Tra Cefalù e Termini Imerese: zucchero, tonno, torri e… pirati

Mercoledì, 13 Febbraio 2019 22:54 Scritto da  Pubblicato in Storie, fatti, personaggi del comprensorio Termini Cefalù Madonie
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La vasta zona costiera pianeggiante posta ai piedi delle Madonie, tra Cefalù e Termini, è stata per secoli caratterizzata dalla presenza di un tessuto agro-industriale di grande rilevanza per l’economia del comprensorio e non solo.

Canna da zucchero1e tonno hanno fatto, per secoli, del nostro comprensorio una realtà economica d’avanguardia.  Introdotta in Sicilia dagli arabi, la canna da zucchero è stata coltivata a lungo in piccoli appezzamenti urbani e poi lavorata in opifici artigianali di dimensioni ridotte. Nel corso del Quattrocento, quando la sua coltivazione e lavorazione diventa un grande affare, essa si sposta da Palermo verso la fascia marina sia orientale che occidentale, alla ricerca di nuove fonti di approvvigionamento energetico (legna), di appezzamenti più vasti da coltivare e di nuove situazioni logistiche capaci di accogliere grandi piantagioni e notevoli trappeti. Oltre a favorevoli condizioni climatiche, indispensabili, il nostro comprensorio presenta requisiti ottimali per l’insediamento: abbondanza di acqua, grande disponibilità di legname dai boschi delle Madonie e di Cefalù (quercia da sughero), approdi marini per l’esportazione dello zucchero e per l’arrivo via mare delle enormi quantità di legname necessario per la cottura, sufficiente disponibilità di concime naturale (fumiere). E’ così che, nella fascia compresa tra la Roccella e Termini, si insediano ben quattro grandi piantagioni con relativi trappeti destinati a durare a lungo nel tempo. Essi sono quelli di Buonfornello (sull’impianto dei resti del Tempio della Vittoria), Brocato, Roccella e Galbonogara2. Tranne l’ultimo di essi, gli altri trappeti hanno una durata secolare e sono classificati tra i grandi trappeti, della trentina di impianti siciliani, per numero di macine, presse e altri attrezzi nonché per quantità di legna consumata, numero di addetti, giornate lavorative e produzione. Attorno a questi trappeti ruota la grande impresa capitalistica che, oltre all’alta aristocrazia (Agliata a Buonfornello e Roccella, Moncada e Imperatore a Galbonogara), impegna gli investimenti di ricchi mercanti, soprattutto genovesi, lombardi, pisani, veneziani, ma anche di origine fiamminga come i Papè a Roccella, che, sotto la forma di acquisto anticipato, forniscono la liquidità necessaria per le spese della campagna produttiva sia nella fase agricola che in quella industriale della trasformazione della canna in zucchero di una cotta e nei suoi discendenti. Non mancano, inoltre, i gabelloti palermitani, come gli Staropoli a Roccella, che assumono in gabella il fondo e il trappeto. Lo zucchero è un prodotto costosissimo, irraggiungibile per la quasi totalità della popolazione, venduto come medicinale nelle aromatarie o consumato nelle mense dei super ricchi. Al minuto, per comprarne un chilogrammo non bastano due giornate di lavoro di un bracciante addetto alla piantagione o di un operaio impiegato nella fase industriale della sua cottura. Lo zucchero delle nostre contrade (importanti trappeti esistono pure a Trabia, Altavilla, Ficarazzi), come quello di altre località isolane, prende la via del nord, soprattutto Venezia e Genova, ma anche Roma e Napoli. A Venezia lo zucchero siciliano viene ulteriormente raffinato e smerciato in tutto il centro-nord Europa, con un notevolissimo valore aggiunto. Mentre dalle nostre parti, l’industria zuccheriera sviluppa un notevole indotto (legna, concime, trasporti) e dà occupazione a centinaia di addetti per ogni impianto, alla fine finisce per arricchire soprattutto i mercanti forestieri che spesso si insediano definitivamente in Sicilia.
Attorno alla produzione dello zucchero si genera un considerevole movimento migratorio, soprattutto stagionale, che vede presenti nelle nostre contrade molte squadre (ciurme) di calabresi ingaggiati da caporali e impegnati a basso salario nelle più faticose opere idrauliche, di un gran numero di collesanesi, di braccianti e operai provenienti dai paesi dei Nebrodi, ma sopratutto di petralesi che a centinaia sono presenti ovunque c’è un trappeto in Sicilia, fino a Partinico, a Ficarazzi, ad Acquedolci, al siracusano.
Lo zucchero è l’affare del secolo per tutto il Quattrocento e il Cinquecento, quando in Europa la canna da zucchero (il cannamele) poteva essere coltivata, per ragioni climatiche, soltanto nelle coste della Sicilia e in alcune parti della Spagna e delle isole portoghesi (Madera). A partire dalla seconda metà del Seicento, la globalizzazione fa sentire i suoi pesanti effetti sulle imprese siciliane con l’arrivo in Europa di grosse quantità di zucchero prodotto nell’America centro-meridionale, di qualità nettamente superiore per via del clima e con costi di produzione irrisori, stante l’impiego di schiavi. A poco a poco la produzione della canna da zucchero in Sicilia diventa anti economica e i trappeti vanno chiudendo uno dopo l’altro, come avviene anche da noi, dove, alla fine del Seicento, non ci sono più aziende zuccheriere in attività. E’ una scomparsa definitiva e senza ritorno.
