Si chiama “Hikikomori”, ed è una parola giapponese. Ma non è uno dei fantasiosi nomi di uno dei personaggi dei famosi ‘manga’, i fumetti e poi cartoni animati nipponici che hanno riscosso un successo mondiale, come Mazinga, o Dragon Ball o, al femminile, Candy Candy e Lady Oscar. No. Hikikomori è un comportamento patologico. Il termine deriva dalle parole giapponesi hiku (tirare) e komoru (ritirarsi, chiudersi) ed è utilizzato per indicare sia il fenomeno, sia il soggetto che lo manifesta. Significa letteralmente “stare in disparte”. In maniera meno letterale può essere tradotta con ‘isolarsi’. Non in uno specifico contesto sociale, ma da tutto. Praticamente dal mondo. E’ una patologia che affligge la popolazione adolescenziale o comunque giovanile (fra i 14 e i 30 anni) e che è stata identificata e definita per la prima volta ovviamente in Giappone, ma che successivamente è stata rilevata anche in Occidente. E non si tratta di casi isolati. Si stima che nel mondo i giovani affetti da Hikikomori siano più di un milione – sino a tre milioni secondo altre fonti. Più di centomila soltanto in Italia, secondo una stima del 2018. L’associazione Hikikomori Italia Genitori (una associazione ONLUS che rappresenta la principale realtà nazionale su questo problema, fornisce in realtà una cifra oscillante fra 100.000 e 200.000 individui affetti). L’incertezza dei dati è dovuta soprattutto a due fattori: anzitutto la reticenza spesso delle famiglie a denunciare i casi, poi alla scarsa conoscenza del fenomeno. Non raramente il comportamento tipico dell’ikikomori viene scambiato per un problema di carattere (il ragazzino è chiuso, introverso) oppure per semplice pigrizia. Talvolta viene scambiato per semplice reazione a problemi relazionali e scolastici, il che in parte è vero, ma anche questo è tipico del quadro clinico. La massima prevalenza del disturbo è nel sesso maschile: solo il 10 % dei soggetti è infatti di sesso femminile.
Gli adolescenti o i giovani adulti che presentano questo fenomeno non manifestano sintomi specifici, come può essere il delirio o le allucinazioni, ma semplicemente un totale rifiuto della vita sociale, in tutti i suoi aspetti: esso non riguarda, quindi solo le relazioni personali, o affettive ma anche la vita scolastica e lavorativa. Tale rifiuto deve durare per almeno sei mesi, nei quali tutte le relazioni con mondo esterno vengono azzerate, tranne quelle con i familiari più stretti. Gli hikikomori stanno in casa tutto il giorno, non escono se non quando sono certi di non incontrare conoscenti o amici, o fingono di svolgere delle attività lavorative o scolastiche, mentre invece vagabondano in giro per tutto il tempo che reputano necessario a dissimulare ai familiari la loro presenza nei luoghi scolastici o lavorativi. Hanno un solo contatto col mondo esterno ed è quello virtuale: Internet e i social network. Identificato dalla fine degli ’90 in poi, in Giappone, questo disturbo del comportamento ha, ovviamente, un grave impatto sociale.
Dopo la scoperta della sindrome da parte dello psichiatra Tamaki Saitō che osservò per primo sintomi di letargia e isolamento totale in un gran numero di adolescenti, coniando la definizione, il governo del Giappone ha stabilito delle precise regole per definire l’hikikomori. Possono essere definiti tali solo se si isolano nelle proprie abitazioni per un periodo di tempo superiore ai sei mesi; il disturbo è accompagnato spesso da depressione e disturbi ossessivo-compulsivi, come automisofobia (la paura cioè di sporcarsi o comunque di essere sporchi) o manie di persecuzione. In realtà non vi sono sintomi psichiatrici talmente gravi da rendere necessaria una consulenza psichiatrica. E lo stile di vita dell’ikikomori che è esso stesso un sintomo.
