Giovanni Meli, il primo siciliano incluso tra i grandi nazionali della genialità poetica

Mercoledì, 27 Maggio 2020 00:58 Scritto da  Pubblicato in Medaglioni
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Giovanni Meli (Palermo 1740 – 1815) è stato il primo siciliano a essere incluso tra i grandi nazionali della genialità poetica, lo testimoniano due riconoscimento a passaparola popolare in voga nella prima metà dell’Ottocento,
quando il nome del poeta palermitano veniva proclamato componente delle “Tre coroncine” della poesia dialettale italiana: Belli, Meli e Porta. Una promozione istintivamente scaturita dalla voce popolare; voce la cui finezza manteneva la distinzione tra coroncine e corone perché queste ultime erano ovviamente destinate a Dante Petrarca e Boccaccio. Insomma non è stato riconoscimento da poco e giustamente per un siciliano, quella volta. E che siciliano! Dato poi per inconfutabile da tutta la critica che il Leopardi de Il sabato del villaggio fa adornare “il petto e il crine” alla sua “donzelletta” prendendo a prestito un verso del Meli de La Fata Galante: "...Di che adornarsi e petto e collo e crine..."
Con questa premessa abbiamo già argomenti per riflettere sul prestigio di cui ha goduto (e gode) la fama di questo palermitano di professione medico, che qualche bizzarria umana la andava coltivando sicuramente se aveva scelto di vestire un abito talare come quello dei religiosi, suscitando la curiosità di chi, a un certo momento della carriera di medico condotto del poeta  a Cinisi, diede il via alla voce popolare, che poi lo definirà per sempre abate. Titolo che non gli spettava non essendo il Meli consacrato da alcuna sacramentalità-ritualità, sacerdotale o monacale ma solo appagato nel suo gusto preferito di vestirsi con gonna-tunica. Sarà stata questa bizzarria unita alla sua crescente fama di poeta a procurargli molteplici attenzioni femminili nella Palermo di fine Settecento? Non sia da escludere l’attrazione della tonaca se, per nostra esperienza, di due secoli dopo gli anni del Meli, trovandoci in compagnia di Leonardo Sciascia a Catania e andando a trovare nella sua abitazione un prete che scriveva versi ed era stato docente di lingua francese nell’Università di Perugia, don Antonio Corsaro, questi non sapremo mai per quale brancatiano vezzo improvviso tenne a puntualizzare: “Sapeste quante ne tira questa tonica!” Né noi né il prudentissimo e riservatissimo Sciascia aggiungemmo spago a quella confidenza dell’amico sacerdote, bizzarro anche lui, ma non certo da sfiorare, come poeta, oltre la cerchia della provincia acclamante.
Giovanni Meli dunque un po’ damerino e molto poeta. Poeta di cui ancora oggi si studia e si approfondisce nelle università siciliane, sulla peculiarità del suo dialetto, non sempre puro, (come quello del mineolo Paolo Maura) che anzi vi sono frequenti intere locuzioni o singole voci che di siciliano hanno solo la desinenza e per il resto sono adattamento al dialetto della corrispondente parola in lingua della comunicazione nazionale. Ma questo nulla toglie alla poesia e al poeta, anzi il mistilinguismo di alcuni bravi narratori e poeti e della seconda metà del Novecento, ne continua a ripetere in senso inverso a quello del Meli (italianizzando il siciliano) e del classico dialettale palermitano esalta il gioco formale, anticipatore di metodi esibiti dal nisseno di Butera Fortunato Pasqualino in Mio padre Adamo, poi con il Vincenzo Consolo di La ferita dell’aprile e fino ai nostri giorni con Andrea Camilleri. Vezzo riferendoci a quest’ultimo che ha trovato da trionfare in televisione con gli sceneggiati tratti dai racconti vivificati da una regia attenta alle lepidezze di forte presa dialettale fino a ricreare la parte greve della letteratura del buon autore de Il birraio di Preston. Una Sicilia inventata quest’ultima per alimentare consumisticamente ed emotivamente la convinzione, non solo in Italia quanto specialmente all’estero, l’immagine di una Sicilia del crimine mafioso ingigantendone le proporzioni. Un discorso che non calza in seno a un medaglione dedicato a Giovanni Meli ma che insiste nella mente di chi conosce la Sicilia e le sua storia, la Sicilia e le sue tradizioni di grandi artisti in tutti i settori della più alta genialità umana che, la stessa sbadataggine di chi finanzia certe camilleranzate, ignora o trascura e comunque ignobilmente calpesta.
