Gli scienziati imbroglioni: il problema della frode nella ricerca scientifica

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E’ diventato persino un modo di dire. Quando vogliamo dare forza e attendibilità insuperabile ad un dato, un fatto, una convinzione, aggiungiamo sempre: “Non c’è nulla da obiettare, questo è un fatto scientifico”. Nella convinzione media generale la scienza è un salvacondotto di validità illimitata. Con l’aggiunta delle parole “scienza” e “scientifico” diamo forza ad ogni possibile discorso, indipendentemente dal fatto che la nostra argomentazione sia autenticamente vera o semplicemente verosimile. Ciò, ovviamente, deriva dalla convinzione che la scienza sia uno strumento perfetto di verifica del reale. Nulla a che vedere, quindi, con la semplice opinione soggettiva. Ciò che è “scientifico” è vero; ciò che non lo è, falso, o almeno lo può essere. Ma è sicuro che sia così? Che cioè la scienza ci fornisca sempre certezze e validazioni che vadano oltre ogni ragionevole dubbio?

In realtà questa reiterazione, questo ritornello quasi ossessivo è semplicemente frutto di una convinzione aprioristica. Si tratta di un argomento ‘spinoso’ sul quale per lungo tempo è stato calato un sipario quasi omertoso. Perché se c’è un dato certo e documentato nella storia della scienza è che non raramente alcune scoperte scientifiche e la stessa attività di alcuni ricercatori sono semplicemente il frutto di un inganno lucidamente perpetrato. Non semplici errori, o distrazioni o approssimazioni avventate, ma frodi deliberate.

La frode infatti è una trasgressione molto più comune di quanto si pensi. Somiglia un pò alla prassi della tangente fra i politici. E così come è crollato – almeno momentaneamente – il mito del politico integerrimo, da alcuni anni a questa parte è crollato del tutto anche il mito dello scienziato al di sopra delle parti, che si dedica ‘obiettivamente’ ad un campo di indagine. Lo scienziato non è solo un tecnico della ricerca delle leggi della natura. Lo scienziato è, anzitutto, un essere umano. Nel suo lavoro, pertanto – perchè, al di là di ogni retorica, di un ‘lavoro’ si tratta – consiste nell’utilizzare certi metodi, per cercare qualcosa, la cui presenza spesso è stata ipotizzata in base a lavori fatti precedentemente da altri scienziati che hanno utilizzato gli stessi metodi e che si sono a loro volta rifatti ad altri scienziati, e via dicendo in una spirale, la cui origine si perde nella notte della storia del pensiero. Allora, in fondo, e al di fuori di ogni atteggiamento poetico, lo scienziato è una persona che compie un lavoro. Non è immune dalle pressioni psicologiche, dai comuni sentimenti dell’umanità, dai bisogni e dalle ambizioni, dalle simpatie e dalle antipatie, dalla credenza in questo o in quello. Dovrebbe esserlo, ma spesso non lo è. Il problema è che ciò che lo scienziato fa ha un ritorno sociale molto più importante, di quello che esiste in un altro lavoro. Comunemente si pensa che lo scienziato costruisca conoscenza. Ma la conoscenza non porta solo ad un ampliamento dello scibile umano, ma anche ad applicazioni tecnologiche, e comunque alla fruizione concreta di scoperta, di una invenzione, o una realizzazione in termini sociali, politici, economici. Ecco perché le debolezze dello scienziato sono esattamente uguali a quelle di tante altre persone, ma le conseguenze di tali debolezze possono essere molto più rilevanti. Ed è proprio per questo che bisogna essere più attenti al problema della frode scientifica di quanto sinora non si sia stati. Infatti, frodare è abbastanza facile. Il problema è smascherare la frode, dimostrarne la consistenza, evidenziarne i percorsi. Ma quali sono le motivazioni che possono indurre uno scienziato professionista a inventarsi dati, risultati sperimentali, vere e proprie scoperte? Quella fondamentale non è – come si potrebbe pensare – la curiosità o il desiderio di auto-incentivarsi: molto più semplicemente è l’ambizione.

