alla compartecipazione nella gestione di gabelle municipali. E’ proprio grazie alle sue fortune commerciali (ancora direttamente poco note) che il nostro acquisì una buona posizione economica che gli valse il titolo di Honorabilis con il quale è menzionato nei rogiti notarili sinora rintracciati.

Le nostre ricerche archivistiche, inoltre, finalmente hanno permesso di chiarire l’identità del socio di affari di Bartolomeo Barbieri, anch’egli januens, ed abitante a Termini Imerese: Erasmo Castrucci o Castruccio (forma dialettale ligure Teramu Castrusci). Quest’ultimo, nei documenti notarili termitani appare citato come Teramo Crastusio, evidente metatesi (cioè cambio consonantico) di Castrusio. La documentazione ecclesiastica, invece, presenta la grafia Termino di Castruzu (cfr. AME, Battesimi, vol. 1, 1542-1548, f. 103r n. 7, inedito), dove appare evidente il tentativo dell’estensore dell’atto, di restituire nella scrittura la forma parlata siciliana Castruzzu del cognome Castruccio. Una variante, ulteriormente attestata negli atti battesimali, è Termjno Astruzo, dove la lettera c iniziale del cognome è scomparsa per caduta della consonante iniziale (cfr. atto di battesimo del figlio Giuseppe, addì 23 Novembre IVa Indizione 1545, in AME. Battesimi, vol. 1, 1542-48, f. 67v n. 6, rammentato in A. Contino, S. Mantia, Vincenzo La Barbera…cit., p. 35 e nota n. 110). Del resto, come vedremo oltre, Termjno dj Astruzo è ancora la grafia con la quale egli appare registrato come padrino di battesimo di Benedetto, uno dei figli di Barttulumeo [sic] Barberj.

Nei bastardelli (protocolli dove si annotavano, in un’unica serie, atti di specie disparate e non omogenee) di notar Sebastiano Bertòlo di Termini del 1548-49, sincroni con i registri parrocchiali, si reperisce la nota del rogito del 3 Dicembre VIIa Indizione 1548, nel quale Bartolomeo stipulò con mastro Antonio Gallo, anch’egli di origine ligure, l’acquisto di un quantitativo di paglia (destinata a rifornire la stalla del fondaco), anche per conto di Teramo Crastusio (inesatta è, invece, la grafia Teramo Rastusio, legata alla lettura affatto agevole dei rogiti cinquecenteschi, spesso sbiaditi, riportata in A. Contino, S. Mantia, Vincenzo La Barbera…cit., p. 36, atto in Archivio di Stato di Palermo, sezione di Termini Imerese, d’ora in poi ASPT, vol. 1469 f. 149r). Il cognome Castrucci o Castruccio appare ancor oggi ben attestato a La Spezia e nei comuni viciniori. Esponenti della famiglia sono ancora documentati a Termini Imerese negli anni venti del Seicento. Il 23 Maggio XII Indizione 1629, i coniugi Pietro (Perj) ed Antonia Castruccio fecero cresimare nella Maggior Chiesa il figlio Bartolomeo, avendo come padrino Don Giovanni Antonio Lo Forti (cfr. AME, Liber Confirmatorum, 1617, 1623, 1629, 1634, 1641, vol. 102, s. n.).  Ci piace rimarcare che il nome Erasmo o Teramo, deriva dal culto di S. Ermo, detto anche S. Elmo o S. Erasmo o S. Teramo, vescovo di Formia (Anatolia, III secolo – Formia, 303), particolarmente venerato dai marinai, soprattutto contro le tempeste, il cui culto era molto sentito in Liguria, sin dal Quattrocento soprattutto a Lerici, Bonassola, Quinto al Mare, Sori, S. Margherita Ligure, Sestri Levante, Rapallo etc., essendo poi patrono di Arma di Taggia (Imperia).

Tornando a Bartolomeo Barberi, ecco i dati archivistici emersi dallo spoglio sistematico del primo registro battesimale della Maggior Chiesa di Termini, con l’indicazione di quelli inediti scoperti dagli scriventi, che vanno ad aggiungersi a quanto già pubblicato in precedenza (cfr. A. Contino, S. Mantia, Vincenzo La Barbera…cit.).

La prima menzione nel detto registro, relativa al nostro, si riscontra in data 14 Ottobre IIa Indizione 1543, allorché Bartolomeo (bart[olom]eo) Barberi (barberj) ed un certo m[astr]o franc[esc]o cornochia, intervennero come padrini al battesimo, officiato dal sacerdote (p[re]sti) Filippo di Lentini, di Filippa figlia di Antonio (Antoni) La Bella (cfr. AME, Battesimi, vol. 1, 1542-1548, f. 31v n. 4, inedito). Da notare che Mastro Francesco Cornochia doveva essere di origine toscana, essendo il cognome derivato da Cornocchia, frazione del comune di Radicondoli, nell’attuale provincia di Siena. Del resto, il nostro Bartolomeo Barberi appare frequentemente in relazione ad esponenti non solo della comunità ligure, ma anche di quella toscana, coi quali probabilmente intratteneva rapporti di affari. Assidue furono anche le alleanze ed accordi specifici tra liguri ed esponenti della imprenditoria marinara locale, attraverso la creazione di società di trasporto marittimo, soprattutto verso Messina ed il suo entourage.