Eremiti post-moderni
L’hikikomori è più che un solitario. E’ un eremita per scelta, ma non religiosa, o mistica o esoterica. La sua è una scelta sociale. Il posto prescelto per questo eremitaggio è in genere l’ambiente domestico, la sua stanza in particolare se vive in famiglia, come quasi sempre accade. Non lascia la sua stanza per alcun motivo; è lì che consuma i pasti; non esce dal suo rifugio nemmeno per lavarsi. Se abita da solo consuma pasti già confezionati. Questa situazione ovviamente riduce al minimo i contatti e le relazioni sociali, sino a perdere amicizie e contatti. Questi ragazzi appaiono privi di energia, depressi, ma in genere non sino a pensare o commettere suicidio. Anzi, in genere si autocompiacciono della loro scelta. Sono stati definiti “eremiti post-moderni”. Il modo più frequente in cui l’hikikomori impiega il tempo è su Internet; grande fruitore di giochi, è anche un accanito frequentatore dei social. Azzerata la vita sociale reale, ne costruire un’altra esclusivamente virtuale, anche dal punto di vista affettivo. Non sono rare anche vere e proprie relazioni ‘sentimentali’ ed anche sessuali in rete, anche perché è l’unico modo che questi soggetti hanno di vivere l’esperienza amorosa. Ma l’abuso della ‘rete’ non è un requisito fondamentale. Spesso l’hikikomori fa anche altro, si inventa qualcosa da fare, e se non lo inventa è in grado di passeggiare entro la sua zona di comfort anche per ore, riflettendo, rimuginando, guardando un film o ascoltando musica. Ciò che evita è il contatto sociale diretto, personale, fisico. Erge intorno a se una barriera invisibile e invalicabile.
E’ difficile individuare quali sono i primi segni di questa strana sindrome in età adolescenziale. In genere il primo – e spesso sottovalutato – è il rifiuto di andare a scuola, già in età precoce, frequentemente seguito dall’abbandono degli studi. Ma non si tratta di problemi legati alle capacità cognitive, anzi, non raramente, il ragazzo con hikikomori è intelligente, persino brillante, specialmente per quello che riguarda l’uso del computer e dell’informatica. Ma non è in grado di sostenere il ritmo inevitabile degli studi regolari, anche perché alla condizione si associa spesso una alterazione del ritmo sonno-veglia, con attività preponderanti nelle ore notturne e al conseguente bisogno di riposo in quelle diurne. L’abbandono frequente degli studi inevitabilmente influisce sulla scelta delle attività lavorative. Se per necessità devono cercare un lavoro, scelgono attività adeguate alle loro necessità e al loro stile di vita, quanto più possibile semplici e che, per quanto faticosi, non implichino comunque – e quanto più possibile – l’assunzione di responsabilità. Cercheranno attività part-time, ma è ideale lo smart-working, il lavoro che è possibile svolgere comodamente a casa mediante computer. Ma in genere le attività lavorative vengono evitate sin quando possibile, per esempio continuando anche in età adulta a farsi mantenere dalla famiglia di origine, all’interno della quale trovano il loro habitat naturale, il loro contesto ‘ecologico’ ideale. Ma la famiglia è anche un palcoscenico per mettere in scena una protesta ed un risentimento che sembra essere all’origine del loro disturbo comportamentale.
Alle origini dell’isolamento
Uno dei più rilevanti problemi che pone l’Hikikomori a familiari e medici è la difficoltà a identificarne i segni comportamentali, per l’inevitabile tendenza a scambiare certi comportamenti per semplici reazioni adattative adolescenziali o comunque giovanili. Il ritiro sociale, allora può essere attribuito alla pigrizia, ala timidezza, alla dipendenza da Internet o semplicemente da videogiochi. In realtà questo conduce a sottovalutare un comportamento che ha tutte le caratteristiche di un disturbo psichiatrico. Gli studiosi che si sono occupati del problema, enucleandolo da tutti questi pregiudizi, hanno tentato di comprendere, anzitutto, quali ne siano le origini. Perché un adolescente sceglie in modo consapevole di rinunciare ad ogni forma di vita sociale e di ‘ritirarsi’ in un eremo realizzato fra le mura domestiche e in quasi totale assenza di altri disturbi psichiatrici? Come spesso accade in psichiatria, il disturbo ha una origine multifattoriale; esso sembra fondamentalmente manifestarsi come risposta alle pressioni familiari e sociali, che trovano terreno favorevole in personalità particolarmente fragili. I ragazzi che sviluppano l’hikikomori non riescono a tollerare l’eccessiva pressione esercitata su di loro dalle aspettative familiari e sociali. In altre parole non riescono a tollerare livelli di stress che comunemente vengono spesso considerati oggi quasi fisiologici. Non è un caso che in Occidente il disturbo è stato evidenziato in epoca recente. Esso era invece già presente da più tempo nella società giapponese, caratterizzata da sempre da un altissimo grado di competitività e dalla ricerca di comportamenti altamente performanti e orientati all’eccellenza. In Occidente questa ricerca dell’eccellenza a tutti i costi è una richiesta sociale più recente, storicamente sviluppatasi alla fine della seconda guerra mondiale. Lo sviluppo vorticoso di un capitalismo sempre più aggressivo, di uno stile di vita sempre più orientato a standard economici e professionali elevati, brillante e senza eccessivi scrupoli – ampiamente incentivato dalla pubblicità e dai media – creano una pressione psicologica e sociale che può investire come un ciclone (uno tsunami, sarebbe proprio il caso di dire…) le personalità più fragili degli adolescenti, che non riescono a mantenere certi livelli di performance o semplicemente temono di non riuscire a farlo. A tal proposito un dato interessante è quello del livello socio-economico della famiglia di origine: in genere è medio-alto, e questo consente infatti ai genitori di mantenere in casa un figlio con hikikomori.