Molte riviste scientifiche internazionali hanno dedicato editoriali sull’effetto deleterio della ‘pressure to pubblicate’, la pressione a pubblicare, che si traduce nel gergo dei ricercatori nel detto “pubblish or perish”, pubblica o muori.  Nella carriera accademica pubblicare i risultati delle proprie ricerche è di importanza fondamentale. Si assiste spesso ad una vera e propria gara per dare alle stampe un articolo, una monografia, una rassegna. Sono titoli importanti, che dimostrano la produttività di uno scienziato. E allora, in una sorta di corsa al ‘mostra e dimostra’, si creano buoni motivi per indurre i ricercatori alla frode. Poi c’è, assai spesso, la consapevolezza che i risultati positivi di una ricerca, e quindi in qualche modo le nuove ‘scoperte’ sono valutate in modo decisamente più positivo rispetto a banali risultati negativi, sia nella richiesta di pubblicazione a riviste scientifiche, sia, ovviamente, e laddove questo è possibile, nella richiesta, a privati o ad istituzioni pubbliche, di fondi.

Questo implicherebbe una maggiore prevalenza di frodi tra ricercatori giovani e ‘rampanti’: ed infatti la grande maggioranza di frodi dal 1970 ai primi anni ’80 riguarda ricercatori di meno di 40 anni. Se volessimo costruire una ‘epidemiologia’ della frode nel mondo della ricerca dovremmo dire la prevalenza di questo comportamento atteggiamento è abbastanza alta; diciamo pure che non passa mese senza che venga denunziata una nuova frode. Bisogna però prendere anche atto del fatto che, sostanzialmente, la prevalenza della frode tra ricercatori professionisti è inferiore rispetto a quella rilevata tra coloro che si dedicano alla ricerca per ottenere una promozione, o comunque per semplice ambizione personale. Esiste una correlazione tra desiderio di far carriera scientifica e propensione alla frode. I ricercatori più brillati sono tendenzialmente perfezionisti, e danno alla ricerca della verità importanza maggiore che a tutto il resto. Cercano ‘la’ verità. E, nel far questo, sono così coscienti degli errori umani, da porre in atto qualunque strategia che elimini l’autoinganno o l’inganno deliberato. Sono predisposti, pertanto, a lavori lunghi e tediosi, ad attendere i risultati, a pazientare. Perchè allora dovrebbero frodare? Quale interesse dovrebbero o potrebbero avere nel farlo? Sembra presente, nel ricercatore ‘di razza’, per caratteristiche di personalità e di formazione, una particolare tendenza all’attesa creativa, indipendentemente dal risultato reale, in linea con un obiettivo ideale. La scoperta è il prodotto di una maturazione di idee creative, alle quali, col tempo, mentre assumono la loro connotazione definitiva, si associa un metodo adeguato. Ma questo lento processo di maturazione si scontra col problema del necessario collegamento della ricerca ad istituzioni economiche, per esempio aziende commerciali, come quelle farmaceutiche nel caso delle scienze biomediche. Per avere finanziamenti bisogna fornire risultati positivi. E se i risultati positivi non si hanno? Quanto può essere forte la tentazione di inventarli? Di certo, questa pressione può agire in maniera deleteria sulla correttezza del ricercatore, specialmente quando la sua formazione personale non è completa, o le sue caratteristiche di personalità non adeguate. Al riguardo, è il caso di considerare quale sia l’atteggiamento del ricercatore, le sue personali certezze relative al lavoro che sta compiendo. Egli deve essere sempre e prioritariamente predisposto a rivedere le proprie tesi, a cambiarle nel caso in cui si rivelassero sbagliate, improprie o inadeguate. Invece non raramente, per motivi economici, personali o contingenti, si tende a mantenere la propria opinione, che va confermata ad ogni costo spesso per semplici motivi di prestigio personale. E’ ovvio che diventa allora necessario falsare i risultati se dimostrano il contrario. Non pochi scienziati pensano, infatti, che la loro reputazione scientifica derivi dal fatto di ottenere certi risultati, anziché altri.

Uno degli espedienti più comuni anche fra ricercatori accreditati è quello di prestare una attenzione particolare a quei lavori già pubblicati che confermano le loro tesi, evitando di dare spazio a qualunque argomento che non le supporti.