Nella fascia compresa tra Buonfornello e Lascari, alla canna da zucchero subentra il riso che avrà un certo spessore economico fino all’inizio dell’Ottocento.
Altra attività industriale di rilievo è quella delle tonnare per le quali la Sicilia mantiene il primato nel Mediterraneo per secoli. Nella nostra zona, oltre alle piccole tonnare termitane della Lupa (San Leonardo) di pertinenza del Comune  e quella di Calasicca, di pertinenza regia, spiccano le tonnare nella disponibilità del vescovo di Cefalù, concesse alla chiesa sin da epoca normanna dal re Ruggero II, una delle quali sfruttata sino ai primi decenni del Novecento. Sin dal XII secolo, il limite delle acque di pertinenza vescovile si estende da Fiume Torto sino allo scoglio di Colubra nel mare di Caronia. Le tonnare nella disponibilità del vescovo, che le concede in gabella a imprenditori cefaludesi, termitani e palermitani, sono quelle di Battilamano, Calura (Crivella), Raisigerbi (Raisichelbi), Tusa, Chiappe (Caronia) e altre di minore importanza e durata. Oltre che al consumo interno, il costoso tonno salato, con il sale marino che proviene da Marsala (Altavilla) o dalle miniere di salgemma di Cammarata, è inserito in una vasta e lucrosa rete commerciale a dimensione mediterranea, stante il suo impiego come panatica per l’equipaggio delle navi. Attorno alle tonnare, che in genere impiegano 50-80 addetti per la pesca nel periodo aprile-giugno e altrettanti nei mesi successivi per la lavorazione del pescato, si sviluppa un vasto indotto che va dalla produzione di corde e reti in ampelodesmo (disa), soprattutto a Termini con impiego di manodopera femminile, alla fabbricazione di barili e botticelle, alla manutenzione e fabbricazione di barche di varia tipologia per arrivare al commercio delle costose ancore e a tutto quello che forma il cosiddetto apparato. Fino alla fine del Seicento, quando il Mediterraneo viene invaso a prezzi concorrenziali dal pescato dei mari del Nord Europa, le tonnare siciliane costituiscono una grossa realtà economica. Poi il declino graduale, con rari momenti di ripresa (nel secondo Ottocento con i Florio e l’introduzione delle scatolette con tonno sottolio), fino alla scomparsa quasi totale nel corso del secolo passato.
La nostra è dunque, per secoli, una zona a grande vocazione industriale, ma essa deve fare i conti, tra l’altro, con il fenomeno della pirateria, stante il fatto che a lungo il Mediterraneo è mare dove Cristiani e Musulmani la praticano, a danno reciproco: per l’esercizio di essa, gli stati cristiani concedono, a pagamento, la licenza di corsa. La nostra zona è stata ripetutamente, tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, terra di sbarchi di pirati barbareschi con conseguenti catture di uomini e traduzione in schiavitù nel Nord Africa, da dove era possibile il ritorno, cosa non facile e costosa, tramite l’intermediazione dei frati Mercedari, ordine religioso a ciò preposto. Gli sbarchi di pirati nel nostro litorale sono molto frequenti: Cefalù (1575, 1595, 1597 per due volte, 1602), Buonfornello (1590), Galbonogara (1606), Capo Raisigerbi nei pressi di Finale (1592, 1593,1594, 1595), Brocato (1598, 1599, 1603), S. Nicola l’Arena (1583, 1598)3. Lo studio dei riveli di schiavi, catturati tra il 1596 e il 1606, documenta che tra i 634 schiavi siciliani detenuti soprattutto nel nord Africa vi sono parecchi uomini del nostro comprensorio: Cefalù 44, Caltavuturo 3, Collesano 1, Petralia 1, Polizzi 1, Pollina 1, Termini 154. Evidentemente tutti lavoravano nella fascia litoranea.
A difesa del territorio, nel corso del tempo, si forma un sistema integrato di castelli e torri in comunicazione tra di loro, di giorno con il fumo e di notte con i fuochi, che interessa l’intero circuito marino isolano, con scopi di avvistamento e di difesa. Nella fascia marina di nostro interesse i punti forti sono dati dal castello di Tusa marina, dalle due torri di Raisigerbi5, dal castello e varie torri (Calura) in territorio di Cefalù, dal castello di Roccella, dalla torre di Battilamano6, dal castello di Termini e da quello di S. Nicola l’Arena, per ricordare solo i più importanti. Ma non vanno dimenticate le numerose masserie fortificate del territorio, che, assieme a torri e castelli, costituiscono un patrimonio storico e architettonico di grande rilevanza che merita salvaguardia e valorizzazione.
Rosario Termotto