E, a tal proposito, è importante valutare la costellazione familiare e gli atteggiamenti dei genitori. Determinante appare l’assenza nel processo educativo della figura paterna, in genere concentrata sui propri successi personali e scarsamente attenta ai bisogni emozionali del figlio, che si sente però in qualche modo ‘moralmente’ costretto all’emulazione. A questo fa da contrappeso una figura materna oppressiva, ma emozionalmente assente, troppo ansiosa che tende a creare veri rapporti di simbiosi con figlio ostacolandone l’indipendenza e l’autonomia: madri che non interferiscono, non disturbano, ma non colgono nemmeno il malessere. Sono iperprotettive, ma sostanzialmente assenti anch’esse sul piano affettivo ed emotivo. Di fronte ai percorsi lineari e obbligati che famiglia e società impongono oggi agli adolescenti, di fronte cioè ad obiettivi da raggiungere sempre e comunque, molti ragazzi si sottraggono alla gara, rinunciano alla competizione e si isolano in una solitudine che è al tempo stesso protesta, rifiuto e affermazione di se’, un miscuglio esplosivo che rappresenta l’ unico modo che il giovane hikikomori trova per proteggere le propria identità.
Ci si può chiedere a questo punto, inevitabilmente, se esistono delle terapie. Di norma il passo fondamentale è l’accettazione da parte dei soggetti e delle loro famiglie dell’esistenza del problema. Superata questa fase le terapie suggerite sono quelle psichiatriche tradizionale: psicofarmaci e psicoterapia, se del caso anche in ambiente ospedaliero, nel tentativo di spingere l’adolescente ad un recupero della propria socialità. Esistono anche tecniche di riabilitazione in genere gestite da organizzazioni no profit che mettono in atto programmi di risocializzazione, fornendo una estensione della famiglia, con l’assegnazione progressiva al ragazzo di piccoli incarichi lavorativi, ovviamente sotto supervisione del terapeuta; si usano anche tecniche particolari come quella della “sorella in prestito”, in genere una volontaria che funge da figura familiare ‘esterna’ che fornisce supporto psicologico nel tentativo di riabituare l’hikikomori al mondo esterno. Ma si tratta di terapie lunghe (anche sino a 12 anni) e che abbastanza spesso vengono abbandonate dai pazienti, che smettono di frequentare i centri di recupero. Risultati più interessanti sono stati invece raggiunti con le terapie ‘telematiche’. Attraverso cioè l’uso di Internet e di tutti i dispositivi che consentono di comunicare via computer, come le web-cam, il terapeuta interagisce a distanza col paziente, in qualche modo entrando nel suo mondo, senza violarlo, ma assicurando lo stesso una presenza di significato terapeutico. Il lavoro terapeutico consiste insomma nell’erogazione della cura per via informatica, nel rispetto dell’isolamento del paziente, ma al tempo stesso fornendo una mediazione col mondo esterno del quale il terapeuta è in qualche modo il rappresentante e l’ambasciatore, un trait-d’union fra l’eremo che il paziente si è costruito e il mondo circostante. Insomma, in realtà, una specie di cavallo di troia. Ma bisogna ammettere che è difficile valutare la reale efficacia di queste terapie. Perché il problema di fondo dell’ikikomori è sociale prima ancora che psichiatrico. Le terapie possono cambiare il paziente, ma non le tendenze sociali che sono all’origine del suo disagio. Curare e risocializzare il soggetto con hikikomori, insomma, significa, fuor di metafora, ‘rinormalizzarlo’, interrompere la sua fuga e ricollocarlo in quello stesso sistema di valori, in quello stesso mondo da cui è fuggito. Questo può anche essere considerato terapeutico. Ma bisognerebbe anche chiedersi se e quanto sia etico.
Giovanni Iannuzzo