Nel campo delle scienze del comportamento non sono pochi gli esempi di questa tendenza. Basti pensare, tanto per fare un esempio, alla contrapposizione tra ‘biologico’ e ‘psicologico’ nelle ricerche sulla eziologia e la terapia dei disturbi psichiatrici. Talvolta sembrano esistere, su questo argomento, schieramenti contrapposti in base ad una idea preconcetta, e non a dati obiettivi. Così, i sostenitori di uno specifico indirizzo psicoterapico, con grande difficoltà ammetteranno che quel tipo di terapia non funziona sempre, o non funziona con certe patologie, o non è affatto indicata per una certa malattia psichiatrica. Anzi, difenderanno a spada tratta il loro indirizzo e il loro approccio contro ogni ragionevole dato di fatto empirico.                                                                                                                      Vecchio problema, questo, che riguarda non solo lo studio del comportamento (che in realtà per sua natura si presta ad una certa flessibilità interpretativa), ma anche le scienze ‘hard’, quelle toste, le colonne portanti della conoscenza scientifica: fisica, chimica, biologia e scienze biomediche in generale. A cominciare dal fondatore del metodo scientifico, Galileo Galilei. Il grande scienziato pisano è stato accusato di non avere compiuto realmente alcuni degli esperimenti fondanti ed esemplificativi del metodo sperimentale stesso. Come scrive lo storico della scienza Federico Di Trocchio: “… con un’arroganza paragonabile a quella di chi lo voleva tacitare a suon di processi, Galileo sosteneva che non era neppure importante farli veramente”.  Ma il fondatore della scienza sperimentale è in buona compagnia: anche il buon abate Gregor Mendel, il fondatore della moderna genetica (scoprì le famose tre leggi che la regolano, studiando le piante di piselli) aveva addomesticato i fatti, descrivendo i suoi esperimenti in modo diverso da come li aveva fatti; una bugia non proprio innocente… E sempre a proposito di genetica ed ereditarietà, che dire di Sir Cyril Burt, grande psicologo inglese?,  Personaggio dal carattere molto difficile, era una persona intollerante, un assolutista, e forse, in fondo, un dommatico. Si era convinto che l’intelligenza fosse ereditaria e, per dimostrarlo, condusse delle ricerche sperimentali e statistiche in apparenza impeccabili. Ma solo in apparenza, visto che è stato dimostrato che i suoi dati erano alterati. Praticamente falsi. Il suo lavoro sulla ereditarietà dell’intelligenza fu però un capolavoro politico, visto che fece brillantemente il gioco delle ideologie razziste. Se infatti l’intelligenza è un fattore fondamentalmente ereditario e non dipende anche e prioritariamente dall’ambiente e dalle opportunità sociali ed economiche, come Burt sosteneva, si possono a priori selezionare le persone in base all’intelligenza per così dire ‘originaria’. Si nasce intelligenti o no, così come si nasce biondi o bruni, alti o bassi… insomma, come dire “ariani” o “non ariani”. Burt fu smentito clamorosamente da ricerche successive, ma nel frattempo subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, il governo inglese aveva deciso di sottoporre a test intellettivi i ragazzi inglesi all’età di 11 anni, per stabilire se fossero adatti ad una istruzione superiore (intelligenti) o inferiore (meno intelligenti). Per la cronaca, il test fu abolito nel 1969. Resta il fatto che le teorie di Burt rappresentano probabilmente la frode più elaborata della storia della psicologia. L’elenco delle bufale contrabbandate come dati scientifici è molto più lungo di quanto il lettore possa immaginare. Se questo è un dato di fatto della storia della scienza, bisogna però stare attenti a trarne delle conclusioni affrettate. Dobbiamo considerare la frode, o la tendenza a frodare, come una malattia degli scienziati e non della scienza, che è, invece, un organismo sano. Difetti, falsificazioni, imbrogli e raggiri sono presenti in tutte attività umane, nelle arti, nell’economia, nella religione, nella politica. Non è una giustificazione, ovviamente, ma una constatazione. Certo ci aspetteremmo che lo scienziato rispettasse sempre i criteri etici che dovrebbero connotare la ricerca della conoscenza. Ma miti antichi, (da quello biblico di Adamo ed Eva, a quello greco di Prometeo) o moderni (come quello del dottor Faust), sembrano suggerirci che le tendenze all’inganno e alla trasgressione siano caratteri distintivi della nostra specie.

Giovanni Iannuzzo

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