1 Sulla coltivazione e trasformazione della canna da zucchero in Sicilia risulta fondamentale il testo: Antonino Morreale, Insula dulcis. L’industria della canna da zucchero in Sicilia (secc. XV-XVII), Napoli 2006 e bibliografia in esso riportata.

2 Per notizie su questi ultimi trappeti cfr. Rosario Termotto, Una industria zuccheriera del Cinquecento: Galbonogara  in Mediterranea ricerche storiche, 3, aprile 2005; Idem, Contratti di lavoro e migrazioni stagionali nell’industria zuccheriera siciliana  in  Mediterranea ricerche storiche, 25, agosto 2012.

3 Giuseppe Bonaffini, La Sicilia e i barbareschi incursioni corsare e riscatto degli schiavi (1570-1606), Palermo 1983, pp. 39-41.

4 Ivi, pp. 57-58.

5 Rosario Ribbene, Le torri della tonnara di Raisigerbi  in Kalós arte in Sicilia, 22, 4, Ottobre-Dicembre 2010, pp. 32-33.

6 Rosario Ribbene, La torre della tonnara di Battilamano  in Kalós arte in Sicilia, 21, 2, Aprile-Giugno 2009, pp. 10-13. In un nostro precedente studio (Le tonnare del vescovo di Cefalù:Battilimano seu Roccella (1569-1670)  in Mediterranea Ricerche storiche, 30, aprile 2014, p. 21) avevamo, erroneamente, scritto di pubblicazione parziale da parte di R. Ribbene del documento viceregio di autorizzazione al vescovo di Cefalù di poter costruire la torre di Battilamano; in realtà, l’autore citato nel saggio sopra richiamato ha pubblicato integralmente l’importante documento.

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