Si è scritto da critici autorevoli di quanto Goethe e Foscolo abbiano attinto al Meli, oltre alla citata frase in Leopardi, ma non certo per menomare il valore dei grandi o per aggiungere valori a quelli del Meli, quanto per far notare la originalità e la incisività di un poeta siciliano che dopo due secoli si impone ed esige nuove ricerche come quelle che ha svolto e fatto svolgere il compianto Salvo Zarcane nell’Università di Palermo e di cui si ha notizie per via della recente raccolta e sistemazione in volume organico di tutte le opere. Zarcone è morto nello stesso anno 2015 e lo stato della sua lunga malattia gli ha appena consentito di vedere ordinate nelle edizioni IPSA di Palermo quanto era frutto delle ricerche che aveva guidato collaborato da a un comitato scientifico composto da: Beatrice Alfonzetti (Università di Roma, La Sapienza), Matteo di Gesù (Università di Palermo), Fransce Fedi (Università di Pisa), Aldo Maria Morace (Università di Sassari), Michela Sacco Messineo (Università di Palermo).
Adesso tutte le opere suddivise in volumi sono dunque raccolte sotto i titoli originari dati dal Meli: La lirica, La fata galanti, La buccolica, Favuli morali. Una benemerita impresa editoriale che ha dato seguito a quanto, come si è detto, era stata un lungo e minuzioso lavoro di collazione e di puntuali commenti a ciascuna opera. Aggiungiamo un singolare eccellente episodio a mo’ di conclusione di questo sintetico medaglione, per ricordare la incessante onda di successi che ha accompagnato per tutta la vita il Meli che aveva inaugurato i propri trionfi con la pubblicazione de La fata galanti. Nel 1815, ultimo anno di vita dell’abate- Poeta, dietro iniziativa del principe di Salerno, Leopoldo di Borbone, figlio di Ferdinando IV da Vienna, erano state coniate dall’incisore ungherese Stuckhart alcune medaglie in argento e bronzo più una in oro in unico esemplare. Sul dritto di tale medaglie è raffigurato il profilo del Meli e sul rovescio, il medesimo viene insignito della laurea poetica con la denominazione di nuovo Anacreonte Siculo. La Medaglia giunse al  Meli a Palermo accompagnata da una lettera autografa,datata Napoli, 12 agosto i815 con le seguenti parole: “Abate Meli vi è piaciuto associare al vostro gran nome il mio, dedicandomi le vostre immortali poesie, e lo avete fatto con tanto spirito e con tanto cuore, ch’io non saprei mostrarvene abbastanza il mio gradimento:dovrei esser voi per tutta mostrarvi la mia particolare stima pe’ vostri talenti poetici e per le vostre pregevoli personali qualità. Preferisco di unire i miei desideri a quelli di tutti i buoni, perché viviate lungamente alla virtù, e dalle Lettere di cui siete la delizia e l’ornamento. Apollo era padre di Esculapio, ed è forse per questo, che voi siete altrettanto buon medico, e perciò nuovo interessamento debbono avere tutti alla vostra prosperità. Ho procurato eternare la mia ammirazione per voi, facendo coniare una Medaglia in onor vostro, graditene una in oro per voi, ed altre in argento e in bronzo per gli amici vostri, e con queste le assicurazioni della mia particolare considerazione”.

Si direbbe che con quell’omaggio ufficiale, sicuramente di grande effetto,  al medico Giovanni Meli poeta insigne con il vezzo di vestire abiti talari, venne rilasciato in una  all’alloro per i suoi chiari meriti di vate, la patente di abate che il popolo di Cinisi gli aveva curiosamente affibbiato come alias e che sarà poi per sempre codice formale della sua identità di poeta.
Mario Grasso








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