Il giorno 11 Novembre IIIa Indizione 1544, Bartolomeo (bartulumeu) Barberi (barberj), assieme ad Antonino Moretta (morecta) alias Barcocu, fu presente al battesimo, officiato dal sacerdote Filippo Teresi, di Caterina, un’altra figlia del già menzionato Antonio Li Belli o La Bella. Madrina fu Domenica La Grigola (cfr. AME, Battesimi, vol. 1, 1542-1548, f. 45r n. 4, menzionato in A. Contino, S. Mantia, Vincenzo La Barbera…cit., p. 19 e nota n. 1). Non è da escludere che proprio dal soprannome della famiglia termitana dei Moretta possa avere avuto origine la denominazione della contrada Barcocu o Varcocu, sita alle pendici di settentrionali del Monte S. Calogero o Euraco, sulla sponda destra del torrente Tre Pietre, con la rupe calcarea omonima.

Il giorno 24 Novembre IVa Indizione 1545, il sac. Gaspare Crescione, battezzò Benedetto figlio di Bartolomeo (barttulumeo) Barberi (barberj), avendo come padrini il socio Teramo Castruccio (termjno dj astruzo) ed un certo mast[r]o abb[attist]a (Battista) Lumjraturj, Madrina fu Domenica La Grigola (cfr. AME, Battesimi, vol. 1, 1542-1548, f. 67v n. 9, menzionato con qualche svista in A. Contino, S. Mantia, Vincenzo La Barbera…cit., p. 35 e nota n. 110).

Il 25 Settembre VIa Indizione 1547, il sac. Matteo Impax, battezzò Gilorma figlia di Bartolomeo (barttulumeo) Barberi (barberj), alla presenza di m[astr]o ant[oni]no furccu [sic] e m[astr]o Gilormu dj Vana [sic, di Vara]. Madrina fu Domenica La Grigola (cfr. AME, Battesimi, vol. 1, 1542-1548, f. 105r n. 4, menzionato in A. Contino, S. Mantia, Vincenzo La Barbera…cit., p. 35 e nota n. 111). Ci preme rimarcare che entrambi i padrini di battesimo di Gerolama figlia di Bartolomeo Barberi, erano di indubbia origine ligure. Il primo doveva essere congiunto di Jac[ob]o Januisi Furccu [sic] che il 19 Settembre Va Indizione 1546, fece battezzare la figlia Ph[ilipp]a dal sacerdote Stefano Spataro (cfr. AME, Battesimi, vol. 1, 1542-1548,f. 77r n. 6). Si tratta di esponenti della casata dei Furco o Fulco, già presente a Savona nel 1532 (cfr. C. Varaldo, La topografia urbana di Savona nel tardo Medioevo, Istituto Internazionale Studi Liguri, Bordighera 1975, 136 pp., in particolare, p. 94). Il cognome è tuttora esistente nella diramazione trapiantata a Termini Imerese. Il secondo padrino di battesimo, invece, derivava il suo cognome dalla valle del fiume Vara (Væa o Vàa in ligure), e relativi toponimi: Borghetto di Vara, Rocchetta di Vara. Un Jacometta Junuisi [sic] di vara, assieme al Magnifico Vito La Matina, fu padrino di battesimo di Chiara figlia di Mastro Giovanni Fiorentino, addì 15 Luglio Ia Indizione 1543 (cfr. AME, Battesimi, vol. 1, 1542-1548, f. 27r n. 6).

Il 21 Novembre VIa Indizione 1547, m[astr]o bartulumeo barberj, assieme a m[astr]o antonuzo girgintano, furono padrini di battesimo di Vincenzo figlio di Matteo d’Anna, assieme alla madrina Tommasa (masa) lavjnc[en]za, avendo  officiato il rito il sacerdote marcu lacavara (cfr. AME, Battesimi, vol. 1, 1542-1548, f. 112r n. 3, inedito).

Quattro giorni dopo, il 25 novembre VIa Indizione 1547, Bartolomeo Barberi è documentato come padrino in due atti di battesimo celebrati il medesimo dì. Nel primo, bartulumeo barberj e m[astr]o antonuzo girgintano sono attestati come padrini di battesimo di Filomena, figlia di gilorma schiava di vic[enz]o dj purpura. Il rito fu officiato dal sacerdote Ioseppi dj iuljana, mentre madrina fu ant[oni]a lap[r]ove[n]za (cfr. AME, Battesimi, vol. 1, 1542-1548, f. 112r n. 5, inedito). Da notare che il detto Vincenzo Purpura svolgeva la professione di speziale (farmacista); infatti, egli appare citato nell’atto di battesimo di Francesco figlio di Adriano (andriano) Calandra, in qualità di padrino, insieme a Martino Moretta, con il titolo di mast[r]o e con la qualifica di spizjali (cfr. AME, Battesimi, vol. 1, 1542-1548, f. 67v n. 4, atto del 20 Novembre IVa Indizione 1545).  Nel secondo atto battesimale, bartulumeo barberj, assieme ad ant[oni]no causalano (sic, Causarano), fu padrino di battesimo di vic[enz]o figlio di Giuseppe Salerno, officiante il sacerdote nic[ola]o stifanjzo. Madrina fu Domenica lagrigola (cfr. AME, Battesimi, vol. 1, 1542-1548, f. 112r n. 6, inedito).

Il 9 aprile VI Indizione 1548, bartulumeo barverj, assieme a Teramo (termjno) Conigliaro (lu coniglaru), fu presente come padrino al battesimo, officiato dal sacerdote gaspano crixunj, di Giovanni schiavo del Magnifico vic[enz]o vechano, cioè Vecchiano, quest’ultimo di origine pisana (da Vecchiano, oggi comune della provincia di Pisa in Toscana). Madrina fu ancora anton[i]a la p[r]ovenza (cfr. AME, Battesimi, vol. 1, 1542-1548, f. 122r n. 3, menzionato in A. Contino, S. Mantia, Vincenzo La Barbera…cit., p. 35 e nota n. 112).

Allo stato attuale delle ricerche, sappiamo che Bartolomeo Barberi (de Barbera) era già defunto in data 16 Gennaio IIIa Indizione 1575, allorché fu stipulato il contratto matrimoniale tra il figlio Pietro e Domenica de Michele, vedova Consolo, agli atti di notar Matteo de Michele di Termini Imerese. La moglie Lucrezia, invece, era ancora vivente (cfr. A. Contino, S. Mantia, Vincenzo La Barbera…cit., pp. 45-46).

Concludendo, i nuovi riscontri documentari, relativi al capostipite del ramo termitano dei Barberi liguri, forniscono un ulteriore tassello su alcuni aspetti della variegata comunità genovese a Termini Imerese. Quest’ultima ebbe un rilevante ruolo socio-economico, intrattenendo altresì complessi intrecci patrimoniali e matrimoniali durante il periodo della dominazione spagnola della Sicilia. Essa deteneva gran parte del commercio cerealicolo attraverso il Caricatore, complesso di magazzini per lo stoccaggio temporanei delle vettovaglie, prima di essere sottoposte a dazio per l’esportazione.

I mercanti liguri più cospicui, inoltre, perseguirono tenacemente dapprima l’obiettivo de loro inserimento nel tessuto economico urbano e periurbano, successivamente, una volta rafforzata la loro disponibilità finanziaria, portarono avanti una strategia di assimilazione alle élites locali, perseguendo lo scopo di entrare a far pare dello status nobiliare del patriziato termitano, al fine anche di concorrere alle cariche pubbliche cittadine, amministrative e giudiziarie. Il raggiungimento di tali obiettivi non fu sempre lineare, ma si svolse anche attraverso alterne vicende e con strategie molto diversificate. A tal proposito, appaiono emblematiche le vicende del ramo termitano della casata ligure dei Priarùggia che abbiamo già tratteggiato in un nostro precedente contributo (cfr. P. Bova, A. Contino, Dalla Liguria a Termini Imerese: la casata nobiliare dei Priarùggia tra Cinquecento e Seicento, “Esperonews”, 6 Giugno 2021, on-line in questa testata giornalistica). Relativamente alla vivacità commerciale dei liguri trapiantati a Termini Imerese, abbiamo già trattato l’interessante caso di studio, relativo ad una transazione economica tra esponenti delle casate liguri Malaspina, Bozolo/Bozzolo e Magiolo/Maggiolo, riguardante una nave mercantile a remi (fragata) chiamata Santa Maria di Porto Salvo e San Giuseppe, della stazza (portatus) di 130 salme (corrispondente a 30,94 tonnellate), provvista di tre alberature a vela (cfr. P. Bova, A. Contino, Mercanti genovesi a Termini Imerese nel Seicento: la transazione tra Ippolito Malaspina e Pietro Maggiolo per la fregata “Santa Maria di Porto Salvo e San Giuseppe”, “Esperonews”, 1 Maggio 2021, on-line in questa testata giornalistica).

Patrizia Bova e Antonio Contino

Ringraziamenti: vogliamo esternare la nostra più sincera gratitudine, per l’essenziale supporto logistico nelle nostre ricerche e per la consueta disponibilità, rispettivamente, al direttore ed al personale della sezione termitana dell’archivio di Stato di Palermo. Un ringraziamento particolare va a don Antonio Todaro per averci permesso di effettuare basilari ricerche presso l’Archivio Storico della Maggior Chiesa di Termini Imerese.

La xilografia raffigurante Genova (Genua), opera di Michael Wolgemut (Norimberga, 1434 – 1519), è tratta dalla cronaca di Hertmann Schedel (Norimberga, 1440 – 1514), Liber Chronicarum cu[m] figuris et imagi[ni]bus ab inicio mu[n]di, Koberger,  Norimberga 1493, f. LVIIIv.